di Leonardo Bagnasco
Per quasi tutta la guerra, l’Ucraina ha combattuto con un obiettivo prima di ogni altro: resistere. Difendere città, infrastrutture, linee logistiche, popolazione civile. Sopravvivere alla pressione militare russa, all’usura del tempo, alla fatica di un conflitto che Mosca immaginava di risolvere in breve tempo e che invece si è trasformato in una lunga guerra di logoramento.
Oggi, per la prima volta, la situazione sembra essersi rovesciata. La Russia appare sempre meno capace di imporre tempi, costi e obiettivi del conflitto. Anche qui, un po’ meno nitidamente rispetto all’altro conflitto tra Stati Uniti e Iran nel Golfo Persico, se un belligerante non riesce più a decidere come e quando finisce la guerra che ha iniziato, la sua forza comincia a trasformarsi in vulnerabilità.
Lo scrive The Economist in un’analisi che difficilmente può essere liquidata come ottimismo di facciata o operazione di mera comunicazione. Dopo aver resistito a un inverno durissimo — con le città colpite quasi ogni notte da ondate di droni e missili — Kiev sta ora infliggendo danni crescenti alla Russia su praticamente ogni fronte. L’offensiva primaverile russa, attesa e temuta, non solo non ha prodotto i risultati che Mosca sperava, ma si è risolta in un arretramento netto. Ad aprile, per la prima volta dall’agosto 2024, le forze russe hanno perso territorio in termini assoluti — 113 chilometri quadrati in trenta giorni, secondo i calcoli del settimanale britannico basati sulle mappe dell’ISW.
Dietro quello che appare come un possibile punto di svolta nel conflitto ci sono ragioni precise. Alcune si vedono sul campo, altre vanno cercate nelle fondamenta stesse dello sforzo bellico russo dove le crepe sono profonde.
La Russia ha stupito molti con la sua tenuta economica nei primi anni di guerra. Le sanzioni occidentali hanno fatto meno danni del previsto — in parte perché applicate in modo troppo graduale, con deroghe, eccezioni e tempi lunghi, che hanno permesso a Mosca di adattarsi, trovare mercati alternativi e riorganizzare le rotte commerciali. Il petrolio russo ha continuato ad affluire attraverso l’India, la Cina e i Paesi del Golfo, spesso reindirizzato verso l’Europa con un semplice cambio di etichetta. La spesa militare ha gonfiato il PIL nominale creando un’illusione di solidità.
La spesa militare russa ha raggiunto nel 2025 i 175 miliardi di dollari — un record dalla fine della Guerra Fredda, pari a oltre il 7% del PIL, con quasi il 40% dell’intero bilancio federale destinato alla guerra. Per finanziare questa voragine, con le entrate da petrolio e gas quasi dimezzate, il Cremlino ha aumentato le tasse, ma il deficit di bilancio ha comunque toccato i 66 miliardi di euro — il livello più alto dal 2020.
È però l’inflazione il termometro più crudele: per contenerla la banca centrale ha portato i tassi al 21%, soffocando credito e investimenti civili. I prezzi di alcuni alimentari di base sono aumentati fino al 170% in due anni. La crescita del PIL, che nel 2023-2024 superava il 4% gonfiata dalla spesa militare, è crollata all’1% nel 2025 e le previsioni per il 2026 puntano allo 0,5%. L’economia russa, se non sta ancora collassando, sicuramente si sta lentamente consumando.
A questo si aggiunge la crisi del reclutamento: la Russia perde circa 35.000 soldati al mese, con perdite complessive che si avvicinerebbero a 1,4 milioni di uomini. Per sostituirli, il Cremlino recluta ogni anno centinaia di migliaia di persone, assorbendo forza lavoro che manca sempre di più all’industria civile. La carenza di manodopera spinge salari e costi verso l’alto, alimenta l’inflazione e costringe la banca centrale a mantenere tassi elevatissimi. È un circolo vizioso tipico delle economie di guerra prolungate.
Tanto critica era diventata la situazione che, nell’autunno del 2024, Putin aveva dovuto ricorrere persino ai soldati inviati da Kim Jong-un. L’esperimento si è però concluso malamente: in tre mesi il contingente si era già dimezzato, colpito dai droni ucraini e mandato allo sbaraglio senza adeguata copertura. Uno dei pochi catturati vivi ha dichiarato di credere di essere stato inviato per un addestramento. I sopravvissuti sono stati ritirati dalla prima linea all’inizio del 2026.
Mentre la Russia mostra i suoi limiti strutturali, l’Ucraina ha compiuto nel frattempo una trasformazione militare e industriale che pochi avrebbero previsto nel 2022. Il Paese, devastato dall’invasione, è diventato in quattro anni uno degli ecosistemi di tecnologia della difesa più dinamici al mondo.
Il cuore di questa rivoluzione è il drone. L’Ucraina produce oggi circa quattro milioni di droni all’anno — con un potenziale produttivo che potrebbe raddoppiare se i finanziamenti lo consentissero. Non si tratta più dei sistemi artigianali delle prime fasi della guerra: i nuovi droni autonomi ucraini utilizzano l’intelligenza artificiale per il riconoscimento dei bersagli e sono guidati tramite cavi in fibra ottica, che li rendono immuni ai sistemi di disturbo elettronico russi. Sono inoltre praticamente inaudibili fino al momento dell’impatto. La zona di interdizione che creano si estende per circa 20 chilometri su entrambi i lati della linea del fronte, colpendo le retrovie russe — depositi, centri logistici, raffinerie — molto più di quanto non colpiscano quelle ucraine. Obiettivi militari ed economici vengono raggiunti a quasi 2.000 chilometri dal confine.
Questa superiorità tecnologica non è rimasta confinata al campo di battaglia. In un passaggio di enorme significato simbolico e strategico, l’Ucraina ha smesso di essere soltanto un destinatario di aiuti militari e ha iniziato a diventare un esportatore: la produzione di droni ucraini è già avviata in Germania, e Zelensky ha annunciato l’apertura di dieci centri di esportazione in tutta Europa entro fine 2026. L’UE ha approvato un prestito da 90 miliardi per il biennio 2026-2027, con i primi fondi destinati prioritariamente proprio a droni e tecnologia militare.
Sul fronte opposto, la Russia ha invece pagato il prezzo di non aver mai sviluppato una propria capacità tecnologica autonoma nel settore dei droni. I droni Shahed iraniani — economici e devastanti sulle città ucraine — non arrivano più da Teheran, travolta dal conflitto scoppiato a febbraio 2026. Mosca ha cercato di avviare in fretta una produzione locale, ma non ha ancora compiuto il salto tecnologico di Kiev.
Il 9 maggio 2026, ottantunesimo anniversario della vittoria sovietica sul nazismo, le fragilità russe sono emerse con evidenza anche sul piano simbolico. La parata sulla Piazza Rossa avrebbe dovuto essere, come sempre, la grande rappresentazione della potenza militare del Paese. È apparsa invece come una celebrazione assai più contenuta, segnata dal peso della guerra in corso e dalla necessità di proteggere il cuore politico e identitario del regime. Per la prima volta in vent’anni, sulla Piazza Rossa non hanno sfilato carri armati né altri mezzi corazzati; anche la durata ridotta della cerimonia, appena 45 minuti, e la limitata presenza di leader stranieri hanno restituito l’immagine di una potenza meno sicura di sé. L’assenza dei mezzi militari pesanti non è soltanto un dettaglio organizzativo, ma il segno visibile di una potenza costretta a scegliere tra la propaganda della forza e le necessità del fronte.
Un altro segnale emblematico delle difficoltà del Cremlino era arrivato nei giorni precedenti, quando era stato lo stesso Putin ad annunciare un cessate il fuoco unilaterale per tutta la durata delle celebrazioni. Mosca ha provato a presentarlo come un atto di magnanimità e di controllo, ma l’effetto è stato opposto: per la prima volta, la Russia dava l’impressione di dover chiedere una pausa per proteggere il giorno più importante del proprio calendario patriottico. Non una concessione, dunque, ma una dimostrazione di vulnerabilità.
Ma la vera sorpresa è arrivata dopo la parata. Rispondendo ai giornalisti, Putin ha pronunciato una frase che ha colpito molti osservatori: “Credo che la questione si stia avvicinando alla sua conclusione”. Ha poi proposto un incontro diretto con Zelensky, precisando però che dovrebbe servire solo a firmare un accordo già definito, non a negoziarlo. Come possibile mediatore con l’Europa ha indicato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, figura controversa per i suoi storici legami con le aziende energetiche russe, e si è detto disponibile a discutere una nuova architettura di sicurezza europea. Ha perfino riconosciuto che i Paesi europei stanno cercando contatti con Mosca.
È un Putin che parla come chi cerca un’uscita dignitosa, non come chi sta vincendo. Dopo quattro anni di guerra, il leader che aveva promesso di conquistare Kiev in una settimana comincia a parlare di fine. Non di vittoria: di fine.
La storia non si scrive in un giorno, e le guerre non si concludono finché non vengono dichiarate finite e forse neanche allora. Ma maggio 2026 potrebbe essere ricordato come il mese in cui l’ago della bilancia ha iniziato a muoversi nella direzione opposta rispetto agli ultimi anni. Non perché si intraveda una vittoria ucraina nel senso tradizionale del termine, né perché la guerra sia prossima a una conclusione ordinata e lineare. La Russia sembra però meno capace di dettare le condizioni: continua a colpire, a resistere e a consumare uomini, ma non appare più padrona dell’inerzia del conflitto. È questa la novità che potrebbe produrre, ancora una volta, un profondo cambiamento negli equilibri internazionali.




