giovedì, 29 Gennaio 2026
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Il cinema che tiene insieme una città

Conversazione (poco formale) con Peppe Barbera e Michele Fofi sul senso profondo del Civitanova Film Festival

Il Civitanova Film Festival non è solo una rassegna cinematografica: è un laboratorio di comunità. Da undici anni mette insieme persone, generazioni, idee, passioni e visioni. Peppe Barbera e Michele Fofi — direttori artistici, agitatori culturali, amici di lungo corso — sono i due motori di questa esperienza. Li ho incontrati per capire che cosa rappresenti oggi il CFF e che cosa ci dica, attraverso il cinema, della nostra città e del nostro tempo. Quella che segue non è un’intervista classica: è un dialogo. Vero, diretto, ironico, umano.

Cos’è diventato, dopo undici anni, il Civitanova Film Festival?

Peppe: “Una scommessa che avremmo potuto perdere male e che invece abbiamo vinto bene. È nato dal basso, con amici che volevano fare e non solo lamentarsi. È un atto civico prima ancora che culturale: quando manca qualcosa, la costruisci. Punto.”
Michele: “Ed è diventato un appuntamento stabile. La città sa che ci siamo, sa che torniamo, e spesso ci aspetta. È un pezzo di famiglia, senza formalità. Un festival che è cresciuto… e ci ha fatti crescere.”

In questi undici anni: il festival è cambiato? E Civitanova è cambiata insieme a lui?

Michele: “Il pubblico sì: è diventato più attento, più esigente, più curioso. Una micro-comunità che si è nutrita di cinema e che ora riconosce la qualità anche a colpo d’occhio.”
Peppe: “La città… diciamo che procede a velocità variabile. Ma il legame emotivo tra il pubblico e il festival è sempre stato fortissimo: ci si riconosce, ci si cerca, ci si ritrova. Il CFF è diventato una presenza adulta, stabile. Questo conta.”

In un tempo in cui la cultura è sempre più “intrattenimento”, cosa significa fare cultura in provincia?

Peppe: “Significa combattere contro costi, burocrazie, ideologie inutili e la tentazione del “tanto a che serve?”. La nostra risposta è seminare: proporre cose che lascino segni, non solo applausi momentanei. No alla plastica culturale.”
Michele: “L’intrattenimento va benissimo, eh! Basta che non ci sia solo quello. Perché la cultura, quella vera, ti apre la testa e ti mette un dubbio buono: “e se vedessi le cose da un altro punto?”

Cosa significa per voi essere un festival “senza tappeto rosso”?

Michele: “Che non vogliamo apparire: vogliamo incontrarci. A noi interessa chi fa i film, non chi ci passa sopra i riflettori.”
Peppe: “Il divismo è finito. I contenuti no. E noi scegliamo i contenuti.”

Come scegliete i film? Cercate qualcosa o aspettate di essere sorpresi?

Peppe: “Cerchiamo storie che tengano insieme estetica ed etica. Film che lasciano qualcosa addosso: una risata intelligente, una fitta allo stomaco, un’idea nuova.”
Michele: “Cerchiamo anche un po’ di follia, eh! L’intellettuale dissacrante, quello che studia e poi ti sorprende con una sberla di ironia. Ci piace chi osa, chi gioca, chi non fa prediche.”

I giovani autori sembrano più orientati al reale che alla commedia. Come lo leggete?

Michele: “La commedia è figlia della strada, del bar, delle chiacchiere, dei personaggi veri. E oggi? I bar chiudono, si parla poco, si commenta molto. Se non annusi il mondo, che commedia vuoi scrivere?”
Peppe: “Monicelli stava nelle trattorie, ascoltava le persone. Oggi il rischio è vivere filtrati dagli schermi. E la vita, se la eviti, smette di farti ridere.”

Il avostro progetto Corti Young coinvolge centinaia di studenti. Che cosa imparate da loro?

Peppe: “Che il rapporto con il cinema è cambiato: per noi la sala era un rito di passaggio, ora è una scelta tra mille. Ma quando i ragazzi scoprono l’esperienza collettiva della sala… si accendono.”
Michele: “Bisognerebbe trasformare le sale in luoghi vivi: libri, bar, spazi per parlare, scambiarsi idee. Il cinema può tornare centrale, ma deve tornare comunitario.”

Qual è la cosa che vi emoziona di più ogni anno?

Michele: “La gente che resta a parlare dopo la proiezione. È lì che si vede se un film funziona: nel dopofilm, nelle facce che si confrontano.”
Peppe: “Per me i volontari. Spesso giovanissimi, timidi, che arrivano impauriti e poi si tuffano nel festival con una gioia che ti spacca il cuore. Alcuni restano per anni. Cresciamo insieme.”

Il futuro del CFF?

Peppe: “Più giovani ovunque: nei progetti, nell’organizzazione, nella sala. Più sperimentazione. Più autonomia. Più coraggio.”
Michele: “Un festival aperto dalla mattina alla sera, sostenibile, accessibile, con laboratori, incontri, nuovi linguaggi. Un ponte tra generazioni. Un rifugio. Un’avventura.”

La vostra sfida più grande?

Michele: “Imparare a lasciare andare. Prima o poi un festival deve camminare con gambe nuove. La sfida è arrivarci dopo aver dato tutto.”

Il cinema, in una frase.

Peppe: “Il cinema è la poesia che ha scelto di farsi guardare.”
Michele: “Più del cinema amo solo mia moglie.”

Peppe e Michele non dirigono soltanto un festival: coltivano una comunità.
Il loro lavoro è un atto d’amore verso la città, verso il cinema e verso le persone che lo abitano. In un’epoca in cui tutto corre, loro creano uno spazio dove fermarsi, pensare, emozionarsi e — soprattutto — incontrarsi.

E questo, per una comunità, vale quanto un film bellissimo.
Forse anche di più. Grazie, Pe, Miki!

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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