Un racconto di autenticità, ansie e sogni, che parla a tutte le generazioni.
Still Charles, all’anagrafe Carlo Aprea, è un cantautore indie/rock classe 2000, cresciuto a Civitanova Marche. La passione per la musica lo accompagna fin da piccolo, tra pianoforte e chitarra, diventati presto il suo linguaggio più autentico. Nel 2021 pubblica da indipendente il primo singolo “Wembley”, seguito da brani come “Sottosopra”, “Occhi Rossi”, “Non fa per me” e “STOCCOLMA”, che superano i 5 milioni di streaming e conquistano playlist editoriali su Spotify. Nel 2023 vince “Bologna Musica d’Autore” e “1MNext 2023”, esibendosi sul palco del Concerto del Primo Maggio con il singolo “sotto sotto”. A novembre dello stesso anno esce il suo primo EP “NAVIGARE”. Nel 2024 firma con Universal Music/EMI Records, pubblica i singoli “Sereno” e “AMORETABACCO” e, a luglio 2025, il suo secondo EP “ANCORACARLO”: un nuovo capitolo, sempre fedele alla sua scrittura diretta e sincera.
Carlo, chi c’è davvero dietro “Still Charles”? Se dovessi raccontarti senza parlare di musica?
Sono sempre stato un ragazzo timido, di quelli che al primo incontro passano quasi inosservati. Ho bisogno di tempo per farmi conoscere davvero. Sono anche uno che fa caso ai dettagli, alle piccole cose che spesso sfuggono agli altri. Vivo un passo alla volta, senza fretta, cercando di seguire ciò che mi appassiona e restando vicino a chi mi fa sentire davvero a casa.
C’è stato un momento preciso in cui la musica è diventata più di una passione?
Non direi che c’è stato un momento “boom”: è stato più un percorso. Passo dopo passo, mi sono accorto che in quello che facevo c’era qualcosa di speciale. Ho iniziato a credere in me stesso, stranamente, fin dall’inizio. E credo che questa sia solo la prima parte del viaggio, che il bello debba ancora arrivare. La cosa che mi convince ogni giorno è la naturalezza: come se la musica facesse già parte di me, anche nei sacrifici che richiede.
Se ripensi alle prime canzoni, quale emozione ti torna più forte?
Nostalgia. Ma non nostalgia triste: più quella sensazione bella di quando stai scoprendo un mondo nuovo. Ricordo “Wembley”, il primo singolo che ho pubblicato con un po’ più di serietà, e ricordo l’energia, l’impegno, le risate con gli amici che mi hanno aiutato. Era tutto più ingenuo, ma anche più puro.
In tanti vedono solo il risultato: un singolo, un EP, un concerto. Ma cosa non si vede?
C’è tanto lavoro, soprattutto mentale. Devi avere una visione: sapere fin da subito cosa vuoi raccontare, credere in quello che hai tra le mani. Poi c’è la passione, quella “pancia” che ti spinge a dare tutto, anche se fuori non lo vedono. Per me il risultato migliore non è quello che funziona di più, ma quello che sento più vero.
Cosa c’è davvero dietro che nessuno vede? Qual è la parte più dura, quella che pesa di più dentro?
La parte psicologica. Spesso chi fa musica vive con l’ansia del “funzionerà o no?”. Escono migliaia di canzoni ogni settimana, farsi notare è difficile… e restare a galla lo è ancora di più. Per me, la cosa più faticosa è la promozione: dover essere sempre presente sui social, mostrarsi sempre in forma, anche quando non lo sei. Prima la musica era più diretta: ora passa attraverso uno schermo.
Ti capita di pensare “forse non ce la faccio”?
Sì, lo penso spesso. Ma è proprio quel dubbio a spingermi a dare di più. Anche se sai di avere talento, non dipende solo da te. È normale mettersi in discussione, ma l’importante è non perdere mai il fuoco dentro. Continuare a spingere.
Qual è la tua paura più grande?
Non riuscire a trasformare la musica nella mia vita di tutti i giorni. Sogno che diventi una quotidianità, non solo un desiderio. Ho paura che non succeda… ma è proprio questa paura che mi tiene sveglio.
Quando scrivi, è più per raccontarti o per liberarti?
Tutte e due. Scrivo partendo da quello che provo davvero: cose che ho vissuto, che avrei voluto vivere o che spero accadano. Uso immagini semplici, quotidiane, che arrivano dritte a chi ascolta.
Cosa diresti al Carlo di qualche anno fa?
Non avrebbe mai immaginato nulla di questo. Fino ai 19 anni non avevo mai scritto una parola, mai cantato una nota. Gli direi che il futuro sarà inaspettato, pieno di vita e di emozioni vere.
Ai ragazzi che si sentono fragili o inadeguati, cosa diresti?
Trovate qualcosa che vi faccia battere davvero il cuore e inseguite quella cosa con tutto voi stessi. Non fatevi fregare dal confronto continuo con gli altri: ognuno ha il suo percorso. Accettate i vostri difetti: sono parte di voi tanto quanto i pregi.
Oggi c’è abbastanza coraggio per mostrare le proprie fragilità? E tu come ci riesci?
Credo che oggi sia più difficile: siamo sempre esposti sui social, dove sembra che tutto vada sempre bene. Anche io gioco quel gioco, a volte. Ma sto imparando ad accettare le mie fragilità, e a farle uscire nella musica e con le persone che amo. Non è debolezza: è libertà.
Ti senti capito dagli adulti?
Spesso sì, mi trovo bene a parlare con persone più grandi. Ma uno degli errori più grandi è giudicare: dire che un ragazzo sbaglia solo perché è troppo distante da ciò che conosciamo. Oppure scaricare le proprie frustrazioni sui figli.
Se potessi dire una cosa agli adulti per far capire chi siete davvero?
Smettiamo di dividere il mondo in “giovani” e “adulti”: tutti gli adulti sono stati ragazzi. I più sensibili e “connessi” sono quelli che ascoltano, senza sminuire. Perché ricordano com’era sentirsi confusi e pieni di sogni.
Cosa manca nell’educazione dei giovani?
C’è troppa fretta di farci diventare grandi. Fin da piccoli ci viene chiesto di essere “adulti responsabili”, come se sbagliare fosse un lusso. Così tanti ragazzi si sentono schiacciati da aspettative che non dovrebbero avere sulle spalle.
“AncoraCarlo” non è solo un titolo. Cosa significa per te?
È un mantra: vuol dire esserci ancora, provarci ancora, non mollare. Ricordarmi chi sono, cosa voglio, e continuare a crederci.
Cosa ti auguri per il futuro, come artista e come Carlo?
Serenità, soddisfazioni, persone vere accanto a me. E di vivere tutto al massimo, fino in fondo.
C’è una frase che ti ripeti nei momenti difficili?
Sì: “ANCORACARLO, ANCORACARLO, ANCORACARLO.”
In questa intervista non c’è solo la storia di Still Charles, ma anche un messaggio più grande: a volte, sono proprio le nuove generazioni a mostrarci la strada. Carlo ci ricorda che fragilità non significa debolezza, che la fretta di crescere soffoca i sogni, e che il coraggio più grande è restare se stessi, anche quando costa fatica.
Questa è un’educazione sottosopra: non l’idea che “gli adulti sanno e i giovani imparano”, ma un incontro in cui chi ha vent’anni può diventare guida, anche solo con una frase o un brano. Perché ascoltare davvero non è trovare soluzioni, ma lasciare che le storie degli altri ci cambino un po’.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




