Lo sport dovrebbe educare. Insegnare a cadere, a rialzarsi, a rispettare l’altro e a riconoscere i propri limiti. Ma troppo spesso, sulle tribune dei campi giovanili, quei valori vengono calpestati da chi più di tutti dovrebbe custodirli: i genitori.
L’episodio accaduto domenica scorsa al torneo Under 13 “Mirko Poggini” di Arezzo è l’ennesimo segnale di un fenomeno ormai fuori controllo. Un padre, al termine della partita tra Vis Pesaro e Arezzo, ha chiuso in uno spogliatoio e picchiato un arbitro di soli 19 anni. Una scena da film distopico, non da torneo per ragazzini di 12 e 13 anni. Un giovane arbitro che si è trovato aggredito da un adulto per una partita che, nel mondo reale, dovrebbe servire solo a far divertire e crescere i bambini.
La Vis Pesaro ha preso subito le distanze dal gesto, vietando all’uomo l’accesso alle partite del club. Ma il problema va ben oltre il singolo caso: parla di una deriva culturale pericolosa, dove genitori frustrati o illusi si trasformano in ultrà, convinti che il campo sia un prolungamento del proprio ego.
Troppo spesso i bordi campo diventano teatri di insulti, minacce, pressioni, isterie, tutte rivolte a bambini, arbitri, allenatori. Tutto in nome di una presunta “competizione” che nulla ha a che fare con la formazione sportiva e umana dei figli. C’è chi urla al figlio come se fosse in finale di Champions, chi offende un allenatore per una sostituzione, chi insegue l’arbitro per un rigore non concesso.
E intanto, i veri protagonisti – i bambini – guardano, imparano, assorbono. E finiscono per associare il gioco alla tensione, alla paura, al conflitto.
Ci si chiede allora: che idea di sport stiamo trasmettendo? Quale futuro possiamo aspettarci se già a 13 anni lo sport diventa territorio di scontro e violenza?
di Redazione



