Benvenuti a Civitanova, perla del medio Adriatico. Dove impazza la movida e la cocaina, e dove temibilissime bande di dodicenni si scontrano per passatempo o, più spesso, per vendicare l’onore offeso di coetanee ingiuriate e piagnucolanti. Dove Camorra, ’Ndrangheta e Cosa Nostra, attraverso la manovalanza di extracomunitari non svizzeri, spacciano droghe di ogni tipo, investendo e riciclando denaro.
Benvenuti dunque a Civitanova: simbolo di civiltà, specchiata immagine di legalità, fiore all’occhiello della sicurezza che la destra regionale può vantare – anzi, ostentare con orgoglio – a tutta l’amata Patria.
Parte da qui, in un tripudio di tailleur e con un mix di afrori dolci e nauseanti di eau de toilette a buon mercato, la convention del governatore Acquaroli. Per la precisione dal palasport Eurosuole, che si chiama così a testimonianza della vocazione calzaturiera del territorio. E pazienza se, solo nel 2024, la flessione del settore calzaturiero è stata di oltre il 13%. Acquaroli avrà dalla sua tantissimi argomenti per farsi rivotare.
Arriva in pullman la nomenclatura, come calciatori della Nazionale reduci dalla vittoria del Mondiale, e ad attenderli un popolo di marchigiani veri e festanti. Patrioti che, con fatica e sudore, quotidianamente si affannano per il nostro benessere, trascurando famiglie e interessi.
E allora, benvenuti nelle Marche. Dove sventurati piccoli imprenditori attendono ancora – pazienti e speranzosi – i ristori di alluvioni remote. Dove rampolli di facoltosissime famiglie, anche se svogliati e zucconi, possono conseguire lauree in medicina – perfino per corrispondenza, in università private – ed essere nominati subitaneamente primari in strutture pubbliche. Pagando, s’intende.
Dove, viceversa, migliaia di giovani laureati alla pubblica Politecnica ogni anno se ne vanno oltralpe e oltremare, non già con valigie di cartone legate da sudici spaghi, ma con un bagaglio di sapere e scienza che a noi, in futuro, verrà sottratto. Perché qui, nelle patriotiche Marche, in quanto giovani dovrebbero – per regio decreto – essere sottopagati, sfruttati e pure derisi.
Benvenuti nelle Marche, dove impazienti e rissosi pensionati che osano protestare per soli otto giorni d’attesa al pronto soccorso vengono segnalati e attenzionati dalle forze speciali di polizia. Dove quasi centotrentamila dei suoi abitanti rinunciano, sfiniti e disincantati, a ogni cura medica e affrontano tristemente il loro destino come farebbero gli abitanti del Burundi.
Dove i pochi medici condotti, oberati da migliaia di assistiti, sparsi in inospitali e orride valli, quasi ogni giorno scoppiano e rinunciano alla professione, per scappare e ritemprarsi in più ascetiche e tranquille Indie.
Benvenuti nelle Marche, regione che un tempo – nemmeno troppo remoto – se la batteva per indici di crescita e produzione con Lombardia e Veneto, mentre oggi fa fatica a superare Molise e Basilicata.
Benvenuti nelle Marche di Acquaroli, dove tutti i grafici segnano rosso, ma la colpa è sempre degli altri. E delle politiche dissennate e cieche di chi c’era prima. Come rappresentato in convention, tra una ola di applausi, dalla testimonianza di una sostenitrice che lavorava alla Indesit.
Oppure per le lunghissime liste d’attesa della sanità, che nel 2020 – tempo un anno – sarebbero state azzerate con l’efficacia e l’efficienza che solo la destra può orgogliosamente vantare.
Benvenuti nelle Marche, regione plurale, dove la destra patriottica imbarca nel suo equipaggio il pluripresidente e pluriassessore (per quasi vent’anni) del centrosinistra Gian Mario Spacca, che a rigor di logica dovrebbe essere il primo responsabile di tanto declino, ma siccome la “bazzica” è un gioco ormai desueto, guardiamo avanti, perdio, e non sottilizziamo troppo…
Benvenuti nelle Marche dal futuro rifulgente, dove – se voteremo Acquaroli – avremo miliardi a palate e correremo a rotta di collo verso una crescita inaudita. Per finanziare, ad esempio, milionari impianti di risalita in località sciistiche ormai senza neve. Strategiche infrastrutture viarie senza più fabbriche e opifici da servire. Disprezzando e disdegnando energie alternative e meno inquinanti. Bruciando rifiuti e respirando diossina invece che riciclarli. Infine, lasciando tutta la salute dei marchigiani in mano ai profitti dei privati. Che, in questo mondo, se non hai una (patriottica) lira, sei un costo che nessuno può più permettersi il lusso di sostenere.
E allora, votiamo – anzi, rivotiamo – tutti Acquaroli. Che in questi cinque anni, a parte riconoscere e sostenere il saltarello marchigiano come “bene culturale di insostituibile valore sociale e formativo della persona”, non ha combinato una cippa, se non proseguire i progetti iniziati e farsi riconoscere in tutta Italia per scandali e sperperi vari.
Norman Mailer



