Karen, da dove nasce l’idea di scrivere un libro sul “litigare bene”?
In modo un po’ inaspettato, devo dire. Da tempo, grazie alla mia attività sui social e alla radio, ho iniziato a parlare di conflitti, relazioni e comunicazione, e da lì è arrivata l’occasione. Ma la verità è che questo libro nasce da dentro, da una parte profonda della mia esperienza personale e professionale. Anch’io ho vissuto conflitti importanti nelle relazioni, e oggi lavoro con tante persone che si sentono perse nei momenti di tensione. Molti pensano che le uniche strade siano o esplodere o ingoiare tutto. Bianco o nero.
Con questo libro voglio mostrare che c’è un’altra possibilità: che si può restare in relazione senza annullarsi, e che si può anche litigare… senza distruggersi. Il conflitto può essere un’occasione di incontro, non solo di scontro. E’ un messaggio che sento urgente, anche per i più piccoli, che ci osservano e imparano da come viviamo le relazioni.
Il titolo è molto diretto. Cosa significa per te “litigare bene”?
Significa, prima di tutto, non evitare il conflitto a tutti i costi. Litigare bene vuol dire avere il coraggio di stare dentro a un momento di tensione con consapevolezza. Ogni conflitto porta con sé un messaggio: spesso parla più di noi stessi che dell’altra persona. È un momento in cui possiamo guardarci allo specchio e chiederci: “Cosa mi sta attivando davvero? Che bisogno ho che non riesco a nominare?”
Litigare bene non è solo questione di parole giuste, ma di fare un lavoro interno. Le emozioni forti sono normali, ma le nostre reazioni parlano della nostra storia, delle nostre ferite. E se impariamo ad ascoltarle, possiamo trasformare il conflitto in un’occasione per conoscerci meglio, per crescere. È un atto d’amore, verso noi stessi e verso gli altri.
Quando ci sono i figli, la responsabilità degli adulti nei conflitti aumenta?
Assolutamente sì. Non dobbiamo essere perfetti, ma dobbiamo sapere che quello che facciamo lascia il segno. I bambini non sempre riescono a esprimere a parole quello che provano, ma sentono tutto: i toni, i silenzi, gli sguardi.
Il conflitto in sé non è un problema. Il problema è come lo viviamo. Se urliamo, se scarichiamo la rabbia, se mettiamo i figli nel mezzo… allora facciamo loro del male. Ma se ci prendiamo la responsabilità delle nostre emozioni e sappiamo riparare dopo uno scontro, allora diventiamo un modello positivo.
Nel libro parlo anche dei conflitti tra genitori separati: lì la sfida è ancora più delicata. Ma è possibile farcela. Non si è più coppia, ma si resta una squadra genitoriale. Serve rispetto, consapevolezza, e a volte anche l’aiuto di un professionista.
Molti cercano di evitare i litigi per proteggere i figli. È una scelta giusta?
Spesso si pensa che nascondere il conflitto sia una forma di protezione, ma non è così. I bambini percepiscono tutto, anche il silenzio. E se non capiscono cosa succede, si costruiscono le loro spiegazioni — spesso sbagliate — e si colpevolizzano.
Meglio allora dare un senso a ciò che accade. Anche dire semplicemente: “Sì, mamma e papà erano arrabbiati, ma stiamo cercando di chiarirci. Tu non c’entri, sei al sicuro.” È una forma di protezione molto più efficace che far finta di niente. I bambini non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di adulti che sappiano riparare, riconoscere i propri errori e prendersi cura della relazione.
Nel tuo lavoro unisci teoria dell’attaccamento, comunicazione empatica e pedagogia dolce. Come convivono nel libro?
Sono strumenti che si intrecciano molto. La teoria dell’attaccamento ci aiuta a capire perché in certe situazioni reagiamo in un certo modo: se da piccoli ci siamo sentiti poco accolti, da adulti possiamo diventare più reattivi, ansiosi, o chiuderci nei conflitti.
La comunicazione empatica, invece, ci insegna a nominare emozioni e bisogni, senza colpevolizzare. E la pedagogia dolce porta uno sguardo educativo: il conflitto fa parte della vita e va affrontato, non evitato, solo così possiamo costruire la nostra esperienza e renderla costruttiva.
Anche la scuola ha un ruolo enorme in tutto questo. Se un bambino impara a gestire un litigio in modo sano fin da piccolo, porterà quella competenza con sé ovunque, anche da adulto. Per questo credo molto anche nella mediazione scolastica.
Nel conflitto spesso pensiamo che uno ha ragione e l’altro ha torto. Tu cosa ne pensi?
È una trappola. Siamo cresciuti con l’idea che nel conflitto ci debba essere un vincitore e un perdente. Ma così non si va da nessuna parte.
Il conflitto non è un errore nella relazione, è una parte inevitabile. Spostare il focus dalla colpa alla responsabilità cambia tutto: non è “chi ha iniziato”, ma “che cosa sta succedendo tra noi?”. Non si tratta di avere ragione, ma di ritrovare il contatto.
Nel libro cerco proprio di accompagnare il lettore a cambiare prospettiva: dal bisogno di “vincere” a quello di comprendere e connettersi.
C’è un comportamento tipico che inviti ad osservare nei conflitti?
Sì: dare all’altro la colpa delle nostre emozioni. “Mi fai arrabbiare!”, “Mi ferisci!”, “È colpa tua se sto così.” È un meccanismo umano, ma pericoloso. Perché se l’altro è responsabile delle mie emozioni… allora io non ho più nessun potere su di me.
Invece le emozioni si attivano dentro di noi. L’altro le può innescare, certo, ma non ne è la causa profonda. Se invece mi chiedo: “Cosa tocca in me questa situazione?”, apro uno spazio di consapevolezza e libertà.
E questo non è solo un lavoro personale. È anche un atto educativo: se i bambini vedono adulti che si assumono la responsabilità emotiva, impareranno a farlo anche loro.
Hai inserito strumenti pratici nel libro. Ce n’è uno che possiamo iniziare subito?
Certo! Ho voluto che il libro fosse anche un laboratorio pratico. Ci sono mappe, esercizi, esempi reali.
Un primo passo può essere quello di osservare il proprio stile nel conflitto: tendo ad attaccare, a fuggire, ad assecondare? Solo se riconosco da dove parto, posso iniziare a cambiare, “ciò che vedo lo posso trasformare, ciò che non vedo posso solo subirlo!”.
Propongo anche frasi da usare per comunicare in modo più responsabile: invece di “Tu mi fai sentire…”, proviamo con “Quando succede (…), io mi sento…”. Sembra una piccola cosa, ma cambia tutto.
E poi ci sono esercizi per imparare ad ascoltare il corpo, notare cosa succede prima che scatti la reazione automatica. Piccoli strumenti, ma davvero trasformativi.
Il libro è pensato solo per genitori o coppie?
Assolutamente no. È un libro per chiunque abbia una relazione… quindi, per tutti! Parla di conflitti tra amici, colleghi, parenti. È utile per chi vuole rompere vecchi schemi e trovare modi nuovi di stare in relazione.
E poi i figli non sono solo “dei genitori”, sono parte di una comunità. Anche un insegnante, un allenatore, un vicino, possono essere modelli. Ogni adulto ha un ruolo nella cultura del conflitto.
Questo libro è un invito collettivo: possiamo davvero imparare a stare meglio nelle relazioni, senza paura delle emozioni forti. È possibile. A piccoli passi ma con impegno.
Cosa vorresti che restasse ai lettori, alla fine del libro?
Vorrei che si sentissero liberi. Liberi di riscrivere la propria storia relazionale, senza rinnegare il passato, ma imparando a guardarlo con nuovi occhi.
Vorrei che portassero con sé l’idea che le relazioni non devono essere perfette, ma autentiche, dove si può sbagliare, inciampare, riparare; e che il conflitto non è il nemico, ma un’occasione per crescere, conoscersi e ri-conoscersi, un luogo in cui, nonostante la fatica, ci si può ancora incontrare!
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.
Karen Taranto
mediatrice familiare specializzata nella gestione dei conflitti nelle relazioni di coppia. Autrice del libro: Litigare bene si può se sai come farlo. Il conflitto come parte essenziale delle relazioni e occasione di crescita. Red Edizioni 2025




