Ogni volta che si parla di giovani, torna quella frase: “Ai nostri tempi era diverso”. È un confronto consolatorio per gli adulti, più attento a rassicurare se stessi che a comprendere la complessità della vita dei ragazzi. Già nell’antica Grecia ci si lamentava dei giovani, attribuendo loro disattenzione e disordine. Ogni generazione osserva la successiva con preoccupazione, senza che ciò dica nulla della realtà dei ragazzi.
Il passato sembra più semplice, ma è solo un’illusione della memoria adulta: ciò che ricordiamo è filtrato e selezionato, e le sfide reali che affrontavamo appaiono smussate o scomparse. La memoria trattiene immagini luminose — le estati senza scuola, la spensieratezza, il tempo che sembrava infinito — e lascia sullo sfondo paure e incertezze. È come aprire un cassetto di vecchie fotografie e scegliere solo quelle che ci piacciono, scartando tutte le altre: i ricordi idealizzati non rendono la vita di ieri più facile, ma rispondono al nostro bisogno di leggerezza nel presente.
Io sono cresciuto in un piccolo paese di provincia, in un mondo rigido e codificato: ruoli, confini e regole chiari. Ogni comunità, la mia come la vostra, custodiva le proprie storie e offriva protezione e senso di appartenenza. Oggi quel mondo, figlio di un’epoca di stabilità – percepita o reale – e aspettative lineari, non c’è più: la società è veloce, esposta, competitiva.
Il modello educativo del Novecento, soprattutto nel secondo dopoguerra, si basava su strutture relativamente verticali: famiglia, scuola, comunità e istituzioni fornivano confini chiari e norme condivise. Gli adulti assumevano responsabilità dirette nella crescita dei giovani, offrendo guida e accompagnamento: spesso indicavano la strada e i figli, per ragioni di contesto storico e culturale, la accoglievano senza opporsi, fidandosi dei percorsi delineati dagli adulti. Non si trattava di “educare” come lo intendiamo oggi — uno sviluppo globale, partecipativo e centrato sull’autonomia — ma di garantire stabilità e protezione. Preciso che questa descrizione non ha intenti nostalgici: è la restituzione di evidenze e analisi condivise da sociologi, psicologi e pedagogisti sul funzionamento attuale dei sistemi di socializzazione e di supporto.
Oggi i giovani si muovono in contesti complessi e dinamici, caratterizzati da relazioni più orizzontali tra adulti e ragazzi. Le famiglie affrontano incertezze economiche e sociali; le scuole rispondono a bisogni eterogenei; le comunità locali hanno minore coesione. Oggettivamente, per molte questioni, il percorso di crescita, di affermazione e di definizione dell’identità oggi è più complesso rispetto al secolo scorso, esposto a sfide sociali, culturali ed emotive più articolate e meno lineari. L’autorità tradizionale ha progressivamente lasciato spazio a un’idea di autorevolezza che dovrebbe fondarsi su relazioni di fiducia, competenza e responsabilità condivisa; tuttavia, questo passaggio è spesso rimasto incompiuto, generando adulti chiamati a “esserci” senza sempre riuscire a sostenere fino in fondo il ruolo educativo e di guida che tale autorevolezza richiede. Educare oggi, in questo scenario, significa accompagnare, guidare e sostenere senza imporre, favorendo autonomia, pensiero critico e competenze relazionali.
Il punto è questo: il disagio non nasce dai social o dalla tecnologia, ma dai vuoti lasciati dagli adulti. Relazioni fragili, assenza di contesti solidi, eccessiva centralità del bambino, spesso posto al centro ma non necessariamente ascoltato nei suoi bisogni profondi. Alcune letture contemporanee del disagio educativo, secondo psicologi e pedagogisti, parlano di “bambino imperatore” per descrivere una dinamica in cui l’adulto, più che autorevole, diventa incerto o rinunciatario: il bambino appare sovraesposto e protetto ma privo di una guida capace di dare senso, limiti e orientamento. Crescere significa confrontarsi con il mondo reale: quando l’adolescente “sul trono” viene inevitabilmente scalzato e mancano strumenti emotivi e simbolici adeguati, il risultato può essere un disagio silenzioso fatto di ansia, insicurezza e fragilità interiore.
La sfida per noi adulti non è tornare indietro, né giudicare, ma costruire contesti, comunità e relazioni che diano senso, protezione e strumenti concreti. Il disagio individuale riflette vuoti collettivi; accompagnare senza sostituire genera autonomia; reti solide producono cittadinanza e appartenenza.
Se vogliamo davvero sostenere i giovani, dobbiamo smettere di confrontarli con il passato. Possiamo ricordare modelli di ieri, ma non usarli come metro per giudicare il presente. Dobbiamo leggere il presente, offrire strumenti, spazi e relazioni capaci di reggere, per trasformare fragilità e fatica in senso, resilienza reale e cittadinanza attiva. Solo così l’esperienza dei ragazzi sarà autentica, consapevole e sostenuta. La vedo dura, ma non possiamo fare altrimenti: il benessere dei ragazzi – e il nostro – dipende dal coraggio di metterci davvero in gioco, offrendo ascolto, comprensione, strumenti, spazi, azioni e relazioni che tengano. E sì, lo so… sembra la lista della spesa di un supereroe, ma non esistono scorciatoie!
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani




