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24-25 luglio 1943: la notte in cui la monarchia cercò di sopravvivere

Di Andrea Marinelli

In queste ore del 1943 tantissima era la concitazione tra i palazzi governativi italiani. Si preparava infatti una grande svolta, ma la notte tra il 24 e il 25 luglio 1943 non segna la fine del fascismo, come spesso si racconta per semplificare una delle notti più ambigue della storia d’Italia. Segna piuttosto l’inizio della manovra più abile, e cinica, condotta dalla monarchia per tentare di separare le proprie sorti da quelle del regime con cui aveva condiviso vent’anni di potere assoluto. Non fu una rottura, ma un’operazione di salvataggio. Non una liberazione, ma un cambio di scenografia.
La figura di Dino Grandi, che insieme a Bottai e Federzoni promosse l’ordine del giorno che mise in minoranza Mussolini al Gran Consiglio, è da tempo oggetto di riletture storiche sempre più raffinate, ma ciò che conta, nel quadro politico di quelle ore, è che quella mossa fu il prodotto di una pressione che veniva da più in alto, dal Quirinale. Vittorio Emanuele III, il sovrano che aveva firmato le leggi razziali, che aveva consegnato il potere a Mussolini nel 1922, che aveva assistito senza reagire alla trasformazione della democrazia liberale in dittatura, improvvisamente si mostrava preoccupato per il futuro del Paese, ma in realtà, era preoccupato per il futuro della corona.
La guerra era perduta, l’Italia stava affondando e con essa la credibilità di un re sempre più isolato, impopolare e delegittimato, ma non aveva il coraggio, né la forza, di destituire direttamente Mussolini. Gli serviva un’uscita protetta, possibilmente un’azione interna al fascismo stesso che gli permettesse di intervenire non come traditore, ma come garante dell’unità nazionale. La decisione del Gran Consiglio offriva questa possibilità. Non fu il re a sfiduciare il Duce, ma il fascismo stesso, in una delle sue strutture più alte, a chiedere che il comando militare tornasse al sovrano. Un atto di palazzo più che di popolo.
Fondamentale, in questa regia, fu la mediazione del principe Umberto e della principessa Maria José, la cui figura è stata successivamente investita di un’aura di antifascismo tutto da verificare. I Savoia avevano compreso che per garantirsi un futuro avrebbero dovuto separarsi dal destino di Mussolini, come se non avessero condiviso con lui complicità, omertà, silenzi. Usarono Grandi e il suo ordine del giorno come leva istituzionale, e poi passarono alla fase operativa con l’arresto del Duce e l’insediamento del governo Badoglio.
Ma quella svolta, presentata come un atto di liberazione, in realtà congelò ogni possibilità di cambiamento reale. Il nuovo governo fu formato da generali, alti burocrati, uomini di corte. Non ci fu una rottura con il passato, ma una sua rideclinazione. Il Partito fascista fu sciolto, ma non furono epurati i suoi quadri. La guerra continuò, la repressione anche e mentre le masse italiane attendevano una svolta, il re e i suoi uomini preparavano la fuga da Roma, lasciando il Paese nel caos.
Il 25 luglio, dunque, non fu la fine del regime, ma la messa in scena di una sostituzione d’élite, orchestrata da una monarchia che non voleva cadere con il suo alleato, ma la storia è più ostinata delle trame di palazzo. Il re salvò la corona per qualche mese, ma perse definitivamente la fiducia del popolo. L’Italia repubblicana, nata dopo il referendum del 2 giugno 1946, è anche il risultato di quel tentativo maldestro di salvare il trono affondando il Duce.
Oggi, guardando quella notte con gli occhi di chi crede nella responsabilità della storia, non possiamo che leggere nel 25 luglio il tentativo disperato di un’élite di sopravvivere al proprio fallimento. Non ci riuscì, ma lasciò dietro di sé macerie politiche e morali che avrebbero richiesto anni per essere rimosse e che, in parte, ancora oggi ci interrogano.

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