Viaggio nell’IPSIA Corridoni di Civitanova Marche con Sandra Giuli, tra pregiudizi da sfatare, ragazzi che sorprendono e progetti che cambiano la vita
Dialogo con la professoressa Sandra Giuli, coordinatrice della sede di Civitanova Marche dell’IPSIA [Istituto Professionale di Stato Industria e Artigianato] Corridoni, tra pregiudizi da sfatare, progetti che cambiano la vita e ragazzi che sorprendono ogni giorno.
C’è ancora chi parla di “scuole di serie A” e “scuole di serie B”. Ma c’è anche chi, ogni giorno, dimostra che questa distinzione è solo frutto di ignoranza e superficialità. Conosco la professoressa Sandra Giuli, da quando ci siamo incontrati al Tavolo Tecnico della Città di Civitanova per la Promozione della Salute e del Benessere delle Nuove Generazioni. Da subito mi ha colpito la passione, la competenza e, soprattutto, l’amore sincero verso una scuola spesso guardata con sospetto o con sufficienza, ma che invece rappresenta, per tanti ragazzi e famiglie, una vera rinascita. In questa intervista Sandra ci accompagna dentro le aule, i laboratori, ma soprattutto dentro le storie dei ragazzi: ci racconta le loro fragilità, le loro risorse, la loro sorprendente autenticità. E ci ricorda una verità che troppo spesso dimentichiamo: non esistono scuole “di serie B”, ma solo percorsi sbagliati per chi li intraprende senza ascolto e senza consapevolezza.
Sandra, partiamo da una domanda quasi provocatoria: tanti, quando sentono “scuola professionale”, pensano subito a una scuola “di serie B”, dove finiscono solo i ragazzi più difficili. Secondo te perché esiste ancora questo luogo comune? E cosa si perde chi guarda solo l’etichetta e non conosce davvero cosa accade dentro l’IPSIA, dentro un qualsiasi Istituto scolastico diverso da un liceo?
Andrea, intanto grazie per avermi dato l’opportunità di parlare della scuola professionale e, in particolare, dell’IPSIA “Corridoni”, dove lavoro da 7 anni come docente e da 5 come coordinatrice di sede.
Il pregiudizio che l’istituto professionale sia una scuola “di serie B” purtroppo sussiste ancora perché tanti adulti, soprattutto genitori e docenti, lo alimentano ogni giorno con frasi, giudizi e dicerie infondate. Infondate perché spesso vengono da chi non conosce affatto questa realtà, o la conosce solo marginalmente, senza averne fatto esperienza diretta.
In passato, gli studenti più “difficili”, per i quali sarebbe servito trovare strategie e ambienti di apprendimento mirati, venivano semplicemente etichettati e mandati al professionale, come se bastasse “spostarli” per risolvere tutto.
Chi si ferma al pregiudizio si perde invece l’occasione di scoprire una scuola viva, dinamica, dove si incontrano ragazzi autentici, che non hanno paura di mostrarsi per ciò che sono, e che sanno trasformare le proprie capacità manuali in progetti tecnici e tecnologici anche di alto livello.
Conosco bene anche la realtà del liceo, che ho frequentato “nell’altro secolo e nell’altro millennio”, come scherzo spesso con i miei studenti: è una scuola con una vocazione diversa. Il liceo prepara principalmente al proseguimento degli studi, mentre l’istituto professionale forma ragazzi già pronti a entrare nel mondo del lavoro con competenze concrete. Non ci sono scuole di serie A o di serie B: ci sono scuole diverse, e la cosa importante è che gli studenti siano ben orientati, per evitare un insuccesso scolastico che può avere conseguenze pesanti anche sul piano emotivo e relazionale.
Un buon orientamento richiede tempo, ascolto e adulti preparati che sappiano accompagnare davvero gli studenti, aiutandoli a capire inclinazioni e passioni. Un percorso scolastico diventa “di serie B” solo se non è adatto a chi lo intraprende.
Mi capita spesso di chiedere a famiglie che vogliono trasferire un figlio: “Sapete davvero cosa si fa qui? Quante ore di laboratorio ci sono?”. Prima di tutto, faccio visitare le officine. Perché non esistono cose facili o difficili in assoluto: diventano tali in base alle proprie attitudini e competenze. Io, per esempio, ho una maturità classica, ma non saprei lavorare al tornio come i nostri studenti: è una questione di passioni e scelte consapevoli.
Se dovessi descrivere il “DNA” dell’IPSIA, che cosa diresti? Qual è l’essenza che la distingue davvero da altre scuole, o magari che la rende una scuola adatta e funzionale al tempo che viviamo?
Le basi del DNA, in biologia, sono adenina, guanina, citosina e timina. Nel nostro caso, direi che le quattro “basi” che formano l’identità dell’IPSIA sono: manualità, pragmaticità, inclusività e spontaneità degli studenti. Questi “mattoncini” si combinano ogni giorno, dando vita a una realtà multiforme ed eclettica.
La vera forza del nostro istituto è che diplomiamo studenti già pronti per il lavoro: vengono cercati dalle aziende ancora prima della maturità, e spesso sono contesi per contratti di formazione retribuiti subito dopo il diploma. Più di tante statistiche, mi sembra questo il dato più concreto: in un mondo dove anche tanti adulti vivono l’incertezza lavorativa, l’istituto professionale diventa per i ragazzi un punto di partenza solido, che permette di costruire una carriera e, soprattutto, una vita più serena.
Parliamo dei ragazzi: chi sono davvero gli studenti dell’IPSIA oggi? Cosa li distingue, cosa ti colpisce ogni giorno in loro? C’è un’idea sbagliata, diffusa, che ti piacerebbe smentire?
I nostri studenti sono ragazzi appassionati: di motori, meccanica, stampa 3D, informatica, elettronica. Ma sono anche giovani che spesso hanno alle spalle insuccessi scolastici, difficoltà familiari o mancanza di fiducia in sé stessi e negli adulti.
Ciò che li distingue davvero è la spontaneità. A volte si esprimono con un linguaggio semplice, perfino ruvido o arrogante, ma non sono ipocriti: non mentono perché pensano di non avere nulla da perdere, e questa sincerità è preziosa.
Vorrei smentire due luoghi comuni: il primo è che siano “meno dotati” intellettualmente. Non è vero: abbiamo eccellenze che si distinguono anche in contesti internazionali. Il secondo è che chi frequenta un professionale sia un “poco di buono”: se qualche caso limite c’è stato, è un’eccezione, non la regola.
Viviamo tempi complessi, pieni di incertezze e fragilità. Come si costruisce, in una scuola, un’educazione che sia davvero attenta alla persona prima ancora che allo studente? Come si fa a non lasciare indietro nessuno?
Grazie per questa domanda.
Se entrando in aula trovi un ragazzo che si è costruito una barriera di banchi attorno a sé, è chiaro che qualunque attività didattica, anche la più innovativa, per lui in quel momento non servirà a nulla. Prima viene la relazione: costruire un rapporto vero, orizzontale con i compagni e verticale con il docente.
Il compito del docente è duplice: educare e istruire, insieme. Senza una relazione autentica, non si riesce a includere davvero nessuno. Tutto parte da un dialogo costante, da una comunicazione vera: è lì che nasce l’educazione, e va coltivata ogni giorno.
Avete fatto e state facendo tanti progetti. Qual è un progetto di cui vai particolarmente fiera, e perché? E qual è invece un sogno ancora “in cantiere”?
Due progetti mi stanno particolarmente a cuore.
Il primo è “IPSIA Repair Café”: famiglie e studenti portano a scuola oggetti elettrici e meccanici che rischierebbero di finire in discarica, e insieme ai docenti li ripariamo nei nostri laboratori. È un progetto che ha anche un messaggio profondo: dare valore alle cose, non buttare via nulla con leggerezza.
Il secondo riguarda le convenzioni con enti del territorio per gli studenti sospesi dalle attività didattiche: anziché “fermarsi”, fanno esperienze utili e significative in realtà preziose del territorio, come Caritas, Anffas, Anthropos e la Cooperativa Sociale Il Faro. È un modo per trasmettere che ci sono regole e conseguenze, ma anche che si può trasformare un errore in qualcosa di buono.
Il sogno “in cantiere” è realizzare un podcast con i nostri studenti sul tema della manutenzione e assistenza: un nuovo modo per raccontare ciò che facciamo.
Guardando al futuro, che scuola immagini? Cosa pensi serva oggi ai ragazzi per affrontare il mondo che li aspetta, non solo come lavoratori ma come persone, come cittadini del mondo?
Credo che i ragazzi abbiano bisogno, prima di tutto, di imparare a comunicare meglio. Spesso comunicano male emozioni e sentimenti: non per superficialità, ma per mancanza di abitudine. Saper parlare, saper ascoltare, avere cura delle parole: questo fa la differenza in ogni ambito, dal lavoro alla vita privata.
E poi il rispetto: lo ripeto sempre ai miei studenti, “se vuoi rispetto, prima dagli il tuo”. Comunicazione e rispetto sono le chiavi per affrontare qualunque difficoltà.
Se potessi parlare a un genitore che ha timore di iscrivere il figlio a una scuola professionale, cosa gli diresti?
Una volta, durante una giornata di “Scuola Aperta”, una mamma mi disse sorpresa: “Ma avete le aule?”. A volte il pregiudizio è così forte che genera immagini irreali.
Direi a quel genitore di venire a vedere con i propri occhi: le aule, i laboratori, la palestra, gli spazi all’aperto, il giardino dove i ragazzi passano la ricreazione. Di guardare il sito, i canali social, e soprattutto di non fermarsi al “sentito dire”: solo così si può capire davvero cosa facciamo e chi siamo.
Da docente, ma anche da donna, mamma che vive a stretto contatto con centinaia di adolescenti, come vedi i ragazzi di oggi? Quali sono le loro fragilità più grandi, ma anche le loro risorse più sorprendenti?
Da docente, donna, mamma e anche zia di una quindicenne, vedo che questi ragazzi sono poco ascoltati, e per questo hanno perso l’abitudine a raccontarsi a parole. Parlano con immagini, video, reel: diventano enigmatici, come se lanciassero messaggi in codice che l’adulto deve decifrare.
Sul piano verbale sembrano assenti, non argomentano, non spiegano: ma non è mancanza di senso critico, piuttosto il desiderio di essere cercati e capiti.
La loro fragilità più grande a mio avviso è la schiavitù che hanno nei confronti dei social che li sollecita costantemente sulla vita virtuale a discapito delle relazioni vere, quelle del mondo reale. Ma la loro risorsa più grande è la sincerità e la capacità di sorprendere, se qualcuno li ascolta davvero.
Infine, una curiosità personale: che cosa ti emoziona ancora, ogni mattina, entrando a scuola?
Mi emoziona sempre la sincerità dei ragazzi. E mi emozionano le file davanti all’ufficio del Dirigente o davanti a me: anche solo per chiedere una cosa piccola, per raccontare un fatto, per cercare ascolto.
Più che risposte, spesso cercano un adulto che li ascolti davvero, che dia attenzione e rassicurazione. E questa fiducia che ci danno, ogni giorno, è la cosa che mi emoziona di più.
Grazie, Sandra, per averci aperto le porte dell’IPSIA Corridoni, ma soprattutto per averci fatto vedere quello che conta davvero: i ragazzi, con le loro storie, i loro errori, le loro passioni e la loro voglia di essere ascoltati. Un plauso a questa scuola che non solo insegna un mestiere, ma educa alla vita, alla responsabilità e alla dignità. E un’esortazione a tutti, in particolare ai genitori: non mortifichiamo il valore della scuola, qualunque essa sia. Non giudichiamo solo dall’etichetta, ma guardiamo con curiosità e rispetto ciò che accade davvero tra quelle mura, chi anima quei luoghi: lì, a volte, un ragazzo ritrova sé stesso, una nuova strada e la voglia di provarci ancora.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




