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“La complessità non può essere ridotta a slogan”: l’analisi di Roberta Bruzzone sul caso della “famiglia nel bosco”

Sul caso della cosiddetta “famiglia nel bosco”, che negli ultimi giorni ha scatenato un accedo dibattito pubblico e mediatico, interviene la psicologa forense Roberta Bruzzone, offrendo una riflessione articolata e invitando a maggiore prudenza nei giudizi.

Nel suo intervento, Bruzzone ricorda come decisioni come il collocamento eterofamiliare di minori non vengano mai prese con leggerezza dai tribunali, ma arrivino al termine di percorsi lunghi e complessi fatti di valutazioni tecniche, monitoraggi e tentativi di sostegno alla genitorialità.

Un contributo che prova a riportare la discussione su un piano più equilibrato, lontano da semplificazioni e slogan, ricordando che al centro di queste vicende devono restare sempre e solo i bambini coinvolti.

IL POST DI ROBERTA BRUZZONE:

Quando un tribunale dispone il collocamento eterofamiliare: qualche chiarimento necessario

Da psicologa che da oltre vent’anni si occupa di valutazione delle competenze genitoriali in ambito forense, sento il dovere di precisare un punto molto importante che in questi giorni sembra sfuggire a molti commentatori.

Il collocamento di un minore in un contesto eterofamiliare, che sia affido o altra forma di protezione, non è mai una decisione presa con leggerezza.

Al contrario, nella prassi dei tribunali minorili italiani si tratta di uno dei provvedimenti più estremi e dolorosi che un giudice possa assumere.

E proprio per questo motivo non arriva mai all’esito di valutazioni superficiali.

Come si arriva davvero a decisioni di questo tipo

Nella mia esperienza professionale, e nella prassi dei tribunali, queste decisioni arrivano solo dopo percorsi lunghi e articolati, che spesso durano mesi, a volte anni.

Durante questo tempo vengono attivati:

  • servizi sociali
  • consulenze tecniche psicologiche e psichiatriche
  • interventi di sostegno alla genitorialità
  • monitoraggi ripetuti della situazione familiare

L’obiettivo è sempre uno: consentire ai genitori di recuperare adeguate competenze genitoriali.

Il collocamento eterofamiliare arriva solo quando questo percorso non produce miglioramenti sufficienti e i rischi per i minori diventano sempre più evidenti.

Il caso della “famiglia nel bosco”

La vicenda che in questi giorni sta suscitando tanto clamore mediatico, quella della cosiddetta “famiglia nel bosco”, sta generando una quantità enorme di commenti, spesso molto accesi.

Il problema è che la stragrande maggioranza delle persone che commentano non ha letto le carte.

Molti non hanno avuto accesso:

  • agli atti dei servizi
  • alle relazioni tecniche
  • alle consulenze specialistiche
  • e, soprattutto, all’ordinanza del tribunale che motiva la decisione.

Senza questi elementi è impossibile comprendere davvero il quadro clinico e giuridico della situazione.

La questione centrale: l’adeguatezza della funzione genitoriale

Quando si arriva a provvedimenti di questo tipo, il nodo non è mai una scelta di vita alternativa o uno stile educativo non convenzionale.

Il punto centrale è sempre la valutazione dell’adeguatezza della funzione genitoriale.

Se, sulla base delle relazioni tecniche e degli accertamenti svolti nel tempo, emergono condotte o condizioni che mettono a rischio il benessere dei minori, il tribunale è obbligato a intervenire.

E i rischi possono riguardare:

  • la salute mentale dei bambini
  • la loro sicurezza fisica
  • lo sviluppo cognitivo e relazionale
  • l’accesso a strumenti educativi e sociali fondamentali

Un anno di tempo per adeguarsi

Da quanto emerge dalle informazioni disponibili, ai genitori era stato concesso un lungo periodo — circa un anno — per adeguarsi a richieste ritenute legittime e necessarie.

Richieste finalizzate a garantire ai bambini:

  • un ambiente di crescita adeguato
  • accesso all’istruzione
  • possibilità di sviluppo sociale
  • strumenti per interagire con il mondo esterno

Quando queste indicazioni non vengono recepite e la situazione non migliora, il tribunale può trovarsi costretto ad adottare provvedimenti più incisivi.

Il mito della “sicurezza assoluta nel bosco”

L’idea che quella situazione fosse intrinsecamente sicura e protettiva per i bambini è una narrazione molto suggestiva, ma decisamente poco rigorosa sul piano tecnico.

Una condizione di isolamento totale o quasi totale dal contesto sociale può comportare criticità molto serie nello sviluppo dei minori.

Non basta un ambiente naturale o bucolico per garantire:

  • sviluppo emotivo equilibrato
  • competenze sociali adeguate
  • strumenti cognitivi per affrontare la realtà

Servono silenzio e equilibrio

Questa è una vicenda estremamente delicata, che riguarda prima di tutto dei bambini.

E proprio per questo avrebbe bisogno di:

  • silenzio
  • equilibrio
  • prudenza

Tre elementi che purtroppo spesso scompaiono quando un caso diventa mediaticamente esplosivo.

Gli slogan ideologici non aiutano i minori

Capisco che situazioni di questo tipo possano generare reazioni emotive forti.

Ma lanciarsi in proclami ideologici senza conoscere davvero la vicenda non aiuta nessuno.

Soprattutto non aiuta i bambini coinvolti, che sono e devono restare l’unico vero centro di queste decisioni.

E se un tribunale arriva a prendere una decisione così dolorosa, lo fa per cercare di proteggere ciò che resta di un equilibrio già fortemente compromesso.

C’è poi un elemento specifico che merita di essere sottolineato, perché emerge direttamente dalle indicazioni contenute nell’ordinanza.

Il fatto che dei bambini abbiano rotto una persiana, ne abbiano ricavato dei bastoni e abbiano aggredito due educatrici è già di per sé un episodio di una gravità assoluta sotto il profilo educativo e relazionale.

Si tratta di un comportamento che, in qualunque contesto di valutazione delle competenze genitoriali, rappresenta un indicatore serio di criticità nella gestione dei limiti, delle regole e dell’aggressività.

Ma il punto che rende la situazione ancora più preoccupante è un altro.

Se fosse vero — come riportato nell’ordinanza — che la madre avrebbe ritenuto questa condotta adeguata da parte dei bambini, allora il problema non è più soltanto il comportamento dei minori.

Il problema diventa la cornice educativa e valoriale all’interno della quale quel comportamento viene interpretato e legittimato.

E quando un adulto di riferimento non riconosce come problematico un atto di aggressione, oppure lo considera in qualche modo giustificato o appropriato, questo è un elemento che, in sede di valutazione delle competenze genitoriali, non può essere in alcun modo sottovalutato.

Per questo motivo invito davvero tutti a mantenere un atteggiamento prudente.

Perché, leggendo alcuni passaggi degli atti, appare piuttosto evidente che questa vicenda è probabilmente molto più complessa di come alcuni racconti mediatici la stanno rappresentando.

E quando si parla della tutela di bambini, la complessità non può essere sostituita da slogan.

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1 commento

  1. Viviamo in una società che vuole essere immediata in ogni sua specificità,tuttologi siamo in altrui contesti e vogliamo che la nostra opinione prevalga su tutto e tutti anche se non è nostro campo,certo che i media non aiutano affatto anzi sfruttano

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