di Leonardo Bagnasco
Stiamo entrando in una crisi energetica che potrebbe rivelarsi più profonda, più duratura e più destabilizzante di qualsiasi shock vissuto nell’ultimo decennio — con effetti economici e sociali paragonabili, se non superiori, a quelli del lockdown pandemico. Eppure la percezione collettiva è ancora sorprendentemente bassa, quasi anestetizzata.
È questo il punto di partenza di una riflessione che si impone con urgenza, osservando i segnali sempre più evidenti che arrivano dai mercati, dalle istituzioni internazionali e dalle stesse autorità europee. Non si tratta di una semplice fase di volatilità dei prezzi o di una tensione congiunturale, ma di uno shock sistemico, improvviso e violentissimo, che ha già iniziato a ridisegnare gli equilibri globali dell’energia e, con essi, quelli economici e sociali.
Il detonatore è noto, ma di questi tempi è bene ribadirlo ogni volta con estrema chiarezza: questa crisi nasce da una scelta politica precisa. Dall’escalation di una guerra che nessuno voleva e che è stata alimentata e portata a un punto di rottura da Benjamin Netanyahu e Donald Trump, insieme a chi, per convenienza, per allineamento o per timore, ha deciso di assecondarne le mosse senza opporre una qualsiasi resistenza diplomatica. Tra questi, anche governi europei che hanno scelto una linea di sostanziale prudenza, quando non di silenzio. E tra questi anche l’Italia, dove la strategia di Giorgia Meloni — che si era proposta come interlocutrice privilegiata con Trump, capace di fare da ponte tra Washington e Bruxelles e di tutelare il sistema economico nazionale — si scontra oggi con la realtà dei fatti: nessuna mediazione, nessuna attenuazione delle tensioni, nessuna protezione dagli effetti di una crisi che colpisce in pieno il nostro Paese. Alla luce degli eventi, quella linea politica appare come uno dei fallimenti più evidenti di questa fase internazionale.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti — e, a dirla tutta, erano ampiamente prevedibili. L’Iran ha sempre indicato lo Stretto di Hormuz come la sua principale leva di ritorsione: bastava leggere le dichiarazioni dei suoi generali degli ultimi vent’anni per sapere che, in caso di attacco diretto, quella sarebbe stata la risposta. Eppure si è scelto di andare avanti lo stesso. L’allargamento del conflitto in Medio Oriente ha portato al blocco dello Stretto, uno snodo strategico attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevantissima di gas naturale liquefatto. In termini assoluti, oltre 20 milioni di barili al giorno sottratti al mercato globale. Una quantità enorme, che spiega perché i prezzi del Brent siano tornati stabilmente sopra i 100 dollari al barile, mentre sul mercato delle forniture immediate si sono registrati picchi fino a 140 dollari, livelli che non si vedevano dalla crisi finanziaria del 2008.
Gli analisti internazionali parlano ormai apertamente di “shock di Hormuz”, una definizione che non è soltanto evocativa ma che restituisce la dimensione reale della crisi: un evento che, per ampiezza e rapidità, supera le grandi crisi energetiche del passato, inclusa quella petrolifera del 1973. A confermarlo è la stessa International Energy Agency, il cui direttore esecutivo Fatih Birolha dichiarato che la guerra in Medio Oriente sta producendo “la più grande perturbazione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”. L’11 marzo 2026, l’IEA ha attivato la sesta azione collettiva d’emergenza della sua storia — la più grande mai realizzata — mettendo a disposizione del mercato 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche dei Paesi membri. Parallelamente, l’Agenzia ha pubblicato un pacchetto di misure concrete sul lato della domanda, invitando governi, imprese e famiglie ad adottare comportamenti immediati per ridurre i consumi e attenuare la pressione sui prezzi.
Le parole utilizzate in questi giorni dalle autorità europee e internazionali sono, da sole, un indicatore della gravità della situazione. Si parla esplicitamente di crisi di lunga durata. Si parla di misure straordinarie. Si parla, soprattutto, di razionamento delle risorse energetiche.
Il commissario europeo all’energia Dan Jørgensen, in un’intervista al Financial Times, ha tracciato un quadro senza margini di ottimismo: «Questa sarà una crisi lunga. I prezzi dell’energia resteranno alti per molto, molto tempo». Parlando ai ministri dell’energia riuniti in sessione straordinaria, Jørgensen ha aggiunto che «siamo in una situazione che potrebbe peggiorare e in cui è davvero necessario ridurre i consumi». In una lettera inviata ai governi degli Stati membri, il commissario ha confermato che Bruxelles sta valutando «tutte le possibilità», incluso il razionamento del carburante e il rilascio anticipato delle riserve strategiche, con particolare attenzione al settore dei trasporti, esposto in modo critico alla dipendenza dal Golfo Persico per diesel e carburante per aerei.
La Commissione europea sta infatti valutando un pacchetto di misure che segna un cambio di paradigma: limiti ai rifornimenti di carburante, utilizzo massiccio delle riserve strategiche, abbassamento dei limiti di velocità, ritorno strutturale allo smart working. In alcuni Paesi si discute apertamente della settimana lavorativa corta come strumento per ridurre i consumi complessivi. Non si tratta più di raccomandazioni, ma di scenari operativi già in fase di preparazione.
Parallelamente, in diverse aree del mondo queste misure stanno già diventando realtà. Sistemi di rifornimento a targhe alterne, tetti massimi di carburante per veicolo, restrizioni alla mobilità urbana: ciò che fino a poco tempo fa apparteneva alla memoria storica delle crisi energetiche del Novecento sta tornando con forza nel presente.
Le preoccupazioni aumentano ogni giorno che passa senza una de-escalation del conflitto. Donald Trump continua a muoversi in modo imprevedibile, alternando aperture e irrigidimenti nel giro di poche ore, rendendo impossibile qualsiasi previsione affidabile. La guerra, non avendo un obiettivo chiaro e definito, potrebbe teoricamente concludersi da un momento all’altro, ma potrebbe anche protrarsi per settimane, se non mesi.
In questo scenario incerto e altamente volatile, in cui le dichiarazioni di Trump si contraddicono nel giro di ore e nessuna previsione ufficiale regge più di un giorno, forse il modo più affidabile per capire cosa sta per succedere non è ascoltare la Casa Bianca — ma guardare cosa comprano e vendono i suoi amici in borsa. Il 24 marzo, circa 580 milioni di dollari in contratti futuressul petrolio sono stati scambiati in un solo minuto, appena quindici minuti prima che Trump annunciasse sul suo social Truthl’avvio di “conversazioni produttive” con Teheran — un’inversione di rotta che ha fatto crollare i prezzi del greggio e rimbalzare le borse. Qualcuno evidentemente sapeva. Analisti ed esperti legali hanno definito la tempistica “sospetta” e “degna di indagine”. Il senatore democratico Chris Murphy ha parlato di “corruzione allucinante”, chiedendo pubblicamente chi si celasse dietro quelle operazioni. Non è un caso isolato: schemi analoghi erano già emersi prima degli attacchi in Venezuela e nelle prime ore del conflitto con l’Iran. Il premio Nobel per l’economia Paul Krugmanha scelto parole ancora più dure: chi sfrutta informazioni riservate su decisioni di guerra per trarne profitto, ha scritto, «sta commettendo un tradimento».
Mentre qualcuno sembra trasformare il caos in opportunità, per l’Italia e per milioni di imprese europee il quadro che si apre è tutt’altro. Il nostro sistema produttivo, fortemente dipendente dall’energia importata, rischia di essere tra i più colpiti da un aumento dei prezzi che si annuncia pesante, prolungato e strutturale. Per molte imprese, soprattutto quelle energivore o con margini già compressi, l’impatto potrebbe tradursi rapidamente in una riduzione della produzione, nel rinvio degli investimenti e, nei casi più critici, nella sospensione dell’attività.
E forse è proprio questo l’aspetto più preoccupante: la distanza tra la gravità reale della situazione e la percezione diffusa. Mentre le istituzioni internazionali parlano apertamente di razionamento e mobilitazione energetica, il rischio è che ci si accorga troppo tardi della portata di ciò che sta accadendo, quando gli effetti economici e sociali saranno ormai pienamente visibili e difficilmente reversibili. La guerra è degli altri. Il conto, come sempre, è tutto nostro.




