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Lo schermo di un computer può sostituire l’Università?

Negli ultimi anni, le cosiddette università telematiche (il cosiddette qui segnala l’uso improprio del termine ‘università’ per designare queste realtà) hanno conosciuto una crescita spettacolare in Italia. Queste ‘agenzie formative’ – denominazione forse più appropriata – sono nella quasi totalità private e a scopo di lucro, legittimate da un discusso parere del Consiglio di Stato (n. 1433 del 14 maggio 2019) che ha aperto alla possibilità che le università private assumano la natura di società di capitali. Oggi contano oltre 250.000 studenti (erano 50.000 nel 2014) su circa 1,8 milioni complessivi: quasi il 14% del totale.

Chiariamo subito un punto: la tecnologia ha un grande potenziale nel rendere l’istruzione universitaria più accessibile, soprattutto per chi lavora, ha impegni familiari o limitazioni di altro tipo. Gli strumenti digitali possono anche arricchire significativamente l’esperienza formativa. Ma ciò che manca – e che rende queste ‘agenzie’ radicalmente diverse dalle vere università – è l’elemento umano: la comunità universitaria.

Una vera università non è solo un luogo dove si trasmettono nozioni. È un ambiente vivo, in cui si incontrano generazioni diverse, si intrecciano provenienze sociali, culturali, geografiche, si confrontano idee. È uno spazio condiviso, in cui docenti e studenti dialogano, anche in modo informale o acceso, dove i confini tra insegnamento, ricerca e scoperta si sovrappongono e si dissolvono. È proprio da questi scambi – una discussione imprevista in aula, un confronto in mensa, un laboratorio interdisciplinare – che nascono pensiero critico, creatività e innovazione.

Il modello delle telematiche, al contrario, tende a isolare lo studente, riducendo il processo formativo a una relazione uno-a-uno mediata dallo schermo. C’è poco spazio per il confronto, per la curiosità che esce dal tracciato, per quell’imparare anche dagli altri che è al centro di ogni vera crescita intellettuale.

Quando poi l’università diventa impresa, il rischio è la mercificazione dell’istruzione: misurare il successo in base al numero di iscritti o, peggio, di titoli rilasciati, più che alla qualità della formazione, delle idee e del contributo alla società. Non è un caso che l’Università Bocconi, pur essendo privata, abbia sempre mantenuto la propria natura di istituzione non profit.

Una vera università non è un esamificio, né un lezionificio. Ha – prima di tutto – una missione civica: formare cittadini consapevoli, promuovere il bene comune, coltivare il pensiero critico.

Non si tratta di nostalgia per il campus tradizionale, ma di una difesa dei valori fondanti dell’istruzione superiore: il confronto, la pluralità, la responsabilità sociale, la costruzione condivisa del sapere. Valori che difficilmente si realizzano in solitudine, davanti a uno schermo.

La tecnologia deve servire l’educazione, non sostituirne l’essenza.

Se accettiamo che un video preregistrato valga quanto una lezione partecipata, o che una laurea sia solo un bene di consumo (un pezzo di carta), allora sì, le telematiche sono il futuro. Ma in quel futuro, l’università avrà smesso di essere un’istituzione al servizio della società, per ridursi a un supermercato di crediti formativi e, a sua volta, la società non sarà la società della conoscenza ma la società dell’apparenza. Dove tutti hanno una laurea, ma pochi hanno avuto un’esperienza formativa autentica.

Di Fulvio Esposito

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