“Aveva già avuto rapporti sessuali, dunque era in condizione di immaginarsi i possibili sviluppi della situazione.” È questa la motivazione con cui il Tribunale di Macerata ha assolto un uomo dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazza di 17 anni. Una frase che pesa come un macigno, riportata da Il Messaggero e destinata a far discutere a lungo, perché non solo solleva dubbi sulla giustizia in sé, ma soprattutto sul modo in cui questa viene esercitata quando si parla di violenza di genere.
Secondo la ricostruzione della vittima, l’aggressione sarebbe avvenuta in un’auto, in una zona appartata, durante un’uscita con un’altra coppia. Rimasti soli, l’imputato — 25 anni all’epoca — avrebbe bloccato la ragazza con una mano sulla spalla, causandole ecchimosi giudicate guaribili in otto giorni, e l’avrebbe costretta a un rapporto sessuale. Lei ha raccontato di aver cercato di respingerlo con un pugno, senza riuscire a liberarsi.
La difesa ha invece sostenuto che il rapporto fosse consenziente. E i giudici hanno accolto questa versione, sottolineando che la ragazza “non avrebbe opposto resistenza”, che “non avrebbe cercato di fuggire, ad esempio aprendo la portiera dell’auto”, e, soprattutto, che — avendo già avuto rapporti in passato — avrebbe potuto prevedere quanto stava per accadere.
Una sentenza che ha portato all’assoluzione in primo grado. Ora, il caso è approdato in appello, ad Ancona.
Ma c’è qualcosa che va oltre la dinamica processuale: c’è una visione della donna, del suo corpo e dei suoi diritti, che affiora tra le righe delle motivazioni. Dire che una ragazza “se lo doveva aspettare” perché aveva già avuto esperienze sessuali non è solo offensivo, è pericoloso. Significa in qualche modo trasformare la vittima in complice, come se il consenso fosse un fatto scontato e permanente, come se dopo una prima esperienza una donna non potesse più dire di no.
Un messaggio tossico, che mette in discussione uno dei principi fondamentali del consenso: ogni rapporto è a sé, ogni volta si deve chiedere, ogni volta si può rifiutare.
Immobilità non è consenso
Altro punto critico nella sentenza è l’interpretazione della mancata reazione della ragazza. I giudici sembrano attribuirle un valore di consenso implicito, dimenticando che moltissime vittime di violenza sessuale — soprattutto quando colte alla sprovvista, o spaventate — non urlano, non si dibattono, non scappano, ma si bloccano. È una reazione psicologica documentata, nota come “freezing”, e riconosciuta da esperti e studi internazionali.
Inoltre, le ecchimosi riportate dalla ragazza sono un elemento fisico che avrebbe meritato maggiore attenzione, non derubricato come compatibile con un rapporto consenziente.
Una giustizia che scoraggia
Questo caso riapre una ferita profonda: quella della sfiducia delle vittime nel sistema giudiziario. Se a una ragazza viene detto, in sostanza, che avrebbe dovuto aspettarsi una violenza perché aveva già avuto rapporti sessuali, cosa impedisce che domani lo stesso venga detto a un’altra, e poi a un’altra ancora?
Una giustizia che guarda alla “morale sessuale” della vittima anziché ai fatti, non è più imparziale. È una giustizia che emette sentenze basate su stereotipi, che pesa il passato più del presente, che impone alle donne un fardello insostenibile: quello di dover sempre dimostrare di essere “brave abbastanza” da meritarsi ascolto.
Il peso delle parole
Le parole dei giudici, in questo caso, non sono solo motivazioni giuridiche. Sono un messaggio pubblico. E per molte donne, soprattutto giovani, rappresentano l’ennesima conferma che denunciare può essere inutile, o peggio, dannoso. Che il proprio comportamento sarà passato al microscopio, che ogni errore — reale o presunto — verrà usato contro di loro.
Ora spetterà alla Corte d’Appello di Ancona riesaminare il caso. Ma il dibattito che ne scaturisce va ben oltre quella singola aula di tribunale. Riguarda la cultura giudiziaria, la formazione dei magistrati, il linguaggio usato nei procedimenti che trattano violenza sessuale. Riguarda, in definitiva, che idea di giustizia vogliamo per il nostro Paese.
Perché se quella attuale dice che una ragazza “doveva immaginarselo”, allora c’è qualcosa di profondamente sbagliato.
Di Redazione



