Ci sono parole che fanno male anche solo a leggerle. “Club del sesso, bambini di nove anni”. È il titolo del post che in questi giorni Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha condiviso sui suoi canali social. Un racconto reale, ricevuto da una docente, che ha trovato nella propria scuola un gruppo di alunni di quarta elementare che aveva fondato un “club del sesso”, costringendo i coetanei a guardare video pornografici per farne parte. Una bambina ha vomitato per lo shock, altre hanno pianto. È un segnale, grave. Un grido. Un simbolo di una deriva che stiamo accettando in silenzio, mentre l’infanzia si consuma davanti a uno schermo.
Pellai non usa mezzi termini: ciò che accade non è semplice “curiosità” o “fase esplorativa”, ma un vero e proprio abuso precoce, generato da un sistema che ha smesso di proteggere. La combinazione è micidiale: bisogno di appartenenza, assenza di filtri, disponibilità di strumenti digitali potentissimi, mancanza di educazione affettiva e sessuale, e una superficialità adulta che ha scambiato l’autonomia per libertà. Pellai lo dice chiaramente: “È come far guidare una fuoriserie a un ragazzo che ha appena preso la patente per guidare un motorino”. E ha ragione. Perché un bambino di nove anni non può avere accesso a un universo che nemmeno un adulto riesce a governare pienamente.
La pornografia online non è più una nicchia: è un linguaggio, una matrice di modelli relazionali, un immaginario che plasma. Se l’educazione non arriva prima, sarà quella a educare al posto nostro. Ho scritto di questo la settimana scorsa.
C’è una frase nel post di Pellai che andrebbe incorniciata: “Il mondo virtuale ha reso i genitori fragili, e la fragilità dei genitori ha reso il mondo virtuale sempre più capace di impossessarsi delle vite dei nostri figli.” È un passaggio centrale, forse il più scomodo. Perché ci riguarda. Perché chiama in causa noi adulti: genitori, educatori, comunità. Abbiamo delegato al digitale il ruolo di balia, di compagnia, di consolazione. Abbiamo chiuso un occhio – spesso due – di fronte a strumenti che nemmeno noi sappiamo dominare, raccontandoci che “basta un uso consapevole”.
Ma l’uso consapevole non si improvvisa. Si costruisce dentro una cultura che accompagna, che insegna a nominare le emozioni, a distinguere la realtà dalla rappresentazione, il corpo dal clic. E quella cultura oggi manca.
Il “club del sesso” non parla solo di sessualità: parla di solitudine, di appartenenza distorta, di carenza di adulti affidabili. È la spia di un sistema educativo che si è inceppato: dove le scuole non possono più educare da sole, dove le famiglie si sentono sopraffatte, dove i social hanno sostituito l’intimità.
L’educazione sessuale, affettiva e digitale non è un lusso ideologico, ma una necessità di salute pubblica. Eppure, in Italia, se ne parla ancora come di un tabù. Non è una questione di “insegnare il sesso” a scuola, ma di insegnare l’amore, il rispetto, la reciprocità, la consapevolezza del corpo e dell’altro. È questo che manca, e il vuoto viene riempito da immagini che mostrano il contrario.
Serve una presa di coscienza collettiva. Come scrive Pellai, dobbiamo “correre ai ripari”. Ma non con il panico, con la responsabilità. Ricominciare dagli adulti — genitori, docenti, comunità — perché nessun bambino potrà crescere sano in un mondo dove gli adulti non sono più guida.
Educare non significa controllare, ma stare accanto, creare contesti di parola, di ascolto, di verità. Dobbiamo tornare a fare educazione, non solo a parlarne. E forse, come suggerisce lo stesso Pellai nel suo ultimo libro (con Barbara Tamborini) “Esci da quella stanza”, dobbiamo davvero riportare i nostri figli nel mondo: fuori dalle stanze chiuse, dai display luminosi, dentro relazioni vere.
Questo non è un “problema dei bambini di oggi”. È il riflesso di un mondo adulto che ha perso il proprio ruolo educativo, e deve ritrovarlo. Non si tratta di proibire o demonizzare la tecnologia, ma di riconoscere che ha bisogno di limiti, di tempi, di mediazioni. E che l’amore – l’unico vero antidoto alla pornografia emotiva e visiva – si impara solo attraverso la presenza, non attraverso uno schermo. Serve una comunità che non si volti dall’altra parte, che si faccia carico del disagio, che torni a educare insieme. Perché a nove anni nessuno dovrebbe nemmeno sapere cosa significa “club del sesso”. A nove anni, i bambini dovrebbero poter fondare soltanto club dei sogni.
C’è un punto – in conclusione – che non possiamo più eludere: i dispositivi digitali, consegnati troppo presto nelle mani dei bambini, stanno producendo danni profondi, visibili e invisibili. Non si tratta soltanto dell’esposizione alla crudeltà e alla pornografia online — che resta una delle derive più violente e devastanti — ma di un impatto complessivo sullo sviluppo emotivo, relazionale e cognitivo dei più piccoli.
Il digitale, con la sua promessa di connessione e libertà, è diventato spesso uno spazio di isolamento e di iperstimolazione continua, dove il corpo scompare e la mente viene travolta da contenuti che non può ancora decodificare. Ogni giorno più precocemente, i bambini imparano a “scrollare” invece che ad ascoltare, a “cliccare” invece che a comprendere.
È tempo che la consapevolezza diventi azione. Sempre più genitori iniziano a comprendere la necessità di porre limiti, di tornare a essere mediatori e non spettatori della relazione tra i propri figli e la tecnologia. Anche per questo si moltiplicano esperienze virtuose come i Patti Digitali di Comunità, strumenti educativi condivisi che mettono insieme famiglie, scuole e comunità per costruire un’alleanza consapevole sull’uso dello smartphone e dei dispositivi.
In questo percorso RED – Rete Educazione Digitale APS e AIART Marche stanno lavorando fianco a fianco per diffondere buone pratiche, creare momenti di confronto, e riportare al centro una domanda semplice ma urgente: a quale età e con quale accompagnamento è davvero possibile introdurre un bambino nel mondo digitale senza esporlo a rischi irreparabili?
Questo contributo è particolare, perché non nasce da una sola voce. Porta anche quella di un caro amico, un compagno di viaggio e di battaglie sociali: Lorenzo Lattanzi, presidente regionale Aiart Marche, vicepresidente nazionale dell’associazione Cittadini Mediali e membro del board scientifico di RED Rete Educazione Digitale APS (già nostro ospite in realmente.info: https://realmente.info/2025/09/12/la-scuola-riparte-col-sorriso/?fbclid=IwY2xjawN3vgpleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEedRIZRrBmqIoE9tlrQRPk9JL5uYCyThribR-b0ezK91cunn4wvi5O6ON9t7I_aem_WFzSV204kMHiC1stPEze2Q).
Da anni Lorenzo, insieme al gruppo dei volontari Aiart, promuove i Patti digitali di Comunità nella nostra Regione. Alcune realtà hanno già aderito, altre si stanno attivando. Oggi, con loro, proviamo a dare a quell’impegno una forma ancor più condivisa e capace di incidere. Perché, se vogliamo, la rete può anche diventare un’opportunità. E noi siamo pronti a coglierla!
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.




