Educatrice, insegnante e autrice, Flavia Trabalzini ci accompagna in un viaggio dentro la relazione educativa, dove ascolto, presenza e abbraccio diventano il cuore della formazione e della crescita di ogni bambina e di ogni bambino.
Ogni insegnante lascia un segno diverso: c’è chi trasmette conoscenze, e chi riesce anche a coltivare umanità. Flavia Trabalzini appartiene a questa seconda categoria: educatrice, insegnante e operatrice sociale, oggi parte del Tavolo Tecnico per la Salute dei Giovani della città di Civitanova. Flavia ha fatto della relazione la sua bussola professionale e personale. Autrice del libro “La scuola che vorrei. La voce dei bambini nel silenzio”, non ci consegna un nuovo modello organizzativo fatto di orari, banchi o discipline, ma ci invita a guardare la scuola con gli occhi dei bambini. Il suo sguardo pedagogico parte da un presupposto semplice e rivoluzionario: nessuna metodologia può compensare l’assenza di presenza. Nelle sue parole, si avverte l’eco di un’educazione che nasce dall’ascolto profondo e dal coraggio di restare accanto, anche quando tutto intorno corre troppo veloce.
Flavia, quando hai capito che il tuo percorso sarebbe stato dedicato ai bambini e alla formazione?
Tutto è iniziato intorno ai 17 anni, quando lavoravo come animatrice nelle colonie estive. Una collega mi disse: “Sei davvero brava con i bambini.” Rimasi sorpresa, perché a me sembrava di non fare nulla di speciale. Quella frase mi è tornata alla mente molti anni dopo, durante la mia lunga esperienza come insegnante. Prima di entrare nel mondo della scuola avevo lavorato in contesti difficili — in carcere, con persone tossicodipendenti, in comunità a rischio — e la scuola, al confronto, mi sembrava quasi una passeggiata. Eppure, solo dopo aver ricoperto il ruolo di Giudice Onorario al Tribunale dei minorenni, ho capito quanto sia prezioso e complesso il lavoro dell’insegnante: formare non è solo trasmettere conoscenze, ma porre le basi per futuri cittadini consapevoli. E se si è pronti ad accogliere, si riceve tantissimo in cambio.
Il tuo percorso formativo è molto vario. C’è un filo conduttore tra tutte le esperienze che hai vissuto?
Assolutamente sì. In ogni ambito ho imparato che la relazione è il cuore di tutto. Saper gestire e nutrire la relazione con l’altro è la vera chiave di ogni professione d’aiuto — sia con i bambini, con le persone fragili o con chi vive situazioni di disagio.
Come immagini la scuola ideale per i bambini di oggi?
Credo che, al di là dei tempi che cambiano, i bisogni dei bambini restino gli stessi: essere visti, riconosciuti, accolti con affetto e contatto fisico. È da lì che nasce una crescita sana. Oggi però la scuola si confronta con stimoli esterni eccessivi o distorti, che a volte generano disagio e rendono più difficile l’apprendimento. Ecco perché la scuola dovrebbe restare uno spazio sicuro, accogliente, dove corpo e mente possano sentirsi a proprio agio e imparare insieme.
Hai mai chiesto ai bambini come vorrebbero la loro scuola ideale?
Sì, e le loro risposte sono sempre sorprendenti. Molti chiedono spazi più ampi e pause più lunghe per giocare. Un bambino una volta mi disse: “Vorrei che il casino fatto da pochi restasse a loro, non a tutta la classe innocente.” Dietro a queste parole, c’è un bisogno forte di giustizia, ma anche di ascolto. I bambini hanno un grande desiderio di raccontarsi, e noi adulti dobbiamo accoglierlo. L’insegnante, prima di tutto, dovrebbe essere una guida: ascoltare, accompagnare e aiutare ogni alunno a scoprire il proprio modo di imparare.
Secondo te, quali sono oggi le difficoltà più grandi per gli adulti nell’educazione?
Ascoltare davvero. Fermarsi e ascoltare profondamente è diventato difficile, viviamo in un’epoca che corre troppo. È complicato accettare che un figlio non sia come lo avevamo immaginato, ma è necessario prendere le distanze dalle nostre aspettative. Ascoltare significa accogliere anche ciò che ci mette in difficoltà, restando presenti e pazienti.
Quanto contano le basi educative nei primi anni di vita?
Sono fondamentali. Durante il mio primo percorso terapeutico e nelle mie esperienze professionali ho compreso quanto una “base sicura” nei primi anni di vita faccia la differenza. Ho lavorato per anni nei nidi e ho visto come l’assenza di una relazione stabile e sicura possa generare fragilità nello sviluppo. La relazione di attaccamento (la fase di attaccamento in età evolutiva è il periodo in cui il bambino sviluppa un legame emotivo stabile e sicuro con le figure di riferimento — solitamente i genitori — che gli consente di sentirsi protetto, di esplorare il mondo e di costruire le basi per future relazioni affettive sane), se curata fin dalla primissima infanzia — o addirittura dalla fase prenatale — è il pilastro su cui si costruisce tutto il resto.
Scuola e famiglia: un binomio a volte difficile. Come potrebbero lavorare meglio insieme?
La famiglia dovrebbe essere la grande alleata della scuola, ma spesso manca la fiducia reciproca. I genitori vivono molte insicurezze e faticano ad affidarsi. La scuola, dal canto suo, può fare molto per rassicurare, esplicitando le proprie competenze e costruendo una relazione trasparente e basata sulla fiducia.
Quanto conta il linguaggio nella relazione educativa?
Un linguaggio comune e inclusivo aiuta a evitare fraintendimenti, favorisce la collaborazione e promuove messaggi chiari su prevenzione, rispetto e benessere. Un linguaggio condiviso unisce e crea comunità educante.
E le fragilità degli adulti? Quanto pesano sull’educazione dei bambini?
Una delle fragilità più grandi è il non essere diventati davvero adulti. Essere adulti, nell’educazione, significa saper dire “no” quando serve, saper sostenere la frustrazione, avere la forza del sacrificio. Oggi molti adulti cercano scorciatoie, ma educare richiede presenza, fermezza e amore insieme.
Se dovessi riassumere la tua visione educativa in tre parole, quali sceglieresti?
Esserci. Ascoltare attivamente. Abbracciare. Sono tre azioni semplici ma profonde. Racchiudono il senso dell’educare: esserci davvero, con empatia e continuità, senza paura del contatto umano.
C’è un ricordo o una frase che ti è rimasta nel cuore?
Tantissime. Ma una in particolare, scritta da un mio alunno di quinta, mi ha toccata profondamente: “Io non vorrei che giocando nel parco, una mattina d’inverno, mi accorgessi che i soldati, nell’altra parte del mondo, cadono proprio come le foglie d’autunno. Io non vorrei udire mai il pianto sincero di un bambino meno fortunato o il grido arrabbiato di un ragazzo destinato a scorgere la morte dopo il sorriso della sorte.” Queste parole, tratte da un capitolo del mio libro intitolato Io non vorrei…, racchiudono il senso profondo del nostro lavoro: proteggere il mondo dei bambini, ascoltarli, e custodire la loro sensibilità come un dono prezioso.
Flavia Trabalzini ci ricorda che la scuola non è soltanto un luogo di apprendimento, ma una comunità viva, fatta di sguardi, silenzi, fiducia e relazioni. In un tempo in cui l’ascolto è diventato un atto raro, la sua testimonianza ci riporta all’essenziale: esserci, ascoltare e abbracciare. Tre gesti semplici, capaci di generare cura, appartenenza e futuro.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.



