Mi occupo di salute da oltre trent’anni: come professionista sanitario, come ricercatore, come docente in ambito universitario e nella formazione post-laurea dei professionisti. Allo stesso tempo, da diversi anni mi dedico con impegno – come attivista volontario – al benessere delle nuove generazioni. Questo contributo nasce dal desiderio di intrecciare questi due percorsi e di condividerli con il lettore, perché riguarda un tema tanto delicato quanto decisivo: la salute nostra, dei nostri figli, delle nuove generazioni.
Non è mai stato così facile avere un parere su tutto, anche sulla salute. Ogni giorno siamo circondati da consigli su diete miracolose, cure alternative, vaccini o terapie: c’è il video virale sui social, la testimonianza dell’amico, e persino il “presunto esperto” invitato in un talk televisivo che parla con sicurezza di temi complessi in pochi minuti.
È il tempo dell’opinione assertiva: il cittadino che prende posizione netta su questioni mediche delicate, spesso senza avere strumenti adeguati per comprenderle, tanto meno per restituirle correttamente. Di fronte a lui c’è chi sceglie la via opposta: l’opinione dubitativa, quella che preferisco, fatta di domande, attesa e consapevolezza dei propri limiti, rispetto delle conoscenze “dotte” di altri.
E poi c’è lo spazio della conoscenza scientifica, quella di chi studia e cura ogni giorno: medici, altri operatori sanitari, ricercatori. Non opinioni da bar, ma di evidenze costruite con metodo, anni di ricerca, confronto e verifiche. Eppure, queste conoscenze e competenze troppo spesso vengono messe sullo stesso piano delle voci improvvisate di internet o della televisione.
Accanto a questi atteggiamenti, troviamo anche un altro rischio: quello del professionista sanitario che smette di aggiornarsi, si affida troppo o solamente alla propria esperienza personale, rifiuta i dati più recenti. È una posizione che può diventare pericolosa quanto quella del cittadino che si affida ciecamente al “supermarket della salute” sul web.
E le cronache, purtroppo, ci ricordano quanto possa essere alto il prezzo di scelte sbagliate. È accaduto ad Ancona, dove Francesco, un bambino di soli sette anni, è morto a seguito delle complicazioni di una semplice otite bilaterale. Era stato seguito per anni con rimedi omeopatici, senza ricorrere a cure antibiotiche, fino al tragico aggravarsi delle sue condizioni. Una vicenda che scuote le coscienze e mostra quanto possa essere rischioso rinunciare a terapie di efficacia dimostrata per affidarsi a soluzioni prive di validazione scientifica. Non è intenzione di chi scrive entrare nel merito giuridico della vicenda, ma piuttosto stimolare una riflessione collettiva: comprendere quanto sia decisivo, in sanità, distinguere tra ciò che è provato e ciò che non lo è. Lo stesso rischio si corre quando ci si affida, anche in buona fede, a professionisti sanitari che propongono approcci non validati per problemi muscolo-scheletrici in fisioterapia, perché di questa mi occupo. Non si tratta di negare il valore di ascolto, relazione e personalizzazione della cura — aspetti preziosi — ma di ricordare che la salute richiede sempre basi solide, verificabili, condivise dalla comunità scientifica.
E non dimentichiamo il cittadino distratto: quello che non si informa davvero, che si affida al caso, che rimanda le visite o delega scelte importanti senza comprenderle. Un’assenza che pesa quanto gli eccessi di parola. Sembra folle e impossibile, eppure accade ogni giorno: nelle sale d’attesa, davanti a un referto ignorato, o quando si sceglie di non scegliere, lasciando che altri decidano per noi.
Ho conosciuto anche altri modi di vivere la propria salute, e il rapporto con quella degli altri: il cittadino testimone, che sceglie di raccontare la propria malattia con autenticità e misura. Non pretende di offrire verità assolute, ma condivide la sua esperienza per educare con moderazione chi lo ascolta, ricordando al tempo stesso il valore insostituibile del professionista di riferimento. Una comunità cresce solo se ognuno prova a educare l’altro, e a sua volta si lascia educare. Il cittadino costruttore, che non si accontenta di slogan o semplificazioni, ma cerca informazioni autorevoli e le trasforma in azioni quotidiane: prevenzione, stili di vita, adesione fedele al processo di cura. È colui che comprende che la medicina non è solo terapia, ma anche sostenibilità e responsabilità condivisa.
Il cittadino disilluso, che invece ha vissuto esperienze dirette o indirette di debolezze del sistema o di errori nella relazione di cura. Da questi incontri è uscito disorientato, spesso diffidente, e ha finito per condizionare negativamente la propria fiducia nei professionisti, rifugiandosi nel cinismo o in soluzioni improvvisate. Una ferita collettiva, perché ogni storia di disillusione pesa non solo su chi la vive, ma sull’intero patto di fiducia tra cittadini e sanità.
In mezzo a questo caleidoscopio di voci e silenzi, la domanda è inevitabile: che responsabilità abbiamo, come adulti e come professionisti, davanti alle nuove generazioni quando si tratta di salute?
I nostri figli osservano come affrontiamo la malattia: se ci fidiamo della scienza o delle scorciatoie online; se ascoltiamo chi studia e cura, o se preferiamo restare ancorati alle nostre convinzioni. Crescono vedendo come trattiamo la parola “cura”: se la usiamo con rispetto e responsabilità, o se la pieghiamo a paure e certezze rumorose.
Il lascito più grande che possiamo consegnare loro non è la promessa di una medicina infallibile. È piuttosto la capacità di distinguere: tra opinione e fatto, tra esperienza ed evidenza frutto di seria ricerca, tra un consiglio online e una conoscenza validata. Insegnare che anche nella salute la parola è un atto di cura, che richiede ascolto, fiducia, etica, studio, aggiornamento continuo, responsabilità reciproca.
La vera sfida non è avere sempre ragione, ma cercare insieme la strada migliore: medico e paziente, professionista sanitario e cittadino, scienza e comunità. Solo così potremo costruire un modo di prenderci cura che sia più giusto, più umano, più solido — e lasciare ai nostri figli un terreno fertile su cui camminare, che li aiuti a scegliere con consapevolezza.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.



