LiberaMente a cura di Vincenzo Luciani – Psicoanalista
La disgregazione dei legami sociali
L’evaporazione degli ideali, la proliferazione di identità sempre fluttuanti e mai definitive, la spinta verso un godimento solitario, hanno prodotto, tra le altre cose, la liquefazione dei legami sociali. Scrive Roberto Fai: “…il nichilismo è riemerso…nella evaporazione di tutte le espressioni dialettiche, di “riconoscimento” (…) in cui il rapporto tra “individuo” e “comunità” si è venuto declinando per l’intero arco del moderno”.
Appare chiaro, almeno per chi non gira gli occhi dall’altra parte, che la società postmoderna non è capace di assicurare ai propri membri, ed in particolare ai giovani adolescenti, un senso condiviso dell’esistenza. Il rapporto con gli altri, non più retto da coordinate rassicuranti, è sempre più precario, contribuendo a lacerare le forme tradizionali dell’appartenenza sin dentro la vita di coppia. Il proprio orizzonte esistenziale, sembra rendere problematica la presenza dell’altro. L’uomo postmoderno sembra essersi finalmente liberato dai lacci e lacciuoli imposti da tradizioni secolari, tuttavia ha dinanzi a sé una nuova urgenza: quella di comprendere come riuscire a coniugare la propria libertà ed il proprio godimento con la libertà ed il godimento dell’altro? Per secoli questo rapporto è stato normato dalla società, ma oggi davanti al silenzio assordante dell’ideale, la soluzione adottata è sovente quella di tenere fuori il prossimo dal gioco dialettico proprio di ogni relazione. Ma questa soluzione crea più problemi di quanti ne risolva. L’Altro infatti non può essere eliminato dalle nostre vite poiché è ciò che ci sostenta psicologicamente nell’esistenza. La costruzione della nostra soggettività trova nell’Altro il suo punto d’origine. L’Altro con cui interloquiamo costantemente è infatti, un Altro interiorizzato, è un Altro che ci fa compagnia da sempre e per sempre. Come ricorda Hegel: “Io sono un essere per sé che non è per sé, se non per mezzo di un Altro”.
Per ogni bambino che viene al mondo è l’Altro genitoriale che gli dice chi è e che posto viene ad occupare in famiglia e nel mondo. A partire dal nome proprio così carico di risonanze nel desiderio dei genitori e nella storia familiare
Quanto di più intimo c’è in ognuno di noi ci viene donato dall’Altro. L’Altro, con il suo amore ed il suo desiderio, ci precede e ci segna nell’animo e nel corpo. Ben prima che il bambino parli è già parlato nel discorso, conscio ed inconscio, della mamma e del babbo. La presenza dell’Altro è dunque una presenza indispensabile affinché ognuno possa umanizzarsi, possa entrare nel consorzio umano. Il bambino è però in una posizione asimmetrica rispetto all’Altro. Ne è completamente dipendente. Pende letteralmente dalle sue labbra. La sua tranquillità o la sua disperazione sono nelle mani dell’Altro. Si comprende facilmente come questa asimmetria strutturale, cioè che vale per tutti, possa segnare la nostra esistenza.
Ed è in adolescenza, quando la spinta puberale ci spinge verso nuovi partner, che vengono sperimentate e patite le contraddizioni di questo rapporto. In particolare nella vita amorosa e nei rapporti amicali. Contraddizioni dovute all’imprinting particolareggiato conseguenza dell’amore e del desiderio genitoriale. In ogni legame amoroso ci si pone, senza esserne consapevoli, nella posizione nella quale ci si è trovati all’inizio dell’esistenza. Ogni adolescente cerca nel partner qualcuno che in primo luogo lo “riconosca”, così come hanno fatto i propri genitori. L’adolescente è disposto a riconoscere, ad amare la persona di cui si innamora perché vuole essere riconosciuto lui stesso. La relazione con i propri simili non è mai disinteressata, tanto più essa ci coinvolge.
Evidentemente gli altri possono rifiutarsi di donare questo riconoscimento. Imparare ad amare è un mestiere complicatissimo perché si tratta di tener conto che il proprio partner non è l’Altro che abbiamo interiorizzato, bensì è un Altro con caratteristiche sue proprie e che chiede, proprio come facciamo noi, di essere riconosciuto nella sua singolarità. Diciamo che si tratta di entrare in una dialettica contrassegnata da una asimmetria oscillante: si deve essere nello stesso tempo amanti e amati. Non è, allora, così incomprensibile che quando l’Altro non si conforma alle nostre aspettative, una delle soluzioni più gettonate, sia quella di allontanarlo, di tenersene alla larga.
Se il piacere atteso da un legame, sentimentale, amicale, non si rivela all’altezza delle proprie aspettative perché mantenerlo in vita? Perché spendersi se si ha la possibilità di reciderlo a favore di un’alternativa ritenuta più consona al proprio narcisismo? Un’adolescente mi confessa non senza angoscia: “Ogni volta che incontro un ragazzo che mi piace e che avrei piacere di conoscere, non appena tenta di avvicinarsi divento distaccata e lo allontano”. A me pare che queste parole illustrino con efficacia il fatto che quando si teme l’opinione di qualcuno a cui si tiene, allora l’insicurezza si sclerotizza nel “privato” colorandosi di un vissuto doloroso e insopportabile. Si rischia così di diventare dei Robinson Crusoe dell’anima, rinunciando ad ogni vera dialettica amorosa. Finendo magari con il cercare soltanto i propri oggetti di godimento, a cui sovente anche il partner è relegato.
Declinare la propria sfera di pensiero e di azione con quella degli altri sembra diventato un compito troppo faticoso quando si ha a disposizione, come capita nel postmoderno, ogni sorta di oggetto pret-a- porter offerto dal mercato.
Così, per evitare quella che erroneamente viene percepita come una schiavitù prodotta dal legame con i propri simili, si finisce per diventare schiavi dei messaggi subliminari di un Altro impalpabile ed onnipotente che sa come sedurre il nostro Altro interiorizzato. Seduzione ancora più semplice da realizzare al cospetto degli adolescenti, scarsamente assistiti da “un’identità debole” e ossessionati dal timore di essere rifiutati.
Sembra allora che la tanto decantata libertà alla fine si riveli essere la libertà dalla fatica di confrontarsi con ogni forma di alterità che possa costringerci ad amare e non soltanto ad essere amati narcisisticamente. Molto opportunamente una collega psicoanalista francese, Colette Soler, ha inventato un neologismo, quello di “narcinismo” per sintetizzare magistralmente l’uso che facciamo del nostro prossimo. Per fortuna non sempre, ma comunque sempre più spesso.



