Già nel mio ultimo contributo avevo richiamato l’attenzione sul valore educativo e relazionale dell’educazione sessuo-affettiva a scuola Educare all’affettività non è un rischio. È una necessità. (27 ottobre 2025).
Oggi torno sul tema, perché qui non si scherza: in gioco c’è la vita affettiva e relazionale dei nostri ragazzi. Ci sono – o meglio, ci dovrebbero essere – due luoghi in cui i giovani imparano a conoscere il corpo, la sessualità e le relazioni con l’altro o con l’altra: la famiglia e la scuola. Eppure, troppo spesso, entrambe le agenzie educative tacciono. Ed è proprio in quel silenzio che si insinua un terzo “maestro”, un supplente non invitato ma sempre disponibile: il web. Solo che il web non educa, seduce. Non accompagna, mostra — e spesso mostra tutto, troppo presto. Non parla di affetto, ma di consumo.
La sessualità, in famiglia, è spesso trattata come un cristallo delicatissimo: la si tocca piano, con l’ansia di non combinare guai. Molti genitori provano imbarazzo, fanno fatica a trovare le parole giuste, temono di dire troppo o di dire male. Così si rifugiano nella frase magica: “Tanto lo scopriranno da soli, come abbiamo fatto noi.” Solo che noi “lo scoprivamo” in un altro tempo, quando Internet non esisteva, non era il primo insegnante pronto a spiegare — o a confondere — tutto, da solo.
E così il testimone dovrebbe passare alla scuola, il luogo naturale in cui i ragazzi potrebbero imparare a conoscere l’affettività, il rispetto reciproco, le differenze, il consenso e il corpo. Eppure, troppo spesso, anche la scuola tace. Per prudenza, per mancanza di formazione specifica, per timore di affrontare un tema considerato “sensibile” o per vincoli politici e ideologici. Non mancano insegnanti motivati e attenti, ma mancano percorsi strutturati, continuità e strumenti concreti. Nel frattempo, però, i minori non aspettano: esplorano il web da soli, spesso imbattendosi nella pornografia online. Un insegnamento non richiesto, rapido, privo di contesto e di guida, che sostituisce la relazione con l’adulto e plasma la loro idea di sessualità e di relazione affettiva. Quando la famiglia tace e la scuola si eclissa, c’è sempre qualcuno pronto a riempire il vuoto. E il nuovo professore di educazione sessuale si chiama Google. L’assistente di laboratorio? Pornhub. La loro lezione è sempre aperta: 24 ore su 24, gratuita, senza limiti d’età. Peccato che lì non si impari l’amore: si impara il consumo. Si impara altro.
Oggi, secondo diverse ricerche internazionali, circa il 60% dei siti Internet contiene materiale a sfondo sessuale. Basta digitare la parola “porno” per ottenere oltre 1,2 miliardi di risultati in meno di un secondo. È un universo senza filtri, accessibile a chiunque, anche a un bambino. Il mercato globale della pornografia online vale più di 200 miliardi di dollari l’anno, e questo senza contare la parte sommersa del deep e dark web, dove i contenuti diventano più espliciti, più violenti, e totalmente fuori controllo. L’Italia, nel frattempo, non è spettatrice ma protagonista: è tra i primi quattro Paesi al mondo per consumo, con un giro d’affari che sfiora i 5 miliardi di euro all’anno. Durante la pandemia il fenomeno è letteralmente esploso: tra il 2020 e il 2023, il consumo di pornografia online è aumentato del 120%. Il dato più inquietante, però, è l’età del primo accesso: 11 anni. Circa il 90% dei ragazzi tra 8 e 16 anni visita, con frequenza variabile, siti pornografici. E non parliamo più di curiosità ingenua: uno studio autorevole mostra che tra i 12 e i 18 anni l’87% dei maschi e il 78% delle femmine ha già visto pornografia, spesso violenta o degradante.
Non sorprende che oggi la pornografia sia considerata la seconda forma di dipendenza al mondo, subito dopo le droghe, superando anche il gioco d’azzardo (World Health Organization; American Psychological Association). Il motivo è scientifico: la visione di pornografia iperattiva i circuiti del piacere e della motivazione del cervello, un po’ come un videogioco senza fine. Più guardi, più vuoi continuare, e ogni volta servono stimoli sempre più forti per ottenere la stessa scarica di soddisfazione. La spirale è nota: curiosità, ricerca di stimoli più intensi, autoerotismo compulsivo, perdita di controllo, isolamento e difficoltà relazionali. Uno studio italiano mostra che il 16% dei giovani maschi tra i 18 e i 20 anni manifesta già segni di disfunzione erettile associata a un consumo eccessivo di pornografia online. Ma i danni non sono solo fisici: ansia, depressione, calo del desiderio, perdita di empatia e trasformazione dell’altro in oggetto di consumo sono le nuove sindromi della sessualità digitale.
A tutto questo si aggiunge un paradosso biologico: l’ossitocina, l’ormone che regola il legame affettivo e la sessualità condivisa, viene secreta non in una relazione reale, ma davanti a uno schermo. Il cervello finisce per percepire come “partner” un amante virtuale. Col tempo, l’attrazione verso il partner reale si indebolisce, fino a quella che gli studiosi chiamano “impotenza da pornografia”: il piacere diventa possibile solo davanti all’immagine artificiale. Non è più sessualità, né affettività. È solitudine.
E noi? Noi siamo qui, nel paradosso perfetto: discutiamo se sia “opportuno” parlare di educazione affettiva nelle scuole, mentre milioni di ragazzi vengono “dis-educati” – anzi, “formattati” – dal web. Se famiglia e scuola tacciono, Google e Pornhub diventano i nuovi educatori sentimentali, della sessualità. Solo che non hanno un’anima, non conoscono la tenerezza, non insegnano il rispetto. E allora sì, parliamone. La domanda non è se introdurre l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, ma come farlo: presto, bene, con competenza, empatia e metodo. Perché il vero pericolo non è la curiosità dei nostri figli, ma il vuoto educativo che altri – invisibili, potenti, senza volto – stanno già riempiendo. La scuola non può essere un luogo opzionale per l’educazione sessuale. Deve diventare centrale, strutturata, scientifica, ma anche umana: capace di integrare emozioni, corpo, rispetto e responsabilità.
Perché, piaccia o no, il futuro dei nostri ragazzi – e delle loro relazioni – passa da qui.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani




Sempre analitico e puntuale