La vera natura della Meloni viene sempre fuori, sia quando era all’opposizione, sia — ancor di più — oggi che governa il Paese. È alla costante ricerca di un nemico, e il suo accanimento brutale nei confronti degli altri — ovvero di chi sta a sinistra — emerge con tutta la sua virulenza nei momenti più significativi: in una discussione, in una lamentela, o nella chiusura di una campagna elettorale.
Paragonare l’opposizione di sinistra al fondamentalismo di Hamas serve solo a estremizzare il clima d’odio, alimentando quella perenne ricerca del nemico che stimola gli istinti più profondi degli italiani, parlando alla “pancia” del Paese. Una cultura che ha caratterizzato tante fasi della nostra storia: dal periodo prefascista a quello fascista, fino a oggi. Nei suoi comportamenti emergono chiari i riferimenti a Trump: dall’esempio che dà nel trattare gli avversari politici, alla totale mancanza di interesse per la pacificazione della nazione o per un confronto civile, democratico e rispettoso.
Gli ingredienti che Meloni utilizza sono il vittimismo e l’odio verso la sinistra, strumenti utili a mantenere vivi sentimenti che oscurano i problemi reali. Fateci caso: non passa settimana in cui non vengano proposti argomenti pretestuosi per deviare l’attenzione. Intanto, non si parla più di dazi, di carovita, degli aumenti continui che mettono in ginocchio intere famiglie. Non si discute più delle decine e decine di miliardi destinati agli armamenti. Non si parla di quel 10% di italiani che rinunciano a cure sanitarie perché non hanno i soldi per pagarsele.
Non si parla più dei salari bloccati, tra i più bassi d’Europa. Né dell’inflazione, del caro bollette, delle assicurazioni, del costo esorbitante dei generi alimentari, delle autostrade: tutto è aumentato in modo spropositato, senza che ci sia stato alcun intervento strutturale per cambiare la rotta.
Non si parla più degli extraprofitti delle banche, dei colossi energetici, dei produttori di armi: soggetti a cui non si osa nemmeno chiedere una minima percentuale dei loro guadagni per finanziare la sanità pubblica o l’istruzione. Non si discute più del sottolavoro, del precariato, dei giovani che vivono con mille euro al mese. Non si parla del potere criminale e finanziario che ancora oggi imperversa in Italia, contro cui solo pochi — come Gratteri — continuano a lottare, spesso ostacolati da leggi permissive e da un Parlamento complice o indifferente.
Non si parla più di tutto questo, perché i titoli e l’agenda politica vengono sistematicamente dettati dalla Meloni, amplificati dalla grancassa di giornalisti e giornali il cui unico obiettivo è esasperare la situazione. Piano piano, provvedimento dopo provvedimento, dichiarazione dopo dichiarazione, si crea un clima da regime: in cui chi dissente, chi protesta, chi invoca legalità, uguaglianza, sanità pubblica, solidarietà verso i poveri e denuncia il lavoro nero, viene oscurato, criminalizzato, delegittimato.
Ecco, a questo stiamo assistendo.
Guai a non avere un’esatta valutazione della fase storica che stiamo attraversando, favorita anche dal contesto europeo e mondiale, dove una destra estremista sta conquistando sempre più spazi politici e istituzionali. Sottovalutare o non avvertire il dramma di una società che scivola verso un’autorità di destra, di estrema destra, è un errore tragico.
È necessario trovare le ragioni di un’unità ostinata tra tutti coloro che percepiscono questo pericolo, mettendo da parte gli interessi di parte per dare finalmente una risposta credibile. Finora, questa risposta non è arrivata. Serve più di una semplice somma di sigle: serve un progetto condiviso, un’alternativa reale a questo modo non solo di governare, ma di trasformare radicalmente lo Stato italiano, come Meloni sta facendo, forte della sua capacità oratoria, del suo trasformismo politico e della rete di potere che ha saputo costruire.
La responsabilità è enorme, soprattutto per chi si professa democratico, costituzionale, antifascista. Serve la capacità di superare distinguo e personalismi per trovare momenti comuni e dare valore a un’alleanza che possa riaccendere la speranza in chi l’ha perduta. In molti, ormai, non si curano e non votano più. Ma proprio chi determina le condizioni della sanità, del lavoro e della dignità sociale va affrontato con proposte concrete.
È qui che si misura la capacità di una classe dirigente — non altrove.
Nel corso della storia abbiamo già commesso errori tragici di valutazione e comportamenti che hanno portato all’avvento di regimi autoritari, comprimendo libertà, democrazia e valori costituzionali. Non possiamo permettere che accada di nuovo.



