domenica, 7 Giugno 2026
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L’improvvisazione al potere: perché Trump comincia a spaventare anche i suoi

Gli episodi di Minneapolis – e più in generale la gestione muscolare dell’ordine pubblico da parte dell’amministrazione Trump – stanno producendo un effetto che va oltre la tradizionale polarizzazione politica americana. A essere sempre più spiazzato non è soltanto l’elettorato democratico o progressista, ma una parte dello stesso elettorato repubblicano che aveva sostenuto Donald Trump con aspettative molto precise.
Trump era stato eletto per contrastare l’immigrazione irregolare, per “difendere l’America” da ciò che una parte del Paese percepiva come una perdita di controllo dei confini e dell’identità nazionale. Oggi, però, molti suoi sostenitori si trovano davanti a un’azione di governo che appare aggressiva in senso più ampio e che, in prospettiva, potrebbe rivelarsi deleteria non solo per gli irregolari, ma anche per i cittadini americani stessi. Cresce la paura che, una volta consolidato un certo modo di esercitare il potere, questo non faccia distinzioni: né tra chi è dentro o fuori dalla legalità, né tra oppositori e sostenitori.
Le analisi di questa deriva possono essere molte, ma ce n’è una che appare centrale: Donald Trump è un presidente “anomalo”, che si è ritrovato alla Casa Bianca senza aver compiuto un percorso politico tradizionale. A differenza dei suoi predecessori – e persino rispetto al Trump del 2016 – oggi emerge con maggiore evidenza l’assenza di una scuola politica, di una visione d’insieme, di una cultura istituzionale sedimentata. La sua è una visione fortemente polarizzata, di parte, che trasferisce nell’azione di governo gli istinti personali e quelli di una porzione del Paese, più che una strategia strutturata.
Molti osservatori parlano di una strategia lucida e calcolata. Noi riteniamo invece che, nella maggior parte dei casi, non si tratti di strategia ma di carattere. Trump non sembra avere un disegno politico coerente di lungo periodo: procede per tentativi, corregge la rotta, cambia spesso posizione. Questo accade anche perché manca una formazione politica classica che consenta di distinguere tra comunicazione, propaganda e governo effettivo delle istituzioni.
Non va dimenticato, inoltre, che la vittoria del 2016 fu il risultato di una serie di congiunture eccezionali: la vicenda delle email di Hillary Clinton, l’intervento dell’FBI, le interferenze russe. In condizioni diverse, difficilmente Trump avrebbe vinto. È uno dei tanti miliardari che nella storia degli Stati Uniti hanno tentato la corsa alla presidenza; lui ci è riuscito perché il contesto nazionale e internazionale, in quel momento, gli è stato favorevole.
Attorno a Trump si è poi formato un gruppo di yes men, figure che non lo contrastano non tanto per convinzione ideologica, quanto per convenienza. Guardano al futuro: Trump ha un’età avanzata, e per molti di loro è più vantaggioso assecondarlo, aspettare il proprio turno, piuttosto che esporsi oggi a uno scontro diretto. Questa dinamica rende il sistema ancora più fragile, perché priva il presidente di contrappesi interni reali.
La vicenda di Capitol Hill resta emblematica. Con quell’episodio Trump ha rotto tabù che, nella politica americana, sembravano intoccabili. Ha dimostrato una pericolosità istituzionale che, nel lungo periodo, può spaventare tutti gli americani, compresi quelli di fede repubblicana. Un presidente imprevedibile lo è per definizione per tutti, non solo per i suoi avversari.
A questo si aggiungono le conseguenze economiche delle sue politiche, a partire dalla guerra dei dazi, che stanno creando problemi concreti all’economia americana. E sul piano internazionale le promesse mancate pesano come macigni: dalla crisi ucraina, che Trump aveva assicurato di risolvere in 24 ore (poi diventate 15 giorni), fino alle tensioni mai davvero ricomposte.
Questa distanza tra promesse e realtà rischia di alimentare la frustrazione di un uomo abituato, nella vita privata, a ottenere ciò che vuole. Ma ciò che può funzionare nel mondo degli affari non funziona necessariamente nella politica globale. Un Trump frustrato tende a produrre azioni politiche discutibili: lo si è visto nel caso del Venezuela, nelle esternazioni sulla Groenlandia, fino alle dichiarazioni risentite sul mancato Nobel per la pace.
La tipologia del personaggio è ormai chiara: quando le cose non vanno come vorrebbe, Trump rinnega se stesso, si contraddice, si inoltra in terreni sempre più scoscesi. È proprio questa imprevedibilità, più ancora delle singole scelte, a rappresentare il vero fattore di inquietudine. E forse è qui che nasce il disagio crescente anche tra coloro che, fino a ieri, lo avevano sostenuto senza riserve.

Di Redazione

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