Dopo il mio articolo, “Contro la dittatura del risultato: il cambiamento educativo di cui abbiamo bisogno“, ho voluto tornare a riflettere su scuola, benessere e adolescenza, dando voce a chi, ogni giorno, vive la relazione educativa in aula.
Lorella Quintabà, docente di inglese al liceo linguistico dell’IIS Da Vinci di Civitanova Marche, è anche componente del comitato organizzatore del Premio Caro alla traduzione e mediatrice del gruppo di lettura LibriAmo. Una professoressa attenta, sensibile, presente. Le sue parole non sono solo testimonianza, ma anche una proposta: educativa, culturale e umana.
Negli ultimi anni si parla sempre di più dell’ansia e del disagio che vivono gli adolescenti. Ma è un’esagerazione collettiva? Una percezione?
Purtroppo no. Se stai in una classe, lo vedi subito: qualcosa è cambiato davvero. I ragazzi arrivano a scuola con un peso addosso che, qualche anno fa, non era così evidente. Non studiano per curiosità, per scoprire, per capire. Studiano per non deludere, per dimostrare di valere qualcosa.
La scuola come fonte di ansia
Ti sarà capitato anche a te: studenti bravissimi che però non riescono mai a sentirsi “abbastanza”. Prendono nove e si chiedono perché non sia dieci. Altri che, per paura di fallire, non si mettono nemmeno alla prova. Saltano verifiche, piangono prima di un’interrogazione, si bloccano. Dietro c’è quasi sempre la stessa cosa: il timore di deludere. I genitori, gli insegnanti, gli amici. Se stessi.
I segnali: a volte sottili, ma reali
Non sempre è facile accorgersene, ma i segnali ci sono: cali improvvisi nel rendimento, richieste frequenti di rinviare interrogazioni, assenze, sonnolenza, stanchezza continua. Oppure un perfezionismo esasperato. Alcuni si aprono, se capiscono che c’è spazio per farlo. Ti parlano, si sfogano, magari piangono. E lì capisci che il disagio è vero, profondo.
Pressione da ogni parte. E da dove arriva tutta questa pressione?
Un po’ da tutto. La scuola, che spesso mette il voto sopra ogni cosa. Le famiglie, che magari senza volerlo fanno sentire che ogni errore è una delusione. I social, che amplificano tutto: confronti, paragoni, “vite perfette” che fanno sentire tutti inadeguati. Per un adolescente, tenere insieme tutto questo è davvero difficile.
Parlare del proprio disagio? Non è così semplice
E no, non è affatto facile per un ragazzo dire “non sto bene”. Hanno paura di essere giudicati anche per quello. Magari sembrano svogliati, distanti, ma dietro c’è solo un’enorme fatica emotiva. Per questo è fondamentale creare un ambiente in cui sentirsi accolti. Quando lo fai davvero, i ragazzi parlano. Hanno un bisogno enorme di raccontarsi, di sapere che c’è qualcuno disposto ad ascoltarli senza fretta.
Servono sportelli psicologici stabili, non occasioni sporadiche. Servono percorsi di educazione emotiva già dalle scuole primarie, spazi di parola regolari, tempo per nominare ciò che si prova. E, soprattutto, servono adulti presenti: capaci di ascoltare con empatia, senza giudicare, senza voler correggere tutto subito. Solo così i ragazzi imparano a fidarsi, a riconoscere le proprie emozioni e a sentirsi meno soli nel viverle.
E con i genitori?
Quando si riesce a dialogare con le famiglie, succedono cose belle. Ma non è sempre facile. A volte i genitori si accorgono che c’è qualcosa che non va solo quando arriva il crollo: una crisi, un brutto voto inatteso, il rifiuto di andare a scuola. In quei momenti, scuola e famiglia dovrebbero lavorare insieme, senza scaricare colpe, ma con l’unico obiettivo di capire, sostenere, accompagnare.
Essere insegnanti oggi: come sostenere davvero gli studenti?
Inizia col farli sentire visti. Parlare con loro anche fuori dalla lezione. Dire che possono sbagliare, che l’errore è parte del percorso. Che il voto non è un’etichetta. A volte basta dire: “Non è grave, ci lavoriamo insieme”, e li vedi tirare un sospiro di sollievo. Perché dietro all’ansia non c’è solo lo studio: ci sono paure, fragilità, bullismo, insicurezze, fatti di cronaca che li turbano. E sai cosa chiedono, spesso con gli occhi prima ancora che con le parole? Di poterne parlare. Insieme. In classe. Di non sentirsi soli. Essere insegnanti non significa solo spiegare. Significa esserci quando serve davvero.
E se potessi lasciare un messaggio?
Ai ragazzi direi: non siete il vostro voto. Davvero. Siete molto di più. Conoscetevi, accettate i vostri errori, chiedete aiuto quando serve. Lasciate stare un po’ il cellulare, uscite, incontratevi, parlate tra voi.
Ai genitori direi: ascoltate di più, davvero. Non cercate di essere “amici”, ma restate adulti affettuosi e autorevoli. Non proteggeteli da tutto: lasciate che sbaglino, che provino, che facciano esperienze. Accompagnateli, senza sostituirvi a loro. Solo così impareranno a fidarsi di sé stessi.
Ringrazio sinceramente la professoressa Lorella Quintabà per aver condiviso con tanta lucidità e sensibilità la sua esperienza quotidiana in classe. Le sue parole non sono solo testimonianza, ma occasione preziosa di riflessione. A partire dalla sua prospettiva, sento il bisogno di aggiungere qualche considerazione finale, per provare a tenere insieme i tanti fili emersi — e offrire uno sguardo più ampio sul senso profondo della corresponsabilità educativa.
C’è un filo che tiene insieme tutto questo, ed è il valore profondo di un vero patto educativo tra scuola e famiglia. Non un accordo di facciata, firmato e dimenticato, ma un’alleanza autentica, costruita ogni giorno con ascolto, rispetto e fiducia reciproca.
I ragazzi hanno bisogno di adulti che non si limitino a giudicare da prospettive opposte, ma che — pur nei ruoli diversi — scelgano di remare nella stessa direzione. Un insegnante non può sostituirsi a un genitore, così come un genitore non può sostituirsi alla scuola. Ma entrambi possono — e devono — riconoscersi come alleati, complici nella sfida educativa più delicata: sostenere chi cresce, senza sostituirsi a lui.
Un’educazione condivisa non nasce dalla pretesa, né dalla delega, ma dalla disponibilità a incontrarsi davvero. A nominare le fatiche, a condividere i dubbi, a mettere al centro il benessere psicologico, emotivo e relazionale dei ragazzi.
È lì, in quello spazio comune fatto di presenza e responsabilità condivisa, che la scuola e la famiglia smettono di essere luoghi separati — spesso segnati da distanza o incomprensioni — e tornano ad essere ciò che dovrebbero sempre essere: una comunità educante. Forte, consapevole, coesa. Perché crescere insieme è l’unico modo per crescere davvero.
Andrea Foglia, genitore impegnato, voce libera per i giovani.



