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2 Giugno: non solo celebrare, non solo ricordare (di Fulvio Esposito)

Il 2 Giugno del 1946 si tenne il referendum che sancì la transizione del nostro paese alla forma repubblicana, ma il percorso iniziato con la resistenza e proseguito con la liberazione dal nazifascismo si completò soltanto un anno e mezzo dopo, con la promulgazione, il 27 dicembre del 1947, della Costituzione della Repubblica, democratica e fondata sul lavoro (art. 1). Il 2 Giugno è dunque, insieme al 25 Aprile, un’occasione propizia per riflettere su quanto è stato fatto e quanto resta da fare per dare piena attuazione ai principi costituzionali. Sì, perché di strada da fare ne resta molta. Basti pensare al principio di uguaglianza (art. 3) e alla perentoria indicazione alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli alla sua realizzazione, in un contesto nazionale, europeo e internazionale in cui le disuguaglianze continuano – invece – a crescere, e potere e risorse si concentrano in una cerchia sempre più ristretta dell’umanità.

In queste righe mi voglio concentrare su un altro articolo della Costituzione, l’articolo 34, secondo comma: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. La (mancata) attuazione di questo articolo riguarda da vicino la nostra Regione. Nei mesi scorsi, infatti, abbiamo assistito ad un tentativo d’ingresso in forze, nelle Marche, di un’università privata. Paradossalmente, ciò accade in una regione che non manca di istituzioni pubbliche di alta formazione, tutt’altro. Abbiamo 4 università; la Toscana, con un numero di abitanti più che doppio del nostro, ne ha 3, come il Piemonte che di abitanti ne ha il triplo; anche l’Emilia-Romagna ha 4 università statali pubbliche, ma ha tre volte gli abitanti delle Marche. Allora perché la Giunta Acquaroli si è affrettata a dare un parere favorevole all’apertura di corsi di laurea da parte dell’università privata Link? E cosa c’entra con questo l’articolo 34 della Costituzione? Mi concentro subito sulla seconda domanda e dopo cercherò di rispondere anche alla prima.

Il Consiglio di Stato, con il parere n. 1433 del 2019, ha ammesso che le università private possano assumere la forma di società di capitali. Cosa significa? Significa – e lo stesso Consiglio di Stato lo esplicita all’interno del parere – che dalle attività di formazione si possano trarre utili destinati ad “offrire una giusta remunerazione al rischio degli investitori”. Si tratta di una svolta che non è esagerato definire epocale, purtroppo non in senso positivo. Per capirci bene, non è la forma privata in quanto tale che intendo qui porre in discussione. La prestigiosa Università Bocconi, privata, nel suo Statuto (art. 4) sancisce l’assenza di fini di lucro e stabilisce che “gli eventuali utili e avanzi di gestione devono essere reinvestiti esclusivamente per lo sviluppo delle attività funzionali alla realizzazione dello scopo non lucrativo di utilità sociale per il quale l’Università Bocconi è stata istituita”. Tutto ciò non vale – evidentemente – per le società di capitali, il cui scopo è il lucro. Questo comporta un macroscopico conflitto con il principio sancito dall’art. 34 della Costituzione. Se il fine sono gli utili, destinati a remunerare gli investitori, e se tali utili derivano dalle rette (salate) pagate dagli studenti, non c’è nessun interesse da parte dell’università privata a verificare che siano i ‘capaci e meritevoli’ a raggiungere i gradi più alti degli studi: la selezione non sarà basata su capacità e merito, come prescrive la Costituzione, ma sulla capienza del reddito; cioè, brutalmente, se paghi ti laurei.

Chiarito questo punto, posso tornare a rispondere alla prima domanda, relativa alle motivazioni del parere della Giunta presieduta da Francesco Acquaroli. Una giunta di destra, per la sua collocazione politico-ideologica, non poteva che dare un parere favorevole all’ingresso nelle Marche dell’università privata, con fini di lucro, Link, indipendentemente da qualsiasi considerazione di necessità o opportunità. La posticcia foglia di fico – maldestramente invocata per coprire la vergogna – dei numeri insufficienti di medici e infermieri è una solenne sciocchezza: i medici che mancano sono quelli dei pronto soccorso (emergenza e urgenza) e della medicina di base, ma tutti sanno che le relative scuole di specializzazione sono sotto frequentate – cioè non arrivano neppure a coprire i posti disponibili – perché le condizioni di lavoro in quegli ambiti non sono appetibili, non perché le università non abbiano posti a sufficienza.

Ne trovino altre di scuse. Chiedano piuttosto al ‘loro’ governo di investire nella sanità pubblica almeno nella misura della media europea, consentendo a tutti i cittadini, indipendentemente dal ceto, di avere cure tempestive e adeguate (altro articolo della Costituzione, il 32, lontano, anzi, sempre più lontano dall’attuazione). Chiedano al ‘loro’ governo di non tagliare – come ha fatto – i fondi alle università pubbliche, creando enormi difficoltà, anziché fare ponti d’oro a chi intende lucrare anche sulla formazione universitaria.

Concludo con una bella citazione dal romanzo Il giorno prima della felicità di Erri De Luca (Feltrinelli, 2009).

Tornai verso casa continuando a pensare alle lezioni.
C’era una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita che permetteva a uno come me di imparare.
Ci ero cresciuto dentro e non mi accorgevo dello sforzo di una società per mettere in pratica il compito.
L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque.
La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza.
Non aboliva la miseria, però fra le sue mura permetteva il pari.
Il dispari cominciava fuori.

Viva la Costituzione, viva la Repubblica.

Fulvio Esposito

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