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La fioritura della Rosa canina, uno spettacolo che sfida i millenni

Nei mesi di maggio e giugno i Sibillini si colorano di bianco e varie tonalità di rosa per la fioritura di un cespuglio caratteristico che cresce un pò ovunque tra la radura e ai margini del bosco. Si tratta della rosa canina, una varietà di rosa selvatica, associata al più celebre omonimo arbusto domestico in modo immediato per il fusto spinoso e le foglie molto simili e non certo per il fiore così diverso, anche se altrettanto bello e suggestivo. Eppure tutte le piante di rose che ammiriamo e curiamo nei nostri giardini discendono da questa  o più precisamente ne ereditano una larga parte dei suoi geni, misti a quelli di altre specie selvatiche. La rosa canina ha una storia plurimillenaria visto che ce ne danno testimonianza già gli assiri, ma sono soprattutto i romani che la rendono una  protagonista più o meno secondaria dei loro racconti o delle loro opere poetiche. Plinio il Vecchio ad esempio ci ricorda le sue proprietà curative, associando le sue rosse bacche invernali o i suoi petali estivi come rimedi a ben trentadue diversi tipi di malanni, tra cui le infezioni, le febbri, le emicranie, i problemi allo stomaco e la rabbia scatenata dai morsi di un cane, da qui il suo curioso nome. Nel Medioevo, oltre che continuare ad essere utilizzata nei monasteri come pianta officinale, veniva associata alle fate e ad una visione magica del mondo, mentre la sua vicinanza alle case aveva un significato di protezione dai malefici. Protagonista della letteratura, sempre con significati nobili e positivi, diviene spesso il simbolo dell’amore puro e istintivo, contrapposto a quello più costruito ed artificiale rappresentato dalla sua discendente domestica. La vediamo infatti comparire tra le pagine dei romanzi della Bronte o tra o versi di Woodsworth, dove appartiene alle “wild roses”, che crescono libere nei boschi inglesi, simbolo di purezza e bellezza non addomesticata o nelle strofe di Emily Dickinson dove rappresenta “forme di verità silenziose che parlano senza voler piacere”. Un concetto che ritorna anche in Pascoli che nella poesia “Rosa di macchia” inclusa nella raccolta Myricae, cerca di rappresentare attraverso la pianta anche una forma di purezza e di innocenza perdute:

“ma tu di bacche brillerai

nel lutto del grigio inverno”

In modo molto simile le ritrae infine Cesare Pavese ne “La luna e i falò” dove le rose canine assurgono a simboli di una natura ruvida ma vera. Un’autenticità che insiste nell’entrare in contrasto e nello stridere con l’artificialità delle rose domestiche,  regine dei giardini e dei fiorai. Eppure le due specie continuano a fondersi e la pianta madre spesso viene utilizzata, vista la maggiore resistenza dei suoi arbusti, per innestare nuovi incroci. Un donarsi che persiste da secoli e che sembra duro a morire. A noi non resta che lasciarci  catturare dalla bellezza profonda, selvaggia e millenaria di questa magica pianta, concedendoci una rilassante passeggiata tra le nostre bellissime montagne, ma facendo attenzione a non danneggiarla. Non va assolutamente recisa nè nei rami, nè a livello dei fiori. Scattiamo una foto e godiamoci un incanto che si ripete ciclicamente sin dalle nostre origini umane.

Di Andrea Marinelli

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