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Board of Peace: il nuovo ordine mondiale, ai blocchi (di potere) di partenza

di Leonardo Bagnasco

I parallelismi e il ripetersi di situazioni nel corso della storia non funzionano mai alla lettera, ma il riaffacciarsi di dinamiche analoghe può – o dovrebbe – far suonare un campanello d’allarme. Non dobbiamo dimenticare che le grandi guerre europee del Novecento non scoppiarono all’improvviso: esplosero quando un sistema di regole e di equilibri smise di essere riconosciuto da tutti, e quando le alleanze – nate per difendere la pace o per contenere l’avversario – finirono per trascinare i Paesi nello scontro. In questa logica, la recente nascita del Board of Peace voluta da Trump, che negli ultimi anni ha messo in discussione organismi chiave del multilateralismo come l’ONU, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, accusandoli di essere inefficaci e politicizzati, allarma le cancellerie di mezzo mondo.

Nel 1914, la geometria dei blocchi prese forma attorno a trattati e promesse di assistenza reciproca che trasformarono una crisi regionale in una guerra mondiale. La Triplice Intesa (Regno Unito, Francia, Russia, poi anche Italia e Stati Uniti) e gli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria, Impero Ottomano) non erano soltanto coalizioni, erano sistemi di sicurezza che vivevano di diffidenza e di calcolo. Nel 1939, la polarizzazione fu ancora più netta perché ideologica e totale: l’Asse (Germania, Italia, Giappone) e gli Alleati (Regno Unito, Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina, Francia libera) incarnavano visioni del mondo incompatibili, e la fragilità della Società delle Nazioni mostrò quanto un ordine internazionale senza consenso effettivo sia, in pratica, un ordine di carta.

Oggi lo stesso meccanismo si ripresenta, anche se in una forma diversa. Con protagonisti per nulla diplomatici, abbiamo meno trattati segreti e più piattaforme esplicite, meno confini rigidi e più adesioni variabili; forte, però, è la stessa spinta a scegliere un campo. Il Board of Peace nasce formalmente come cornice per sostenere un percorso di ricostruzione su Gaza, ma la struttura e le regole proposte lo proiettano in un ruolo più ampio, percepito da molti come un potenziale concorrente delle sedi multilaterali tradizionali, una specie di “ONU privata”. È lo stesso Trump a presentarlo come organismo capace di assumere un profilo globale, con la promessa di cooperare con l’Organizzazione delle Nazioni Unite, mentre diversi governi e osservatori temono una finalità opposta: spostare legittimità, mediazione e risorse fuori dai canali universali.

La frattura mondiale si vede già nelle prime risposte ufficiali all’appello del tycoon Trump. Washington ha esteso inviti a decine di Paesi – secondo funzionari statunitensi e diplomatici si parla di circa 50–60 governi – e, stando a diverse liste diffuse dai media internazionali, una trentina di Stati sarebbero pronti ad aderire e a pagare il biglietto d’ingresso da un miliardo di dollari: Albania, Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahréin, Bielorussia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Paraguay, Pakistan, Qatar, Turchia, Ungheria, Uzbekistan, Vietnam.

Tra i “no” espliciti e convinti figurano, invece, molti Stati europei che hanno motivato il rifiuto con il timore che un organismo a esplicita guida americana (nel logo c’è solo la penisola americana) e con mandato assai elastico finisca per erodere l’architettura costruita dopo il 1945. L’agenzia Reuters ha riportato, ad esempio, il rifiuto della Slovenia con un lessico chiarissimo sul rischio di minare l’ordine internazionale fondato sulla Carta ONU, mentre il Regno Unito ha legato il “no” soprattutto alle perplessità su un coinvolgimento russo e alla compatibilità dell’iniziativa con le istituzioni esistenti.

La Russia, in effetti, è il tassello che rende il quadro ancora più esplosivo. Trump, come siamo ormai abituati, ha dichiarato subito che Putin ha accettato l’invito. Putin – stando alle agenzie – ha ringraziato per la proposta, ma ha aggiunto di aver incaricato il ministero degli Esteri di studiarla: “Solo allora saremo in grado di rispondere all’invito rivoltoci”. Nel linguaggio della diplomazia è un sì che non si pronuncia, una porta lasciata aperta per capire chi salirà a bordo e se la piattaforma decollerà davvero. È proprio questa ambiguità a preoccupare perché, per molti osservatori, l’eventuale ingresso di Mosca rischierebbe di trasformare il Board of Peace nel luogo dove gli Stati Uniti certificherebbero una via d’uscita dal conflitto ucraino accettabile per il Cremlino, spostando l’asse del negoziato totalmente a sfavore di Kiev.

E se la Russia è la mina, la Cina può essere invece l’ago della bilancia. Pechino difficilmente accetterà un dispositivo che implichi una supremazia americana formalizzata e, infatti, le reazioni pubbliche cinesi, per quanto caute, insistono sul principio di un sistema internazionale “centrato sull’ONU”. È l’atteggiamento classico di una potenza che vuole massimizzare i dividendi della divisione altrui senza esporsi subito. Non deve aderire per influenzare, le basta osservare chi si spacca e poi contrattare da posizione di forza. In questo senso, sembra emergere una Cina che difende a parole il multilateralismo quando le conviene, ma che sfrutta l’erosione delle istituzioni liberali per ridurre l’unità occidentale, un’unità che non nasce certo per includere Pechino e che per Pechino resta un oggetto estraneo e alquanto ostile.

Il teatro dove la nuova polarizzazione rischia di diventare più visibile è la vecchia Europa. Qui la linea di faglia è molto profonda: è in discussione il rapporto con Washington, che per decenni è stato un perno e ora viene sottoposto a una negoziazione più dura. I “no” immediati europei di Francia, Regno Unito, Norvegia, Svezia e Slovenia mostrano un nobile riflesso da blocco della legalità internazionale. Tuttavia, molti grandi attori rimangono ancora in sospeso e il sì dell’Ungheria ci ricorda che l’Unione non può dare mai per scontata la compattezza. Qui, purtroppo, il parallelismo storico diventa inquietante: come nel 1914, non è necessario che tutti firmino lo stesso trattato perché si crei un clima da “doppio sistema”, in cui alcuni riconoscono un tavolo come quello decisivo e altri lo considerano illegittimo. È un’anticamera tipica delle crisi di egemonia: quando non c’è più un arbitro riconosciuto, ciascuno cerca un arbitro “di parte” o costruisce una stanza separata.

Tra i Paesi incerti, oggi vero termometro, l’Italia è un caso da manuale. Da un lato la tentazione di non restare fuori da un tavolo politicamente affine che promette influenza e ritorni economici, dall’altro un vincolo giuridico e un’opinione pubblica ampiamente preoccupata dalla nuova, irriconoscibile America di Trump. Il Presidente USA, dal canto suo, ha affermato che l’Italia vuole entrare presto nel Board; la Premier ha confermato l’interesse italiano, ribadendo che l’Italia è “aperta, disponibile e interessata” all’iniziativa, ma che servono tempi e condizioni compatibili con il nostro ordinamento. L’Articolo 11 della nostra Costituzione, scritta nel 1947 ma che sembra aver previsto anche questo, è venuto, per ora, incontro al governo Meloni: un buon freno per prendere tempo e decidere.
Letta in chiave storica, è la stessa Italia del 1914-1915: allora oscillò tra neutralità e intervento, oggi oscilla tra leale appartenenza europea e ricerca di margini autonomi in un mondo che torna a premiare la forza.

Il Giappone è l’altro grande incerto perché vive un dilemma simmetrico ma speculare: ha bisogno del legame con gli Stati Uniti per l’equilibrio nel Pacifico, ma teme un irrigidimento dei rapporti con la Cina. Tokyo e Pechino al momento intrattengono relazioni definibili come fredde ma indispensabili, fatte di forte interdipendenza economica e al tempo stesso di competizione strategica e tensioni politico-militari. Pechino, infatti, è uno dei principali mercati e fornitori di Tokyo, e molte filiere industriali – dall’auto all’elettronica, fino ai componenti – restano profondamente intrecciate.
Un servizio dell’autorevole agenzia giapponese Jiji Press riporta la linea di Tokyo: sostegno al percorso di pace ma tempo per decidere se partecipare. Tradotto: nessuna rottura con Washington, ma neanche un assegno in bianco a un’iniziativa che potrebbe complicare i rapporti con Cina e Sud globale. Una già vista paura che la scelta tecnica di oggi diventi un vincolo strategico domani.

In questo complesso scenario, i due blocchi non sono una fotografia quanto una tendenza. Da un lato si coagula un’area che vede nel Board of Peace un acceleratore di decisione e un’alternativa alle mediazioni lente, un tavolo di fatto più che di diritto; dall’altro prende forma un fronte che, per ragioni diverse, difende l’ONU come unico luogo di legittimità universale e guarda al Board con molto sospetto.
I contro sono al momento prevalenti: tra chi teme l’effetto “rivalità istituzionale”, chi teme la normalizzazione della Russia, chi teme la privatizzazione della pace, chi intravede tratti coloniali impliciti. Nell’era dei social e dell’intelligenza artificiale, l’inerzia potrebbe cambiare rapidamente ed è proprio questa la ragione più preoccupante per cui questa polarizzazione potrebbe diventare pericolosa. Se nel 1914 i giornali e i manifesti accendevano il nazionalismo e nel 1939 la radio e la propaganda di massa rendevano totale la guerra, nel 2026 l’arena è un continuum dove cyber, economia, informazione e campo di battaglia si mescolano senza soluzione di continuità (si veda come è cambiata la guerra in Ucraina negli ultimi quattro anni).
Oggi la neutralità non viene più violata con i carri armati: viene corrosa con campagne di influenza, manipolazione dell’agenda, sabotaggi informatici, pressione economica mirata, fino a rendere la politica interna ingestibile. Non è una distopia: istituzioni europee e organismi internazionali descrivono le minacce ibride e la disinformazione come parte integrante dei conflitti contemporanei, e la discussione pubblica recente insiste sul fatto che la guerra “grigia” precede e prepara quella “calda”. Un’analisi dell’Istituto italiano per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), ad esempio, parla esplicitamente di coordinamento e convergenza nelle guerre dell’informazione e di come la dimensione digitale e l’uso di AI possano amplificare la vulnerabilità delle democrazie europee.

Ecco allora il punto d’arrivo dei parallelismi storici: ciò che oggi assomiglia alle premesse delle guerre mondiali non è l’idea di un singolo “casus belli”, ma la formazione di meccanismi che rendono plausibile l’escalation e difficile la de-escalation. Un sistema internazionale con due sale riunioni concorrenti, una NATO sotto stress politico, un’UE attraversata da scelte divergenti, una Russia che gioca sull’ambiguità, una Cina che attende il momento opportuno. Nel mezzo la nostra Italia che sarà prima o poi costretta a decidere con chi stare e quindi quale idea di ordine accettare.
In un simile contesto, persino una crisi periferica può diventare l’equivalente contemporaneo di Sarajevo: non per la somiglianza dell’evento, ma per la somiglianza del meccanismo, quel click invisibile con cui gli attori smettono di credere che l’altro si fermerà.

Se dovesse accadere, inizialmente non ce ne renderemo conto perché le armi moderne – droni, cyber, attacchi alle infrastrutture, operazioni psicologiche alimentate da sistemi automatici – renderanno lo scontro invisibile o, meglio, intangibile. Sarà, però subito dopo, non solo devastante sul piano militare, ma totalizzante sul piano sociale.

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