È ufficiale: non se ne può più. Di cosa? Dei talk show televisivi dedicati ai fatti di Garlasco e, più in generale, della cronaca nera in tutte le sue forme. Ormai, le storie criminali — note e meno note, recenti e un po’ meno — imperversano sul piccolo schermo con una presenza che sfiora l’inquietante. Gli studi televisivi, ma anche la Rete, sono popolati a tutte le ore da esperti o pseudo tali che, a giudicare dalla frequenza delle apparizioni, sembrano aver fatto della cronaca nera il loro unico mestiere.
Garlasco, poi, è stato il caso perfetto: a pochi chilometri da Milano, ha potuto godere sin dal primo momento della facile raggiungibilità da parte delle troupe di emittenti nazionali, con costi contenuti e grande comodità. Questo ha amplificato l’interesse per un delitto — quello di Chiara Poggi — le cui motivazioni restano avvolte in un buio fitto che più fitto non si può. Spiace constatare che la stampa italiana abbia trovato nella tragedia un’inesauribile fonte di lucro, soprattutto quando le vittime sono giovani e le loro storie spezzate nel fiore degli anni.
Ma ciò che fa ancora più tristezza è la plastica dimostrazione quotidiana che gli italiani sembrano bramare questo tipo di intrattenimento morboso. Qualcuno, perlopiù cupi complottisti, sostiene che il massiccio ricorso ai programmi di cronaca nera serva a distrarre il pubblico dai veri problemi del Paese. Ma anche stavolta non c’è alcuna strategia politica o oscura regia dei poteri forti dietro al fenomeno: semplicemente, il dramma è che i rincoglioniti di tv esistono davvero. E sono tanti.
Il problema non è tanto la presenza di programmi dedicati a fatti di cronaca, che per carità, hanno anche un ruolo di servizio pubblico, quanto il modo in cui questi vengono riproposti. Tra talk show interminabili, ospiti che si atteggiano a esperti senza alcuna credenziale, e una narrazione che tende a spettacolarizzare il dolore, la cronaca nera è diventata un prodotto di consumo quotidiano. Ogni delitto, per quanto lontano nel tempo o nel contesto, viene riesumato e messo in prima serata come una soap opera nera, con colpi di scena, ipotesi e verità presunte, perché l’audience, si sa, non può fermarsi.
La conseguenza? Un pubblico stordito e abituato a consumare sangue e morte come fosse l’ultima stagione di una serie tv di successo. Intanto, la realtà si fa sempre più complessa, i problemi sociali, economici e politici restano sullo sfondo, dimenticati e ignorati in favore dell’ennesima ricostruzione di un delitto che ormai tutti conoscono, ma di cui non si sa nulla di nuovo.
C’è poi un aspetto culturale da considerare: la televisione italiana ha sempre avuto una predilezione per il dramma e la tragedia, ma la trasformazione della cronaca nera in intrattenimento ha superato ogni limite. È come se il dolore degli altri fosse diventato un rituale collettivo, un modo per anestetizzare le coscienze e riempire le serate di un pubblico affamato di sensazionalismo.
In fondo, la colpa non è solo dei produttori e delle reti televisive, ma anche nostra, spettatori che clicchiamo, guardiamo, discutiamo e ci lasciamo affascinare da questo morboso girotondo di morte e sofferenza. Fino a quando? Fino a quando la cronaca nera sarà l’unico appuntamento fisso in cui ritrovarsi, dimenticando che la vita reale, quella con i suoi problemi, le sue speranze e le sue lotte, va oltre lo schermo.
Non è un complotto, né una strategia occulta. È solo la triste dimostrazione che quando la televisione propone il piatto più facile e veloce da digerire, il pubblico lo divora senza troppe domande. E così, ogni giorno, la cronaca nera diventa il nostro passatempo preferito. Un passatempo che, sinceramente, a forza di guardarlo, comincia a farci stare male.
Di Redazione



