Mi è capitato, qualche giorno fa, di imbattermi in una notizia ANSA che ha messo nero su bianco sensazioni che molti di noi coltivano da tempo, tra dati già noti e pregiudizi che speravamo infondati.
L’Italia è il quarto Paese europeo per numero di università presenti nella classifica QS World University Rankings: Europe 2026: 65 atenei rappresentati, con progressi importanti in alcune istituzioni come Catania e Genova. Ma c’è un paradosso evidente: mentre alcune eccellenze brillano, il sistema universitario italiano fatica a tenere il passo rispetto agli altri Paesi europei, e non riesce a trasformarsi in un polo davvero attrattivo per studenti stranieri. In altre parole, formiamo ancora – se pur con fatica – giovani capaci, ma raramente li tratteniamo e difficilmente riusciamo ad attrarne di nuovi dall’estero.
Le ragioni di questo affanno non sono misteriose né lontane. Le università italiane fanno ricerca di qualità, spesso con risorse inferiori rispetto ai grandi atenei europei; i giovani studiano, si specializzano, si formano bene. Ma poi incontrano un sistema che fatica a offrire opportunità di lavoro stabile, carriere chiare, stipendi adeguati, tempi di vita sostenibili. Le imprese investono poco in ricerca, lo Stato finanzia poco e a intermittenza, la burocrazia rallenta tutto. Così il giovane prende la strada più semplice: va dove viene accolto, valorizzato, messo nelle condizioni di crescere. Non è una fuga romantica, è una scelta razionale. E quando un Paese non riesce a trattenere i suoi giovani né ad attrarne di nuovi, il problema non è dei ragazzi, delle ragazze, ma del contesto che li circonda.
Nel frattempo, il Paese continua a perdere giovani laureati: in dieci anni quasi 100.000 giovani tra i 25 e i 35 anni hanno lasciato l’Italia. Un’emorragia di talenti – di idee, di competenze, di energie, di vite, di opportunità – che parla di mancata attrazione e di scarsa capacità di trattenere chi si forma qui.
Non si tratta di numeri astratti. Parlo di ragazze e ragazzi che abbiamo visto crescere a scuola, incoraggiato a studiare, spinto ad alzare l’asticella delle proprie ambizioni. Che poi — una volta formati — se ne sono andati, non sono rimasti, non perché eccezionali, ma perché il sistema non ha saputo offrire a ciascuno di loro un contesto in cui poter contribuire al futuro del Paese.
E mentre celebriamo — giustamente — le eccellenze di alcuni atenei, c’è un dato che merita di essere guardato senza indulgenze. Su 51 università italiane valutate, 35 hanno perso posizioni nella classifica europea rispetto all’anno precedente: quasi due atenei su tre. Non perché il sistema peggiori in termini assoluti, ma perché altri Paesi avanzano più rapidamente. Il risultato è un saldo complessivo negativo che riguarda il 41% delle università italiane, uno dei più alti in Europa tra i Paesi con un sistema universitario consolidato. Non un crollo improvviso, ma un segnale strutturale che racconta la difficoltà dell’Italia nel tenere il passo nella competizione internazionale.
A questo quadro si aggiunge un’altra emergenza: la crisi demografica. Secondo ISTAT, nel 2024 sono nati circa 370.000 bambini: il numero più basso dall’Unità d’Italia. Da quasi vent’anni le nascite diminuiscono ininterrottamente. Ogni donna ha in media 1,18 figli, poco più della metà di quelli necessari per garantire il ricambio generazionale. Non è solo una questione statistica: significa meno giovani, meno studenti, meno lavoratori, meno futuro.
Nello stesso anno, i decessi hanno superato le nascite di oltre 280.000 persone e, nonostante l’apporto dell’immigrazione, la popolazione complessiva continua a calare: circa 37.000 abitanti in meno, con l’Italia che scende sotto i 59 milioni di residenti.
Questo doppio trend – fuga dei giovani laureati e drastico calo delle nascite – dice una cosa chiara: il nostro Paese fatica (o non intende) a creare condizioni in cui i giovani possano prosperare, formarsi e scegliere di restare. E se nemmeno riusciamo a rendere attrattive le nostre università per chi arriva dall’estero, perdiamo anche l’opportunità di un arricchimento globale, di confronto e di innovazione.
Da genitori e adulti, questa constatazione ci impone una domanda radicale: quali messaggi stiamo trasmettendo alle nuove generazioni? Perché non basta dire ai ragazzi “studia, impegnati, sarà ripagato” se poi il contesto di vita, di studio e di lavoro non regge. Non basta incoraggiarli a crescere se poi vedono che restare significa spesso rinunciare alle proprie aspirazioni.
La sfida non è solo educativa o economica: è culturale. Lo studio, l’educazione, la partecipazione sociale e professionale dei giovani non devono essere visti come un costo, ma come un investimento fondamentale. La demografia non è solo un indicatore statistico: è l’espressione numerica di vite, di progetti, di scelte di futuro.
Per questo, perdere quasi 100.000 laureati, avere il numero di nascite al minimo storico e non riuscire ad attrarre studenti stranieri non sono fenomeni separati: sono segnali convergenti di un Paese che non investe nei suoi figli, nella loro formazione e nel loro futuro.
Se vogliamo davvero che l’Italia sia un posto in cui studiare, crescere, restare e contribuire, dobbiamo guardare questi numeri in faccia, elaborare risposte sistemiche e mettere al centro di ogni scelta – politica, educativa, sociale – il valore delle nuove generazioni.
Puoi proclamare impegni e buone intenzioni quanto vuoi: se i fatti raccontano che i giovani se ne vanno, i bambini non nascono e le nostre università non attraggono talenti dall’estero, le parole non bastano.
Di fronte a questi numeri, le chiacchiere stanno a zero.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.





Sono con un pensiero ad anni fa quando il Monti della situazione invitava i nostri bamboccioni a cercare altrove il futuro,doveva essere un allarme ed invece si applaudiva ,tardi troppo tardi e con colpe anche della sinistra,contenda la destra meno cultura piu’ potere