L’opinione pubblica europea guarda al Donbass con apprensione e solidarietà, ma come un fronte abbastanza lontano. La domanda implicita che ne deriva è: questa guerra arriverà anche qui? Da una parte c’è chi teme un’escalation capace di travolgere i confini dell’Unione europea, in Polonia e oltre; dall’altra chi liquida questo timore come allarmismo, utile soltanto a giustificare nuove spese militari o a sostenere settori industriali in difficoltà.
Il problema è che entrambe queste posizioni discutono lo scenario sbagliato. È altamente improbabile, infatti, che nel cuore dell’Europa l’aggressione russa assuma la forma “classica” che immaginiamo: colonne di carri armati, dichiarazioni formali di guerra, trincee e occupazioni territoriali visibili. Aspettare quel segnale significa rischiare di non riconoscere l’attacco che, in realtà, è già in corso.
Lo scontro tra Russia e Unione Europea esiste già, ma si combatte con strumenti che colpiscono meno le infrastrutture e più le istituzioni; meno il territorio e più la mente collettiva. È una guerra di logoramento che mira a rendere le nostre democrazie fragili, divise e incapaci di decidere: finanziamenti opachi, disinformazione, cyber-attacchi, sabotaggi a bassa firma, violazioni di confine. Benvenuti (si fa per dire) nell’era della guerra ibrida, dove la linea tra pace e conflitto non coincide più con una frontiera.
Mosca sta colpendo con un arsenale di munizioni in larga parte invisibili. Armi “5.0” potremmo definirle, che vengono impiegate in modo coordinato per produrre un effetto di saturazione strategica: un accumulo continuo di crisi, reali o percepite, che rende estremamente difficile per le democrazie occidentali reagire in modo proporzionato, tempestivo e soprattutto unitario.
La prima, e probabilmente la più pericolosa, di queste armi è la corrosione politica interna. È un’operazione di logorio avviata da anni, che non mira alla conquista immediata del potere, ma alla trasformazione progressiva delle democrazie in sistemi fragili, polarizzati e sempre meno capaci di produrre decisioni stabili.
Questa strategia opera attraverso quello che possiamo definire un “ecosistema dell’influenza”: una rete interconnessa di media e pseudo-media, piattaforme digitali, finanziamenti opachi a partiti e movimenti, intermediari politici ed economici, reti di lobbying informali e, nei casi più avanzati, episodi di corruzione diretta. Non esiste un unico canale di penetrazione: è l’insieme, adattivo e diffuso, a consentire l’azione dall’interno, sfruttando le stesse regole del pluralismo democratico fino a svuotarle di efficacia.
Esempi concreti di questa dinamica non mancano: dalla stagione della Brexit nel Regno Unito, alla crescita del Rassemblement National in Francia, fino ai modelli di democrazia illiberale nell’Europa centrale, come l’Ungheria di Viktor Orbán e altre leadership che hanno costruito consenso sulla frizione permanente con Bruxelles.
A supporto della destabilizzazione politica agisce l’arma della guerra cognitiva, che punta a distruggere la base stessa di quella che possiamo, nella maniera più oggettiva possibile, definire “verità condivisa”. Se la campagna USA del 2016 (Trump contro Ilary Clinton) è stata il prototipo di come bot informatici e reti coordinate possano alterare il consenso e amplificare divisioni, oggi la tecnologia ha aggiunto un salto di qualità impressionante con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Fake news e deepfake sempre più credibili, forme di ingegneria del consenso personalizzato e contenuti sintetici prodotti in quantità industriale rendono la manipolazione non solo più efficace, ma anche più economica, rapida e difficile da attribuire.
Qui conta il metodo, non il singolo contenuto: la disinformazione moderna lavora infatti per inondazione. Una rete di siti e profili produce “fatti alternativi”, altri li rilanciano, altri ancora li riformulano come “domande legittime” o “dubbi ragionevoli”. Il risultato è una nebbia permanente: cittadini che faticano a distinguere tra prova e opinione, media costretti a inseguire smentite, istituzioni che perdono autorevolezza a forza di difendersi.
In questo contesto si inserisce anche la cooptazione di giornalisti, opinionisti e influencer come amplificatori indiretti di determinate narrazioni. Non è necessario che vi sia un’adesione esplicita o coordinata; il racconto pubblico può essere orientato tanto per convinzione personale quanto per dinamiche di visibilità, accesso o incentivi, fino a produrre un relativismo sistematico in cui ogni fatto appare opinabile e ogni responsabilità facilmente diluibile e discutibile.
Così, il pluralismo informativo — uno dei pilastri delle democrazie liberali — viene piegato a cavallo di Troia: non per arricchire il dibattito pubblico, ma per sabotarlo dall’interno, trasformando ogni fatto in tifo, ogni prova in sospetto e ogni decisione collettiva in un presunto complotto.
Parallelamente, la Russia mette sotto pressione la resistenza fisica dell’Europa con lo stress cinetico. Le violazioni di spazio aereo e gli sconfinamenti di droni non sono “incidenti”: in ottica ibrida sono sonde. Servono a misurare radar, catene decisionali, tempi di reazione e soglie politiche, testando fino a che punto una democrazia può essere spinta prima di reagire in modo unito.
A questo livello di pressione si affiancano forme di destabilizzazione a bassa intensità, che vanno dai sabotaggi logistici e dal disturbo sistematico dei segnali GPS — già osservato nel Baltico e nel Nord Europa — fino all’uso strumentale dei flussi migratori verso i confini più sensibili, come Finlandia, Polonia e Paesi baltici, sempre con l’obiettivo di produrre danno operativo, disorientamento psicologico e tensioni politiche interne.
In tale quadro, l’Italia occupa una posizione di elevata sensibilità strategica e di valore politico concreto, non soltanto simbolico. È una grande economia dell’Unione, uno Stato fondatore, un attore centrale nei processi decisionali europei, ma anche un Paese attraversato da fratture informative e politiche che rendono il suo orientamento internazionale meno prevedibile. Proprio per questo rappresenta un obiettivo privilegiato della guerra ibrida: abbastanza rilevante da incidere sugli equilibri europei, abbastanza articolata da poter essere spinta verso ambiguità e divisione.
Gli attacchi cyber ricorrenti che colpiscono l’Italia vanno letti soprattutto come segnali politici, più che come tentativi di paralisi immediata. Mirano a sondare la postura del governo, testarne la coesione interna e misurare il grado di allineamento con Bruxelles o con la nuova architettura russo-statunitense.
Sul piano politico-mediatico emerge nel nostro Paese un’ulteriore vulnerabilità, legata alla facilità con cui narrazioni filo-Cremlino si insinuano nel dibattito pubblico. Ciò avviene spesso sotto forma di equidistanza o di simmetria morale tra aggressore e aggredito. È una tecnica cognitiva collaudata. Non serve convincere che Mosca abbia ragione; basta insinuare che nessuno sia credibile, così ogni decisione comune — dalle sanzioni agli aiuti, fino alla deterrenza — diventa contestabile per definizione.
Qui si gioca la posta in palio. L’Italia, insieme ad altri Paesi attraversati da pulsioni euroscettiche, è uno dei fronti decisivi di questa dinamica. Spingere questi Stati verso l’ambiguità quando non la manifesta contrarietà, significa rendere l’Unione più lenta, più divisa e più vulnerabile. In altre parole, spezzare alcuni anelli per indebolire l’intera catena.
Dobbiamo quindi smettere di chiederci se la Russia attaccherà l’Europa. L’aggressione è già in corso su piani non militari, attraverso nuove armi e munizioni. Se continuiamo ad aspettare i carri armati, rischiamo di accorgerci troppo tardi che la democrazia — prima ancora del territorio — sta crollando per logoramento.
Forse nuove e maggiori armi convenzionali potranno restare necessarie come deterrente psicologico e militare. Ma la vera battaglia si gioca altrove e richiede investimenti mirati: nella cyber-sicurezza, nella capacità di attribuire e rispondere agli attacchi ibridi, nel rilevamento precoce di deepfake e reti coordinate, nella protezione delle infrastrutture critiche e nella più complessa resilienza informativa. A questo si aggiunge un nodo ormai centrale: dotare l’Europa di un sistema autonomo di comunicazioni e posizionamento satellitare, capace di garantire continuità operativa senza dipendere da attori extra-europei.
Questi investimenti non servono solo alla difesa, ma costituiscono asset industriali con ricadute ormai indispensabili anche sul piano civile, dalla sicurezza delle reti alla protezione dei dati. In un mondo digitale ostile, proteggere lo Stato significa allo stesso tempo rafforzare la competitività delle imprese, riducendone l’esposizione a interferenze, sabotaggi e furti informativi.
La pace, oggi, non coincide con l’assenza di bombe. È l’integrità dei nostri sistemi sociali e democratici. Siamo già in trincea; riconoscerlo è l’unico modo per non arrendersi in silenzio.
Di Leonardo Bagnasco




