venerdì, 6 Marzo 2026
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La vera domanda sulle dipendenze giovanili

Da oggi parte la rubrica del lunedì a cura di Andrea Foglia

LA PARTE ADULTA
Uno spazio di pensiero e responsabilità educativa

“La parte adulta” è uno spazio nato dal desiderio di non lasciare soli i ragazzi.
Un luogo di parole e riflessione dedicato a chi crede che educare significhi esserci: con attenzione, con cura, con consapevolezza.
Ogni lunedì, uno sguardo adulto su ciò che accade nel mondo dei più giovani — per capire, interrogarsi, e accompagnare con più senso

La vera domanda sulle dipendenze giovanili è la domanda
Dietro ogni sostanza c’è una domanda che nessuno ascolta.

Se aumenta l’uso di farmaci e sostanze, dobbiamo chiederci non solo “che cosa usano i giovani?”, ma soprattutto “perché cercano una sostanza?”

Nel 2024 oltre 620.000 adolescenti italiani tra i 15 e i 19 anni hanno fatto uso di almeno una sostanza psicoattiva illegale, e più di 180.000 ragazzi tra i 15 e i 17 anni hanno utilizzato psicofarmaci senza prescrizione. Questi numeri, tratti dalla Relazione annuale 2025 al Parlamento sulle tossicodipendenze, sono inquietanti, ma rischiano di essere letti ancora una volta solo con lenti securitarie o emergenziali. La cronaca, infatti, si concentra spesso sulla dimensione repressiva e criminale del fenomeno: sequestri, spaccio, arresti. Anche gli interventi nelle scuole seguono spesso questa logica, tra cani antidroga, videosorveglianza e campagne di sensibilizzazione orientate più alla paura che alla comprensione. Tutto importante, ma parziale.

Il mercato illegale, oggi fluido e capillare, è divenuto iperspecializzato e digitalizzato: è vero che la sua forza è enorme, e le organizzazioni criminali sono sempre più sofisticate nel rispondere alla domanda. Ma non possiamo ignorare che la loro potenza si alimenta proprio da lì: dalla domanda. E la domanda viene dai nostri figli, dai nostri studenti, dai ragazzi che incrociamo ogni giorno nei contesti educativi, ricreativi e sportivi. Ragazzi che, in misura crescente, non cercano lo sballo, ma un sollievo.

Accanto alle droghe tradizionali, i dati ci parlano di una presenza massiccia di psicofarmaci usati impropriamente (ansiolitici, antidepressivi, sedativi). Cresce anche l’uso problematico di alcol, tabacco e gioco d’azzardo, fino ad arrivare alle dipendenze digitali, meno visibili ma altrettanto pervasive. Siamo di fronte a un fenomeno polimorfo, in cui sostanze legali e illegali si intrecciano, e dove la funzione del consumo cambia: non sempre si assume una sostanza per trasgredire. Spesso serve a tamponare un malessere emotivo, contenere l’ansia, sedare pensieri intrusivi o regolare la fatica del crescere.

Chi cerca una sostanza, in molti casi sta cercando una risposta — non una trasgressione.
Per questo il nodo centrale non può limitarsi a cosa vietare o come punire, ma deve diventare: quali domande non stiamo ascoltando?

Un esempio può aiutare a chiarire questo passaggio.
Pensiamo a una persona affetta da cefalea cronica, da frequenti emicranie: nessun medico si limiterebbe a vietare l’uso di analgesici, senza intervenire con un piano terapeutico adeguato. In questi casi si ricorre spesso a una terapia di profilassi farmacologica, con l’obiettivo di ridurre la frequenza, l’intensità e la durata degli episodi.
Allo stesso modo, se un giovane ricorre a uno psicofarmaco o a una sostanza, la risposta più efficace non può essere solo proibitiva. È necessario domandarsi quali fattori lo spingano a cercare quel tipo di “autoterapia”. In che cosa quella sostanza, quel comportamento, rappresentano una risposta — anche disfunzionale, ovviamente disfunzionale — a un disagio che resta spesso inascoltato?

Compito affidato per lo più alle forze dell’ordine, la repressione non basta.
Significa soprattutto intercettare precocemente il disagio, agire sulla domanda latente e costruire contesti capaci di prevenzione, cura e relazione.
Solo così si può spezzare il circolo vizioso tra sofferenza psichica e consumo, tra fragilità e solitudine.

Se non affrontiamo la domanda, continueremo a rincorrere l’offerta

In Italia, il dibattito pubblico si concentra da anni quasi esclusivamente sulla lotta allo spaccio. Ma la strategia del contrasto, per quanto necessaria, è solo una parte del problema. Anzi, è la parte meno efficace se non è accompagnata da una comprensione profonda del disagio giovanile. È più facile parlare di repressione che di fragilità emotiva, di salute mentale, di abbandono scolastico, di famiglie in difficoltà, di adulti assenti, fragili, disorientati. Ma è lì che si genera la vera urgenza.

Le istituzioni, a partire dalla scuola e dai servizi sociosanitari, devono tornare ad abitare i territori dove la domanda nasce, prima che diventi consumo. Invece, oggi spesso arrivano tardi, o non arrivano affatto. La cultura della prevenzione, della cura, dell’educazione affettiva ed emotiva è ancora marginale, discontinua, priva di risorse stabili, plurali, di rete e di progettualità sistemica.

Serve una nuova alleanza educativa: generativa, non punitiva

Non possiamo delegare tutto alle forze dell’ordine. Non possiamo continuare a pensare che si tratti solo di combattere un crimine: è un tema di salute pubblica, di educazione, di benessere generazionale. La vera sicurezza nasce da una società che si prende cura dei suoi adolescenti, bambini, prima che essi cerchino una scorciatoia chimica per affrontare il vuoto, il dolore o la fatica.

Come adulti, dobbiamo avere il coraggio di spostare lo sguardo: dal controllo alla comprensione, dalla reazione alla prevenzione, dal “che cosa usano” al “perché lo cercano”.
È una responsabilità collettiva, ma anche un’opportunità: quella di formare cittadini più sani, più consapevoli, più liberi.

Perché affrontare il tema della domanda non è solo una strategia efficace: è un dovere morale, etico, verso le nuove giovani generazioni.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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