LiberaMente a cura di Vincenzo Luciani – psicoanalista
Forse dovremmo smetterla di sostenere che nell’universo giovanile tutto procede come sempre, che, in fondo, nulla è mutato rispetto al passato e che non c’è più disagio di quanto ce ne fosse in passato. Certo, nessuno si sogna di negare che ci sono giovani che manifestano comportamenti preoccupanti. Tuttavia si continua a pensare che la maggior parte degli adolescenti non incontra particolari difficoltà nell’attraversare questa fase della vita. Certo, ci sono molti giovani che continuano a vivere la crisi adolescenziale con i disagi che l’hanno sempre caratterizzata. Credo anche che tra gli adolescenti di oggi ce ne siano tanti di valore, forse più che in passato. Mostrano sovente una genuina disponibilità a spendersi per l’altro, rivelando una solidarietà davvero encomiabile. Tuttavia con il passare dei decenni constatiamo che l’adolescenza patologica si amplia sempre di più a discapito dell’adolescenza fisiologica. Si tratta di un fenomeno oramai confermato da tutti gli studi sull’argomento.
I risultati di questi studi indicano, con dati che dobbiamo considerare incompleti per difetto, che negli ultimi cento anni, negli Stati Uniti, in Giappone, in Europa, sono aumentati i suicidi, la depressione, i comportamenti antisociali, le dipendenze patologiche.
Si tratta di comportamenti che riguardano gli adolescenti di ogni ceto sociale, i ragazzi delle periferie degradate così come quelli che vivono nei “quartieri alti”. Al momento non abbiamo nessun indicatore che ci permetta di ipotizzare un’inversione di questo trend così poco rassicurante
Dovremmo allora prendere in considerazione l’ipotesi che queste generazioni di giovani si trovano ad affrontare un disagio mai conosciuto prima. E’ poco probabile che il grafico dell’attuale malessere giovanile possa subire cambiamenti rassicuranti se lo mettiamo in relazione con i cambiamenti strutturali in atto nella nostra società. Credo davvero che siamo di fronte ad una generazione uguale solo a sè stessa, una generazione mai incontrata prima.
Abitiamo una società percorsa da mutamenti che non sembrano favorire il benessere psicologico dell’essere umano. La nostra società, quella definita postmoderna, ha sovvertito radicalmente il rapporto che intratteneva con i suoi membri. L’essere umano da termine di riferimento ultimo di ogni gesto sociale, è divenuto uno strumento al servizio di finalità che non lo valorizzano come soggetto.
Che la società non si faccia più carico delle “esigenze dell’essere” trova una conferma, soltanto per fare un esempio, nel fenomeno dell’occultamento culturale della morte. La cancellazione di questa parola dal vocabolario sociale sembrerebbe un tentativo volto a disangosciare l’uomo. Al contrario si tratta di un oblio che facendo calare un velo sulla finitezza umana si rivela essere il frutto avvelenato dell’umano narcisismo.
Ogni società si è sempre data il compito di armonizzare il narcisismo individuale con gli interessi collettivi. Oggi dobbiamo prendere atto che non è più così. La finalità sociale prevalente è volta, infatti, a far credere che sia possibile dilatare a dismisura la libertà di ciascuno. L’uomo postmoderno crede ciecamente che possa, finalmente, accedere ad ogni forma di piacere.
La scienza ha dischiuso l’esistenza degli uomini ad inedite possibilità ma nello stesso tempo l’ha collocata dentro un ‘progetto’ di cui nessuno è in grado di indovinarne l’esito finale. Non si tratta di mettere in discussione le strabilianti conquiste scientifiche mitizzando ingenuamente il tempo passato. Tuttavia non possiamo non tener conto che la scienza, attraverso le sue applicazioni tecnologiche, ha prodotto effetti che hanno portato alla lacerazione dei riferimenti antropologici prima esistenti. Essa non ne ha più bisogno ed è anche per questo che ha eroso, logorato, l’autorità tradizionale lasciandone il posto vuoto. La scienza non ha alcuna necessità di interrogarsi su ciò che è bene o male, poichè il suo obiettivo solo secondariamente ha a che fare con la promozione del benessere. Nella sua applicazione pragmatica essa serve, prima di ogni altra cosa, ad accumulare profitto e potere. La promozione del benessere individuale paradossalmente rappresenta solo un mezzo per perseguirlo.
Oggi possiamo sostenere che lo statuto antropologico dell’uomo è quello di essere un instancabile consumatore. L’uomo non lavora più per sollevarsi dai suoi bisogni dentro ad un orizzonte di senso, bensì alimentare un consumo senza avere la più pallida idea del perché lo faccia. Ogni scelta è revocabile, mai definitiva. Oggi mi pare che non si possa sottoscrivere l’affermazione di Cartesio secondo cui il buon senso è la cosa al mondo meglio distribuita.
Il disagio che pervade la nostra società è, dunque, un disagio legato al vacillamento dei fondamenti secolari della civiltà occidentale. Si tratta di un disagio legato alla fine della modernità, da intendersi come perdita della centralità dell’ideale a discapito della promozione del godimento. Il dissolversi delle utopie volte ad immaginare un mondo migliore ha lasciato il posto all’individualismo e ad un edonismo mortifero.
Dobbiamo partire da qui se vogliamo comprendere qualche cosa dell’adolescenza postmoderna.
Gli adolescenti sono attraversati nel corpo da un eccesso pulsionale che mal si coniuga con la loro ‘identità debole’. Questo problema, che ha sempre accompagnato la crisi adolescenziale, oggi risulta acuito dal fatto che i giovani non vivono più dentro ad una società che li aiuta a temperare la spinta pulsionale. Al contrario essa si rivolge a loro con un’offerta di piaceri che non ha precedenti. Offerta rivolta massicciamente anche ai preadolescenti che sempre più precocemente vengono spinti a forza nell’età adolescenziale: non hanno ancora smesso di essere bambini che già sono rapiti dalle medesime sirene capaci di sedurre i più grandi. La nostra società vuole metterli tutti in riga dinanzi agli imperativi del mercato globale: “Godete! Godete finché potete!”. Potremmo aggiungere: “Godete fino a morirne!”.
La differenza con le società del passato non è rappresentata dal fatto che i giovani d’oggi sono soggetti ad una più massiccia omologazione. La differenza non concerne l’omologazione bensì il tipo di omologazione. Un tempo li si voleva omologati agli ideali, giusti o sbagliati che fossero, oggi, al contrario, li si pone sotto la dittatura del godimento.
Il malessere dei giovani deriva proprio da questo plus di piacere che sono spinti a cercare, ma che strutturalmente, in quanto esseri umani, sono destinati a mancare.
Perché se è vero che l’esistenza contempla la ricerca della felicità è altrettanto vero che questa ricerca richiede anche il dover fare i conti con un limite che rappresenta il fedele contraltare ad ogni forma di appagamento.
E’ il dissolvimento di questo limite, abolito dal disincanto nei confronti degli ideali, che cacciato dalla porta rientra in modo preoccupante dalla finestra, perché trasformato in una sofferenza sintomatica che non ha parole per essere detta.
Diventa essenziale, allora, tentare di far luce su questa complicata adolescenza postmoderna perché se, al momento, essa lascia ancora un po’ di spazio alla presenza della buona vecchia crisi adolescenziale è altrettanto vero che potrebbe prenderne definitivamente il posto.
Ma il male di vivere dei nostri giovani non è soltanto la conseguenza di un contesto sociale sfavorevole. Se tale contesto è in grado di produrre effetti deleteri sulla vita degli adolescenti, è solo perchè può ‘appoggiarsi’ sulla particolare intima natura dell’uomo. Natura che presenta come caratteristica peculiare quella di perseguire un compito impossibile: eliminare la ‘mancanza’ che alberga in ognuno di noi attraverso l’accesso ad un piacere senza resti e all’acquisizione di un’identità personale senza macchia, senza ombre.
L’uomo non solo crede che le sue fantasie narcisistiche siano aspirazioni legittime ma crede anche che siano realizzabili. Ecco che allora bisogna leggere il disagio postmoderno degli adolescenti come un disagio storicamente nuovo, almeno nelle sue dimensioni, in quanto frutto di un’alleanza inedita tra la “stupidità umana”, stupidità dell’inconscio fondamentalmente, ed il mercato che ponendo il godimento al posto dell’ideale, utilizza questa stupidità per poter prosperare.




