Perché affrontare la sofferenza nelle scelte politiche e nell’educazione dei giovani è indispensabile per non perdere il senso della realtà.
La nostra è la società che teme sempre più il dolore: lo nasconde, lo anestetizza, lo rimuove. Questa paura collettiva – che il filosofo Byung-Chul Han chiama algofobia – non si limita alla sofferenza fisica, ma plasma anche il modo di fare politica (di troppi) e di educare (educare viene da “edùcere”: tirare fuori, non imporre; aiutare a fiorire, non solo correggere) le nuove generazioni.
In politica, si traduce nell’evitare il conflitto, il dissenso, la complessità, per inseguire consensi facili e rassicuranti.
Nell’educazione, si trasforma nella tentazione di proteggere i più giovani da ogni frustrazione o fallimento, finendo per privarli della possibilità di crescere davvero.
Due facce dello stesso problema culturale: la difficoltà ad accettare che il dolore, se affrontato, non distrugge, ma insegna e trasforma.
Dopo aver riflettuto, la settimana scorsa [ https://realmente.info/2025/07/14/parlare-della-morte-per-amare-di-piu-la-vita/ ], a partire da Gioventù rubata di Gustavo Pietropolli Charmet, su quanto sia importante parlare della morte per imparare ad amare davvero la vita, possiamo proseguire questo percorso affrontando un altro grande rimosso della nostra epoca: il dolore. Se la morte rappresenta il limite ultimo che ci ricorda la preziosità dell’esistenza, anche il dolore – nelle sue tante forme – ha un ruolo insostituibile nel dare profondità alla nostra esperienza umana.
Byung-Chul Han, tra i filosofi più letti e discussi a livello internazionale, ha descritto con lucidità questa “algofobia” collettiva – la paura diffusa del dolore, che non riguarda solo quello fisico ma investe la sfera culturale, sociale e politica. Nel suo libro “Una società senza dolore”, Han osserva che questa rimozione del negativo finisce per impoverire e allontanarci dalla realtà della nostra esperienza: “il nostro tempo è segnato da questa anestesia diffusa, che ci rende incapaci di tollerare il dolore e, di conseguenza, di vedere ciò che conta davvero”.
Viviamo infatti in una società che tende a zittire o rimuovere ogni forma di sofferenza. Eppure, è proprio il dolore – non solo fisico, ma anche simbolico: la delusione, la perdita, il fallimento – a dare spessore alla vita, a insegnarci a riconoscere ciò che ha valore.
In questo quadro, i dati più recenti confermano quanto stiamo diventando intolleranti verso il dolore, anche nel corpo. Secondo l’OsMed 2023 di AIFA, gli analgesici rientrano tra i farmaci più consumati (molti da giovani e adolescenti); mentre il Rapporto ESPAD Italia 2023 mostra che circa un ragazzo su dieci ricorre ad ansiolitici o analgesici senza prescrizione per gestire ansia, una qualche forma di “tensione”, malessere o disagio.
Qui emerge un quesito che avevo già posto nel mio primo contributo – La vera domanda sulle dipendenze giovanili: “Se aumenta l’uso di farmaci e sostanze, dobbiamo chiederci non solo che cosa usano i giovani, ma soprattutto perché sentono il bisogno di cercare una sostanza, diversa dalle classiche sostanze stupefacenti?”
È una riflessione che non esaurisce certo tutte le cause del fenomeno, ma che pone al centro un punto cruciale: non stiamo forse trasmettendo ai più giovani l’idea che il dolore vada soltanto eliminato subito, invece che compreso e trasformato?
Questa stessa dinamica algofobica è evidente anche nella politica, ahimè. L’ansia di non scontentare nessuno e la paura di perdere consenso spingono a evitare i temi scomodi o divisivi. Così la discussione pubblica si appiattisce: diritti (desiderio di essere riconosciuti per ciò che si è davvero, al di là delle etichette e delle aspettative sociali), inclusione e uguaglianza, la salute mentale giovanile, il fine vita, la crisi climatica e la sostenibilità, futuro e lavoro, la violenza di genere, la condizione socio-economica di molti cittadini, restano spesso fuori da un dibattito serio. In questo modo, la politica perde profondità, riducendosi a slogan rassicuranti, che parlano più alle emozioni che alla ragione.
Per capire meglio questo meccanismo possiamo guardare alla salute. Immaginiamo un medico oncologo che, per rassicurare il paziente e la famiglia, minimizza la gravità di una malattia aggressiva. Nel breve periodo questa strategia funziona: riduce l’ansia, crea una speranza illusoria. Allo stesso modo, in politica, chi promette soluzioni facili conquista più facilmente consenso, soprattutto nei media e sui social, dove tutto si gioca sulla velocità e sull’impatto emotivo.
Ma ora immaginiamo l’opposto: un medico che, pur con empatia, racconta la verità complessa del quadro clinico; o un politico che ammette le difficoltà, chiede tempo e responsabilità. È una comunicazione che spaventa, ma è anche l’unica che può costruire consapevolezza e partecipazione autentica. Perché la comunicazione che parla solo alle emozioni tranquillizza, ma quella che affronta la complessità può cambiare davvero.
Eppure, ci sono esempi che mostrano come il dolore possa trasformarsi in risorsa. Pensiamo a Jannik Sinner: il nostro amato giovane tennista italiano non vive la sconfitta come fallimento definitivo, ma come un’occasione per interrogarsi, capire e crescere. È ciò che Nassim Taleb definirebbe antifragilità: la capacità non solo di resistere alle difficoltà, ma di diventare più forti proprio grazie a esse. È un atteggiamento che in politica, nell’educazione e nella vita collettiva servirebbe più che mai: vedere la crisi non come condanna, ma come spazio per costruire pensiero critico e nuove possibilità.
In parallelo, questa algofobia attraversa anche l’educazione. Cresciamo i nostri figli in un mondo ovattato, dove ogni frustrazione deve essere subito compensata, dove la fragilità è vista come un difetto da correggere. Ma pedagogia e psicologia ci insegnano che è proprio l’esperienza del dolore che costruisce resilienza autentica: è grazie alla perdita, alla delusione, alla fatica che impariamo a dare valore a ciò che conta davvero, sviluppando capacità di attesa, spirito critico, senso del limite.
Se vogliamo davvero recuperare senso e responsabilità, dobbiamo ritrovare il coraggio di guardare in faccia il dolore. Non per celebrarlo (o per disturbare il fragile equilibrio delle nostre giornate), ma per riconoscerlo come parte naturale della vita, personale e collettiva.
In politica, significa affrontare i conflitti e le fragilità senza ridurli a slogan rassicuranti, accettando la complessità invece di evitarla per timore di perdere consenso. Ed è anche responsabilità nostra, come cittadini, scegliere e sostenere chi prova davvero a spiegare, ad approfondire, invece di chi si limita a frasi facili e slogan pronti all’uso. Nell’educazione, significa non rimuovere sempre la fatica o il fallimento dall’esperienza dei più giovani, ma aiutarli a trasformarli in consapevolezza e forza.
Perché – come scrive Han – solo chi vive e prova dolore è davvero capace di pensare. E potremmo aggiungere: solo chi accetta il dolore come parte del cammino può davvero cambiare sé stesso e il mondo che lo circonda.
La vera fragilità non nasce dal dolore, ma dal tentativo di eliminarlo a ogni costo. Perché solo attraversando il dolore – nella vita come nella politica – possiamo davvero pensare, scegliere e costruire qualcosa che duri.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.



