Riflessioni a partire da Gioventù rubata di Gustavo Pietropolli Charmet
Ho letto, per ben due volte e con grande interesse, Gioventù rubata – Che cosa la pandemia ha tolto agli adolescenti e come possiamo restituire il futuro ai nostri figli di Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e psicoterapeuta, fondatore dell’Istituto Minotauro di Milano. Un testo che mi ha colpito nel profondo, e mi ha spinto a scrivere queste righe. Perché a volte serve che qualcuno ci offra le parole giuste per nominare ciò che, pur essendo importante, non abbiamo mai avuto il coraggio di dire.
Durante la pandemia abbiamo parlato tanto (spero) con i nostri figli: regole, distanze, precauzioni, doveri, responsabilità. Ma con quanta naturalezza abbiamo parlato della morte, del dolore, della paura? Soprattutto con i preadolescenti e gli adolescenti?
Proprio in questa fascia d’età, come ci spiegano le ricerche e gli studi in ambito psicologico — e lo dico senza alcuna pretesa di competenza tecnica — i ragazzi iniziano a comprendere davvero che la morte è qualcosa di irreversibile, che riguarda tutti, anche loro stessi, e che, in fondo, è inevitabile. È un momento delicato, perché questo pensiero si intreccia con la costruzione dell’identità, con il bisogno di dare senso alla vita, con le paure più profonde, con le sfide quotidiane e, talvolta, anche con fantasie di onnipotenza o pensieri autolesivi.
La verità è che, spesso, non lo abbiamo fatto. Non per superficialità, ma per imbarazzo o per paura. Perché culturalmente la morte è un argomento che si evita, qualcosa da cui proteggere i ragazzi. Così abbiamo preferito il silenzio, tenendo lontano un tema che ci metteva a disagio.
Charmet nel suo libro lo dice in modo chiaro: «La morte è un argomento tabù.»
E lo è soprattutto con i ragazzi, che stanno costruendo la propria identità e hanno bisogno di adulti disposti a parlare, ad ascoltare, a non fuggire.
La pandemia ha portato la morte davanti ai loro occhi, nei notiziari e nelle case. Ma spesso non l’abbiamo affrontata insieme: abbiamo lasciato che i ragazzi, già spaventati e confusi, rimanessero soli di fronte a questo tema. E questo silenzio, come ricorda Charmet, non aiuta: anzi, può fare danni.
Numerosi studi in ambito psicologico e psico-educativo ci ricordano che l’assenza di uno spazio per parlare apertamente della morte – caratteristica diffusa nella cultura occidentale – non rappresenta una protezione, ma può diventare un fattore disfunzionale nello sviluppo emotivo dei giovani.
Evitare sistematicamente questi temi rischia infatti di amplificare ansie, senso di solitudine e paure non elaborate, lasciandoli più fragili di fronte a esperienze inevitabili di perdita o dolore.
«Educare alla morte può significare aiutare i ragazzi a sapere ciò che sanno… vita e morte sono avvinghiate fra loro.»
Questa riflessione mi ha colpito profondamente. Perché davvero possiamo aiutare: non servono discorsi perfetti, basta esserci. Basta dire che la morte esiste, ma che anche la vita è fatta di legami, di presenza fisica, cura, speranza. Che parlare del dolore non lo amplifica, ma lo rende condivisibile. Che nominare la morte non porta nessuno verso il buio: al contrario, può tenerli lontani dall’idea di affrontarlo da soli.
Esiste ancora un pregiudizio diffuso: “Meglio non parlare di certi temi, potrebbero spingerli in tentazione [si fa riferimento ai pensieri suicidari in adolescenza].” Ma, come sottolinea Charmet, è vero l’opposto: parlare è necessario. È terapeutico.
Da parte mia, come scrivente, sento la responsabilità di accogliere questo messaggio e rilanciarlo. Credo sia importante portare questi temi anche nei luoghi educativi e formali – a scuola, nei gruppi, nelle comunità – magari con il sostegno di figure competenti e preparate, se necessario. E sarebbe opportuno farlo, nella giusta maniera, già a partire dall’infanzia, quando si pongono le prime domande sul senso della vita e sulla fine. Perché parlarne in contesti condivisi può aiutare i ragazzi – e i bambini – a non sentirsi soli con le proprie paure, a dare un nome a ciò che provano e a costruire insieme un senso più profondo della vita, del dolore e della perdita.
Perché parlare della morte, in fondo, è un modo vero e potente per insegnare ad amare la vita. E i ragazzi hanno bisogno di adulti che non fuggono davanti a ciò che fa paura.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.





Condivido molto il contenuto dell’articolo. Da insegnante di bambini ho sempre invitato le famiglie ad affrontare il tema della morte ogni qualvolta se ne presentava l’occasione. C’è nei confronti del tema molto imbarazzo negli adulti quanta voglia di parlarne tra i piccoli. Mi sono trovata in momenti difficili perché a scuola alcuni bambini avevano avuto lutti molto importanti ma è stato veramente catartico poterne parlare e portare conforto.