La sua malattia non lo ha mai fermato. Neppure nell’insegnare, con discrezione, il valore di ciò che davvero conta.
A Reggio Emilia, lo scorso 30 giugno, è morto Giovanni Iotti. Aveva diciannove anni. Dal 2021 conviveva con una malattia che non gli ha dato tregua. Eppure, non si è mai arreso: ha continuato a studiare, a vivere, a costruire relazioni, in cerca di quelle più autentiche. Due giorni prima di morire ha sostenuto la maturità, ottenendo il massimo: 100.
Ma il dono più grande che ci ha lasciato non è un voto. È una lettera, poche righe affidate ai genitori, Paolo e Paola, e consegnate a tutti noi il giorno del funerale. Parole nate nel silenzio, nella sua intimità, che diventano ora un segno per tutti. Perché arrivano dritte al centro.
Questo è il cuore del messaggio:
«Abbiate la massima cura di queste cose: salute mentale, salute fisica e, soprattutto, affetti. Tutto il resto è superficiale.»
“Superficiale” è una parola che usiamo spesso, quasi sempre con leggerezza: per bollare una notizia, una polemica da social, una moda passeggera. Giovanni l’ha scritta invece nel momento più vero, quando il tempo si fa corto e lo sguardo si fa limpido. Ha separato, con poche parole, l’essenziale dal superfluo.
Ed è difficile restare indifferenti. Perché in quelle parole non c’è una lezione da imparare, ma una vita vissuta, se pur breve, fino in fondo, anche nella fragilità.
Giovanni non ci ha detto solo cosa vale: ci ha mostrato, senza clamore, come si può vivere quando si ha chiaro che ogni giorno conta davvero.
Noi adulti, invece, troppo spesso ci perdiamo. Non è solo questione di tempo che manca. A volte è che non sappiamo leggere le domande profonde che abitano i nostri ragazzi. Siamo disorientati di fronte alle loro inquietudini, alle fragilità, alle tensioni che vivono – e così finiamo per aggrapparci a ciò che ci sembra più facile: dare risposte veloci, regole formali, giudizi automatici, ancor peggio, “robe” da accumulare. Trasmettiamo, spesso senza volerlo, un’idea distorta di ciò che conta davvero. Li abituiamo a dare più peso all’apparenza che alla sostanza. Parliamo tanto, ma ascoltiamo poco. Li guardiamo, ma senza davvero vederli. E così loro imparano a nascondersi, a rincorrere approvazione dove non c’è verità, ma solo il riflesso di ciò che sembra valere: l’effimero, il consenso, un nuovo oggetto da possedere, un like in più da conquistare. Poi arriva un ragazzo come Giovanni. E rimette tutto al suo posto. Non con la rabbia, non con una predica, ma con la semplicità di chi ha guardato in faccia la vita, senza veli.
Ci ricorda che l’educazione più urgente non è al successo, ma al senso. Che la scuola, la famiglia, la comunità non devono solo riempire le giornate dei ragazzi, ma soprattutto i loro cuori.
Le sue parole non raccontano tutta la sua storia. Non vogliono essere un monumento, né una morale. Sono un invito sommesso, che parla più al cuore che alla mente: abbiate cura della salute mentale, di quella fisica, e – soprattutto – degli affetti. Tutto il resto davvero non conta.
Non serve averlo conosciuto per sentirne la forza. Perché la verità, quando è semplice, non ha bisogno di spiegazioni. Ci trova, se siamo disposti ad ascoltarla.
Non è un testamento scritto per dire “dovete essere migliori”. È un invito a essere più presenti. Più veri. A tornare a guardarci negli occhi. A scegliere, ogni giorno, l’essenziale.
A noi adulti resta un compito prezioso: trasformare quelle parole in gesti concreti ogni giorno. Non perché dobbiamo essere perfetti, ma perché i ragazzi ci guardano. E hanno bisogno di qualcuno che, pur tra errori e incertezze, sappia ricordare e testimoniare ciò che conta davvero.
Con determinazione e senso di responsabilità, custodiamo e trasmettiamo i valori che sembrano smarriti: è la missione essenziale di ogni adulto, di ogni genitore.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




