venerdì, 6 Marzo 2026
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Qui in Occidente abbiamo un problema

Nel corso degli ultimi anni, qualche sparuto osservatore, disobbediente alle leggi del branco, si è premurato di segnalarci come noi occidentali avessimo qualche problema nell’affrontare le sfide del terzo millennio. Una volta abbandonata la strada della produzione industriale perché come diceva Mikey Rourke in “Nove settimane e mezzo” i soldi si fanno con i soldi, abbiamo desertificato aree industriali per far spazio a grattacieli di banche e fondi di investimento. Sin dai primissimi anni Novanta, pionieri della liberalizzazione più sfrenata, siamo ricorsi ai mostruosi dazi di oggi per mantenere in vita quei pochissimi siti produttivi che non sono finiti al sud o ad oriente.  Eppure, a sentire i corifei dei valori occidentali, fondati su democrazia, libertà e mercato, il Nostro è il migliore dei mondi possibili. Peraltro, invidiato e mitizzato da tutto il resto del pianeta. La verità vera, quella nuda e cruda, che gli apparati della comunicazione occidentale si guardano bene dal raccontare, è che noi occidentali siamo invisi a tutto il resto del mondo. Schierati come falangi armate nei giornali dei grandi editori (che perdono ormai decine di migliaia di copie al mese); in ogni talk show che a qualsiasi ora del giorno e della notte si incarica di fare il lavaggio del cervello a chi guarda; nei telegiornali (pubblici e privati) di regime. Mai come oggi si assiste alla corsa sfrenata verso il pensiero unico. Alla venerazione dello spirito di omologazione. All’esaltazione dell’Ideale di Stato. Dove le voci di pur doveroso dissenso vengono malamente silenziate e liquidate. Spesso perché accusate di demagogia o, peggio, perché incriminate di collaborazionismo con il nemico. In realtà, quello che sta accadendo è che stiamo scivolando sempre più verso un piano inclinato: quella che era solo crisi economica si è trasformata in crisi sociale, dove i nostri valori di riferimento (quelli di democrazia e civiltà) vengono da noi stessi rinnegati e cancellati. Fino ad arrivare a quella di oggi: una piena crisi etica dell’intero Occidente. Che, salvo, qualche rarissima eccezione, assiste silenzioso e complice a un massacro di civili inermi bombardati dentro gli ospedali o allo sterminio di bambini affamati in fila per un boccone. L’Occidente che giustifica il genocidio e solidarizza con il criminale di guerra, Netanyahu che lo compie indisturbato. Una democrazia malata, la nostra, che si sottrae al voto e al controllo delle Assemblee elettive. O che lascia a parlamenti ormai scaduti modifiche sostanziali della Costituzione. Dove i vertici ripudiano, con ostentata spavalderia, i sentimenti e le richieste dei cittadini. Approssimandosi sempre più a quelle oligarchie che – a parole – dicono di voler combattere. Coltivando ininterrottamente (e anche incoerentemente) il concetto di doppia morale a seconda di chi fa cosa e pretendendo di ergersi a giudici supremi e inappellabili di qualunque controversia. Esautorando così gli organismi preposti alla valutazione e al rispetto del diritto internazionale. Giocatori e al contempo arbitri di noi stessi. Dimenticando, troppo spesso, che a fronte di otto miliardi di popolazione mondiale, la nostra crassa superbia occidentale non arriva neanche al miliardo di persone.

Per assistere ad uno sussulto di orgoglio e razionalità c’è voluta una pandemia. Si era, giustamente, pensato a una modernizzazione di Europa e una maggiore attenzione per l’ambiente. Tempo due anni e tutto è finito in archivio per arruolare sciamani che riportino in vita i fantasmi armati del secolo scorso. Se tutto questo è ammissibile, per quanto deprecabile, nel campo delle destre, risulta insopportabile e odioso che nel campo progressista non ci sia nemmeno un’alzata di sopracciglio. Che, addirittura, manifestare – dopo settimane e settimane di massacri – contro una carneficina pianificata da tempo diventi un’azione quasi sovversiva per qualcuno che continua a differenziarsi per distinguo e precisazioni in cambio di sussiegose interviste a due pagine su quotidiani filoisraeliani.

La domanda decisiva che pongo mi pongo è la seguente: quanto potrà durare tutto questo? Personalmente non ho risposta, ma dai segnali sento che qualcosa sta scricchiolando. L’unica certezza che ho è che non esiste e non potrà mai esistere, in un campo che vuol definirsi progressista, una rinuncia ai valori umanisti e di reciproca collaborazione e solidarietà tra popoli. Ma, al tempo stesso, so pure che non si possono tenere insieme – soprattutto per forza persone che di questi valori se ne fregano bellamente, il più delle volte, per il proprio tornaconto personale. E che bloccano, sul nascere, anche ogni tentativo di dibattito.

Credo che questo sia il discrimine, la terra di nessuno tutta da (ri) esplorare dove ritrovare il consenso perduto nel corso degli anni e riannodare un filo con quanti fino ad oggi si sono sentiti traditi e la democrazia, invece che praticarla, la preferiscono disertare.

Altrimenti non ci resta che chiudere la baracca, per ignavia, e fare come il major Tom di David Bowie che alla torre di controllo risponde: “Here am I floating round my tin can far above the moon planet Earth is blue and there’s nothing I can do.”

Fabrizio Cambriani

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