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Pitecus – Umanità in frantumi (di Piergiorgio Pietroni)

Gildo è chiuso in casa; Fiorenzo, uomo limbo, sta male fisicamente; un padre logorroico non si capacita dell’omosessualità del figlio; Mirella prega intensamente la divinità per essere assunta alle poste; le sorelle di Cenerentola sono ossessionate dal numero di scarpe e dai vari modelli. Uomini che tentano di godersi sprazzi di libertà, ma proprio perché a sprazzi, non la riconoscono più.

Questi e altri personaggi parlano un dialetto frastagliato e tronco, si muovono nervosetti, fanno capolino dalle fessure e dai buchi dei siparietti di stoffa variopinti. I menti e le capoccette pensanti spuntano e si alternano dai siparietti di sete, di reti e di juta, dando il senso di quartieri popolari affollati, dove il gioco e la fantasia alzano il vessillo dell’incomprensione media.

Il quadro di scena è la scenografia mista al costume: ogni storia ha il suo habitat, ogni personaggio un corpetto diverso e mortificato.

Pitecus è uno spettacolo che analizza il rapporto tra l’uomo e le perversioni: laureati, sfaticati, giovani e disperati alla ricerca di un’occasione che ne accresca le tasche e la fama; pluridecorati alla moralità che speculano sulle disgrazie altrui; persone che tirano avanti una vita ormai abitudinaria; individui che vendono il proprio corpo in cambio di un benessere puramente materiale; esseri che viaggiano per arricchire competenze culturali esteriori e superficiali.

Pitecus racconta storie di tanti personaggi, un andirivieni di gente che vive in un microcosmo disordinato: stracci di realtà si susseguono senza un filo conduttore. Sublimi cattiverie rendono comici ed aggressivi anche argomenti delicati. Non esistono rappresentazioni positive: ognuno si accontenta, tutti si sentono vittime, lavorano per nascondersi, comprano sentimenti e dignità, non amano, creano piattume e disservizio.

I personaggi sono brutti somaticamente ed interiormente, sprigionano qualunquismo a pieni pori, sprofondano nell’anonimato ma, grazie al loro narcisismo, sono convinti di essere originali, contemporanei e, nei casi più sfacciati, avanguardisti. Parlano un dialetto misto, sono molto colorati, si muovono nervosi e, attraverso la recitazione, assumono forme mitiche e caricaturali, quasi fumettistiche.

Uno spettacolo composto da siparietti di vita e rappresentato scenograficamente da veri siparietti di diverso colore e stoffa, con apportati tagli e fessure rotonde o ovali, da dove Rezza infila volto, mani, braccia, gambe per dar vita ai poliedrici personaggi. La sua capacità attoriale è stupefacente, sia nella varietà della voce che del viso: una maschera umana capace di comunicare e prendere per mano lo spettatore, portandolo facilmente nel suo mondo. E, caso mai ricalcitrasse, allora lui, dal proscenio, ti prende per mano e ti accompagna – invita – ad entrare nel suo mondo, che è un mondo di riflessione, dove dietro alla risata poi rimane l’amaro in bocca.

Teatro esaurito, composto per il 95% da spettatori non maceratesi, pochi volti conosciuti. Non ricordo un Cineteatro Italia così pieno per uno spettacolo teatrale: devo andare indietro nel tempo e ricordare Strehler, che venne a parlarci del suo Faust in allestimento al Piccolo, con la partecipazione del nostro concittadino attore Franco Graziosi.

Dobbiamo ringraziare Cecchetti, titolare del Basquait Bistrot, che ha portato a proprie spese la compagnia di Flavia Mastella e Antonio Rezza, che – se non ricordo male – non è mai stato invitato a Macerata. Lo stesso Rezza ci ha dato appuntamento al prossimo mese di febbraio al Teatro delle Muse di Ancona, dove potremo assistere al suo nuovo spettacolo.
E allora, appuntamento a tutti ad Ancona.

Di Piergiorgio Pietroni

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