domenica, 7 Giugno 2026
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Sovranisti a debito

di Leonardo Bagnasco

La cronaca di questi giorni racconta bene un paradosso italiano. Da una parte si chiede all’Europa il permesso di fare più deficit, dall’altra si continua a proclamare sovranismo. Ma il vero sovranismo economico non consiste nel poter spendere un po’ di più oggi: consiste piuttosto nel rendere un Paese meno dipendente dal debito, meno fragile davanti ai mercati, meno esposto ai ricatti dell’energia, meno costretto a bussare ogni anno, e a ogni emergenza, alla porta di Bruxelles per ottenere margini di spesa.

Il governo Meloni aveva costruito una strategia economica e politica precisa: tenere i conti sotto controllo quanto bastava per uscire il prima possibile dalla procedura europea per deficit eccessivo e arrivare alla prossima manovra con qualche margine in più. Margini utili per confermare il taglio del cuneo, finanziare nuove misure fiscali, dare un segnale al ceto medio e affrontare la fase finale della legislatura con una legge di bilancio assai più espansiva.
Quel disegno si è inceppato per un decimale. Il deficit italiano si è fermato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia europea del 3%. Uno 0,1% che può sembrare poca cosa, ma che ha di fatto impedito all’Italia di uscire con un anno di anticipo dalla procedura per disavanzo eccessivo, lasciando il governo dentro un sentiero più stretto: meno libertà di movimento, più sorveglianza europea, zero spazio per trasformare la prossima manovra in una manovra elettorale.

A complicare il quadro è arrivata la crisi internazionale nello Stretto di Hormuz, innescata da altri sovranismi, con nuove tensioni sui flussi energetici e con un’impennata dei prezzi dei carburanti. In Italia, Paese fortemente dipendente dall’energia importata e sostenuto da un sistema produttivo fatto di milioni di piccole e medie imprese, il caro energia si scarica subito sull’economia reale: sui bilanci delle aziende, sui prezzi dei trasporti, sui costi delle famiglie, sulla competitività del manifatturiero.

In pochi giorni, i piani del governo si sono quindi trovati stretti tra la procedura europea ancora aperta, il rialzo dei costi energetici e la necessità politica di non arrivare alla prossima manovra soltanto con tagli. Una finanziaria restrittiva, senza margini per misure espansive e senza risposte visibili sul potere d’acquisto, sarebbe un passaggio complicato per una maggioranza che guarda già alla scadenza elettorale del 2027.
Da qui anche l’ipotesi, sempre più presente nel ragionamento politico, di evitare una manovra lacrime e sangue andando al voto prima che diventi inevitabile. In questa chiave può essere letta anche l’accelerazione sulla nuova legge elettorale in Parlamento: preparare il terreno a ogni scenario, compreso quello di elezioni anticipate prima che i vincoli di bilancio presentino il conto.
L’ipotesi delle elezioni anticipate non è solo tattica parlamentare: è una via d’uscita dal dilemma di bilancio. Andare al voto prima dell’autunno significa non dover presentare una legge di bilancio nell’anno elettorale, scaricando sul governo successivo — o su sé stessi dopo un mandato rinnovato — i vincoli che oggi sembrano insostenibili politicamente. È la versione moderna di un classico italiano: quando i conti non tornano, si cambia la scadenza invece dei conti.
Il problema è che questa logica ha un costo. Un governo che va al voto per evitare una manovra difficile non sta risolvendo il problema fiscale, sta rinviandolo — e un Paese che lo fa sistematicamente paga un premio sul suo debito, non lo abbassa. Fa esattamente l’opposto di ciò che una vera sovranità economica richiederebbe.

Per recuperare margini ed evitare che la prossima legge di bilancio nasca già prigioniera dei vincoli, Roma ha provato ad aprire un altro fronte con Bruxelles. La richiesta italiana è ottenere maggiore flessibilità per le spese legate all’energia, sul modello di quanto già discusso per la difesa: se una spesa risponde a una crisi strategica, se serve a proteggere il sistema produttivo e la sicurezza economica del Paese, allora non dovrebbe essere trattata come una normale voce di bilancio.
La risposta europea, per come si sta delineando, è un sì molto parziale. La Commissione si dice disponibile a riconoscere un margine di flessibilità per gli investimenti sull’energia pari allo 0,3% del Pil annuo per il triennio 2026-2028, con un tetto complessivo dello 0,6%. Per l’Italia significa circa 6,8 miliardi l’anno, con un limite massimo poco superiore ai 13 miliardi.
Ma il punto è la condizione posta da Bruxelles: niente nuovo deficit per sussidi a pioggia su bollette e carburanti, ma investimenti in reti, accumuli, efficienza, rinnovabili e tecnologie pulite. Come ha ricordato Dombrovskis, uno shock dell’offerta non si risolve stimolando la domanda. Aiutare chi è davvero colpito è necessario; distribuire sconti indistinti significa rinviare il problema e aggiungere debito.

Mario Draghi, negli anni della pandemia, aveva sintetizzato questa distinzione con una formula diventata famosa: debito buono e debito cattivo. Al di là dello slogan, il criterio resta solido: il debito va giudicato anche per ciò che lascia dopo essere stato contratto. Se aumenta la capacità produttiva, modernizza lo Stato, rafforza scuola, sanità, infrastrutture, energia, ricerca e imprese, può aiutare un Paese a crescere più del costo che sostiene. Se finanzia spesa corrente senza effetti permanenti, rinvia il problema e presenta il conto più avanti.
Per l’Italia questa non è una distinzione accademica, ma una questione di sopravvivenza economica. Con un debito pubblico tra i più alti d’Europa, ogni euro ottenuto in più, ogni margine concesso, ogni fondo europeo riprogrammato dovrebbe essere valutato per ciò che sarà capace di produrre nel tempo. La misura vera è questa: se renderà il Paese più forte, più autonomo e più capace di creare ricchezza fra cinque o dieci anni.

La storia italiana mostra bene la differenza. Il debito può servire a costruire. Dopo l’Unità servì anche a fare lo Stato; nel dopoguerra aiutò a ricostruire case, fabbriche, strade e capacità produttiva; negli anni Settanta accompagnò l’allargamento di diritti fondamentali, dalla scuola alla sanità, fino alla nascita del Servizio Sanitario Nazionale.
Ma il debito cambia natura quando non prepara il futuro e diventa il modo con cui la politica rinvia scelte difficili o finanzia misure pensate soprattutto per mantenere o accrescere il consenso. Pensioni troppo generose rispetto ai contributi versati, spesa corrente senza coperture solide, pubblico impiego usato come ammortizzatore politico, bonus e sconti generalizzati, come la riduzione delle accise per tutti, appartengono a questa seconda categoria. In questi casi il debito non costruisce sovranità; la consuma, perché aumenta la dipendenza del Paese da chi gli presta denaro.

La lezione è semplice. Il debito che produce crescita, servizi, coesione e autonomia può rafforzare un Paese; quello usato per evitare decisioni impopolari lascia soltanto un conto più pesante. Per questo il caro energia di oggi è una prova decisiva. Aiutare chi è davvero colpito è doveroso, ma finanziare sconti indistinti con nuovo deficit significa tamponare il problema, difendere il consenso dal contraccolpo dei prezzi e lasciare intatta la dipendenza che ha prodotto la crisi. Investire in reti, efficienza, rinnovabili, accumuli e autoproduzione significa invece usare risorse pubbliche per rendere l’Italia meno dipendente domani.

Il PNRR doveva essere il banco di prova di questa distinzione. L’Italia ha ottenuto 194,4 miliardi, di cui 122,6 miliardi in prestiti e 71,8 in sovvenzioni. Una parte decisiva, quindi, è debito da restituire. Proprio per questo quelle risorse avrebbero dovuto essere concentrate sui nodi che frenano la crescita italiana, dalla produttività alla pubblica amministrazione, dalla sanità territoriale alla scuola, dal digitale all’energia, fino a infrastrutture, ricerca e competenze.
Il governo Meloni ha ereditato un Piano complesso e non tutte le difficoltà possono essergli attribuite. Ma la sua gestione ha mostrato un limite evidente. Ha dedicato più attenzione a mettere in sicurezza le rate che a trasformare il PNRR in una leva di crescita, più preoccupazione a dimostrare a Bruxelles di saper spendere che a misurare se quei soldi stessero davvero cambiando il Paese.
Così un’occasione di debito utile rischia di diventare una somma di adempimenti, rimodulazioni, microinterventi e risorse disperse. Il successo del PNRR non si misurerà dal denaro incassato, ma da ciò che resterà. Un’Italia più produttiva, moderna e autonoma, oppure soltanto un debito in più da rimborsare.

Bruxelles sembra non accontentarsi più delle promesse generiche sulla qualità della spesa e chiede che i margini concessi siano accompagnati da garanzie esplicite, destinazioni precise e investimenti verificabili, orientati a ridurre la dipendenza strutturale del Paese da energia cara e importata. Solo in questa direzione la flessibilità avrà un senso. Se invece servirà a finanziare l’ennesimo sollievo temporaneo, aggiungerà debito senza costruire crescita futura.

La vera sovranità economica non sta nel chiedere all’Europa di chiudere un occhio, ma nell’usare ogni euro europeo, ogni euro preso a prestito e ogni margine di deficit per costruire ricchezza, lavoro, autonomia e rendere il Paese meno ricattabile.
L’Italia ha già comprato tempo troppe volte. Lo ha fatto quando ha trasformato spesa temporanea in spesa permanente, quando ha usato il bilancio pubblico per rinviare scelte difficili, quando ha preferito proteggere il consenso immediato invece di affrontare le fragilità strutturali del Paese. Oggi il rischio è ripetere lo stesso schema con parole nuove: flessibilità, emergenza, sicurezza energetica, tutela del potere d’acquisto.
Il sovranismo a debito finisce nella distanza tra l’autonomia promessa e la dipendenza necessaria per finanziarla.

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