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Adolescenza postmoderna (2)

LiberaMente a cura di Vincenzo Luciani – psicoanalista

Per tentare di comprendere l’essenza dell’adolescenza occorre compiere un’operazione preliminare che metta in evidenza la cornice culturale e sociale entro la quale essa si dispiega.

È bene, infatti, ricordare che l’adolescenza non è un fenomeno universale, al contrario della pubertà che invece è un processo biologico proprio della vita dell’uomo di ogni epoca e cultura.
L’adolescenza non è programmata biologicamente. Essa acquista connotazioni diverse a seconda del modo con cui, di volta in volta, è concepita.

Le risorse culturali volte a “trattare” la pubertà presentano connotazioni profondamente diverse all’interno di una società a evoluzione lenta, in una società a evoluzione rapida, o in una società globalizzata come quella postmoderna.

Nel primo tipo di società, l’adolescenza non esiste. Al suo posto ci sono i riti di passaggio, i riti d’iniziazione.
Attraverso le prove iniziatiche la società si incarica di declinare, attraverso modalità culturalmente consolidate, la transizione dall’infanzia all’età adulta.
L’essenziale è che le ragazze e i ragazzi, attraverso queste cerimonie collettive, possano iscriversi a pieno titolo all’interno del corpo sociale.

Un esempio: in alcune tribù di nativi americani, il giovane iniziato veniva allontanato dal villaggio e doveva vivere per una settimana in un cerchio sacro, simbolico riparo contro le forze oscure.
Durante questo periodo il giovane doveva affrontare le sue paure. Se trovava sufficiente coraggio e superava la prova, veniva reintegrato nel villaggio e riconosciuto come adulto, con un nuovo nome.

Chi non superava la prova rimaneva “infante”, senza ruolo sociale, anche se biologicamente adulto.
Altri riti ponevano enfasi sulla necessità di addomesticare la pulsionalità del corpo puberale, iscrivendo nel sociale sia la soggettività sia il corpo.

Essere “segnati” nel corpo (con vere mutilazioni simboliche o dolorose) significava appartenere pienamente al gruppo.
Questo è molto diverso dai tatuaggi e piercing degli adolescenti moderni, che non indicano il passaggio all’età adulta, ma solo l’appartenenza al proprio gruppo di pari, senza rischio né trasformazione profonda.

Nelle società a cambiamento rapido, l’adolescenza è diventata un’età della vita: una “terra di nessuno” tra infanzia e maturità.
Gli adolescenti, pur avendo corpi adulti, dovevano restare in attesa, frenati, finché non venivano ritenuti pronti dagli adulti.

La crisi adolescenziale era il momento in cui si doveva dimostrare che l’educazione ricevuta aveva dato i suoi frutti, che si era in grado di controllare le pulsioni.
Superare questa crisi significava condividere norme e valori, accettare restrizioni e armonizzare il piacere personale con quello degli altri.

Tuttavia, questo modello è stato eroso da nuovi modelli culturali, che hanno svuotato i valori tradizionali.
Il cambiamento non è iniziato negli anni Sessanta, ma molto prima. Margaret Mead, nel suo libro L’Adolescenza in Samoa, già negli anni Venti notava come l’influenza sociale esterna potesse rompere l’equilibrio familiare.

Mead parlava di “civiltà eterogenea”: una società con un’offerta di possibilità mai vista prima, che metteva in crisi l’autorità familiare e le sue regole.
La ribellione adolescenziale, quindi, non è strutturale, ma nasce da uno scollamento tra modelli familiari e modelli sociali.

L’elemento nuovo è che oggi la famiglia viene messa in crisi prima dagli adulti stessi, sedotti da un’offerta culturale edonistica e priva di limiti.

In mancanza di riti sociali e di apprendistati significativi, i giovani e i genitori si trovano in difficoltà.
La società non offre più riferimenti stabili: l’etica del limite è sostituita dal mito del piacere immediato.

La transizione verso l’età adulta non è più favorita, ma si alimenta il mito dell’adolescenza da vivere fino in fondo, il più a lungo possibile.

L’adolescenza oggi tende a garantire i privilegi dell’età adulta senza pagarne il prezzo. È diventata l’“età dell’oro”, tanto che anche gli adulti scimmiottano uno stile adolescenziale.

È ormai un’età da saccheggiare, perché tutto ciò che segue è vissuto come l’inizio del declino.

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1 commento

  1. Questa riflessione desta molti interrogativi sul percorso genitoriale. Forse noi, figli della ribellione sessantottina,non siamo stati in grado di dettare o stabilire regole che dall’infanzia portasse i nostri figli a vivere pubertà e adolescenza come un momento di scoperte intime e proprie. Intendo dire che noi abbiamo cercato di abbattere tabù e luoghi comuni puntando anche a far vivere i nostri figli nel godimento. Niente restrizioni, sacrifici, ricerca di piccole autonomie economiche, quelle che fanno capire l’importanza di una collocazione lavorativa futura. Personalmente mi interrogo sugli “errori” commessi per rendere più leggero il
    processo di crescita dei figli. Sul distacco che noi stessi abbiamo creato in merito alle responsabilità relazionali.

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