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Le nuove forme di “dipendenza” tra i giovani. Intervista al Dottor De Rosa Mario Graziano Loredano (di Andrea Foglia)

Intervista al Dottor De Rosa Mario Graziano Loredano (nella foto) – Direttore U.O.C. Servizio Territoriale Dipendenze Patologiche – Civitanova Marche

(di Andrea Foglia)

Dott. De Rosa, quali cambiamenti hai osservato recentemente nei giovani che afferiscono al vostro servizio per problemi di dipendenza?

Negli ultimi anni abbiamo assistito al manifestarsi di nuovi stili di dipendenza. È aumentato in modo considerevole il consumo di cocaina, spesso associato a un significativo abuso di alcol. Questo tipo di consumo si lega alla ricerca di un’eccitazione psichica, vissuta prevalentemente in compagnia, soprattutto nei fine settimana, in contesti conviviali edonistici.

Per “contesti conviviali edonistici” cosa intendi esattamente?

Mi riferisco a luoghi come discoteche, locali notturni di intrattenimento, ma anche in feste private, contesti dove si è in compagnia, e tutto ruota attorno al piacere, al divertimento, all’idea di sentirsi liberi, potenti, senza limiti, affermati nel proprio Essere. È lì che il consumo di cocaina o alcol diventa quasi normale, una parte del rito del weekend.

Cosa emerge durante i colloqui clinici con questi giovani? Cosa li spinge al consumo?

Molti di loro non sanno spiegare chiaramente il motivo per cui fanno uso di sostanze. Lo descrivono come un comportamento normale per “stare con gli altri”, sentirsi più leggeri, più adeguati. Tuttavia, da un’analisi più approfondita emerge una sensazione di vuoto, noia, frustrazione. Usano le sostanze come stimolo per scuotersi da uno stato di apatia, come se solo così potessero sentire di “esserci”, di avere una presenza visibile e accettata secondo i canoni sociali attuali.

Tuttavia, la ricerca di un’identità che si realizza attraverso un’identificazione passiva con modelli esterni risulta profondamente rischiosa, poiché trascura la potenzialità autentica della persona. Questo processo, infatti, la condiziona in maniera alienante e acritica, orientandola verso le “cose” del mondo, verso ciò che viene presentato come desiderabile e imprescindibile per l’affermazione del proprio Sé. In tale dinamica, si finisce per accettare un modo d’essere propagandato come ideale, senza riconoscere che, così facendo, si aderisce a stili di vita e modelli che non rispecchiano la propria unicità, ignorando le autentiche inclinazioni e possibilità interiori.

È proprio questo il principio dell’alienazione: un processo in cui la persona, nel tentativo di conformarsi, nega il proprio Essere, perdendosi in un collettivismo conformistico. Tale conformismo, a lungo andare, sfocia in un senso di non-senso, in cui il Sé autentico viene negato, restando sconosciuto, e si dissolve nell’omologazione. Un’omologazione che assume una dimensione nichilista, poiché l’individuo finisce per sperimentare il “niente” del proprio Essere: un vuoto interiore, una noia esistenziale, un sentimento di nullità che riflette l’assenza di una reale consapevolezza di sé.

In definitiva, ciò che viene vissuto è un’esistenza “senza senso”, in quanto manca la connessione con il Sé autentico, da cui, primariamente, dovrebbe scaturire ogni senso. Solo il contatto con la propria interiorità profonda può generare significato, e quando tale contatto è compromesso, ciò che resta è un’identità frammentata, fragile, e alienata.

Stai parlando di un disagio che va ben oltre l’uso della sostanza, giusto? Qual è il contesto culturale in cui nasce tutto questo?

Esattamente. Oggi il valore dell’Essere non si costruisce più su un modello etico come accadeva 30-40 anni fa. Prima, le persone crescevano seguendo regole precise, interiorizzando una progettualità culturale, etica e sociale. Ora, invece, per moltissimi conta apparire. Il bisogno è quello di essere ammirati per come ci si ostenta, soprattutto a livello estetico. “Mostrarsi” è diventato più importante del “pensare”.

È una forma di narcisismo generalizzato?

Sì, è un narcisismo strutturale. Molti giovani credono di sapere già tutto, sono convinti di avere sempre ragione, non tollerano critiche, si sentono speciali per un diritto innato. Se non vengono riconosciuti, la colpa è sempre degli altri. Vivono il mondo come minaccioso e spesso i genitori non comprendono la frustrazione profonda di questi ragazzi. A ciò si aggiunge la pressione sociale a essere cool, di successo, ammirati, costi quel che costi. Il cambiamento del modello sociale degli ultimi decenni segue un impulso senza limiti imposto dal mercato per imporre oggetti e mode che vengono propagandate come espressioni di un potere simbolico atto a confermare un’altrettanta identità onnipotente della persona, poiché non educata al reale delle necessità. L’allusione al piacere insito nel conformarsi ai modelli di consumo pubblicizzati, basati su stili di vita e oggetti da acquisire, rappresenta la spinta che induce molti ad aderire a ciò che viene costantemente presentato come il non plus ultra per affermare il proprio Esserci. E’ questo il senso dell’attuale modello edonistico-consumistico. Tuttavia, alla lunga il consumo edonistico tende a non soddisfare, in quanto aliena la persona dal proprio Sé autentico e dalle proprie potenzialità una volta che è identificata e bloccata su una dimensione esistenziale solo narcisistica. La difficoltà esistenziale si manifesta soprattutto nel fronteggiare i problemi reali della vita, si esce allora dall’irrealtà fantasmatica paradisiaca e si esperisce l’angoscia di non Essere, di non essere in grado di affermare se stessi così come si desidera. In questo status la persona va alla ricerca di qualsiasi “medium” e stile possa confermare e lenire l’inquietudine che sta vivendo, è in questa occasione che il consumo può orientarsi anche verso forme di dipendenza con l’aspettativa che possano eccitare di nuovo il proprio Sé intrinsecamente onnipotente. Si tende ad assumere un atteggiamento passivo, aspettandosi che sia il mercato a fornire soluzioni per sentirsi vivi e presenti nel mondo. Ma in questo caso, il mercato propone spesso “oggetti” o strumenti che, invece di aiutare, risultano estremamente dannosi per il benessere personale.

Come si manifesta questo disagio dal punto di vista clinico?

Questi giovani, spesso, non riescono a esprimere i propri sentimenti. Mostrano una difficoltà emotiva, una scarsa tolleranza alle regole e convinzioni rigide riguardo al proprio valore. La loro interiorità resta silente, perché non viene conosciuta né coltivata, una volta che si è proiettati a credere che il proprio essere dipenda unicamente da un modello esterno.

In termini diagnostici, si può riscontrare una personalità narcisistica, talvolta con tratti borderline: un’identità instabile, con emozioni fluttuanti e fortemente disregolate. Questo significa che ci si affida a un’idea di sé ancora primitiva, confusa, indefinita e fantasmatica, con tratti di onnipotenza, non ancora educata al confronto con la realtà. Un Sé che viene sedotto da modelli di vita che, con messaggi altrettanto allusivi, fanno credere che basti seguirne i criteri per sentirsi potenti e soddisfare un desiderio ipertrofico — ma ancora profondamente infantile.

In questo stato, la crisi esistenziale è sempre in agguato, perché basta una minima frustrazione esterna a far crollare questo fragile modo di essere. La persona, infatti, non dispone degli strumenti psico-relazionali necessari per affrontare l’impasse che vive.

Come si differenzia il consumo di oggi da quello di 30-40 anni fa?

Una volta, l’eroina era la sostanza dominante, usata da giovani che vivevano una frustrazione esistenziale profonda, derivante da un conflitto tra il proprio mondo interiore e un sistema rigido, autoritario, con regole ferree. Il consumo era una forma di ritiro, di anestesia emotiva. Oggi il modello è diametralmente opposto: il giovane vuole esserci, apparire, stupire, imporsi. L’uso di cocaina e/o alcol è funzionale a sostenere un’identità grandiosa e a ottenere l’ammirazione altrui. È una rivoluzione copernicana nel mondo delle dipendenze.

Ci sono riferimenti teorici che aiutano a comprendere questo cambiamento?

Molto importante, per noi, è stato il confronto con il Prof. Gustavo Pietropolli Charmet, autorevole esperto di adolescenza. Il suo contributo ci ha aiutato a comprendere come il modello educativo sia cambiato in modo radicale negli ultimi decenni. Un tempo l’educazione si fondava su un impianto etico, strutturato, spesso rigido. Oggi, invece, prevale l’idea che bambini e ragazzi siano, per natura, competenti e capaci di autoregolarsi. Questo cambiamento di paradigma ha portato, di fatto, alla progressiva rinuncia al ruolo normativo dell’adulto, alla fatica di porre limiti chiari e contenitivi. Il risultato? La formazione sempre più frequente di personalità narcisistiche e con tratti borderline, che vivono ogni frustrazione come un evento drammatico e ingestibile. Proprio come il Prof. Charmet descrive, si tratta di adolescenti fragili, abituati a un ideale di onnipotenza non confrontato con la realtà, incapaci di tollerare il “no” e privi degli strumenti interiori per affrontare la frustrazione. Un cambiamento silenzioso, ma profondo. E che oggi ci interroga tutti.

Che ruolo gioca oggi il modello sociale?

Fondamentale. Dalla “società del dovere” siamo passati alla “società del piacere senza limiti”. Non conta più chi sei, ma come appari. Il successo si misura con l’apparenza estetica, con la presentabilità di sé, attraverso il corpo e comportamenti assertivi. Etica e morale sono state sostituite da una logica di mercato che promuove costantemente un modello di “grandezza” individuale.

Quali sono le conseguenze psicologiche di questo modello nei giovani?

Profonda fragilità emotiva. Quando il giovane non si sente all’altezza del proprio ideale grandioso, sperimenta frustrazione, vergogna, umiliazione. Può reagire con ritiro sociale, aggressività, o cercare sostanze e comportamenti compulsivi (gioco, alcol, droghe) per ristabilire un’immagine potente di sé. Sono tutte modalità per lenire la ferita narcisistica.

Cosa si può fare per affrontare tutto questo? È possibile fare prevenzione?

La prevenzione è estremamente complessa, perché ciò di cui parliamo è uno stile di vita macrosociale, diffuso ovunque. Non si tratta semplicemente di correggere comportamenti, ma di ripensare l’intero modello educativo e culturale. Serve una maggiore etica negli adulti, nelle istituzioni, esempi concreti di stili di vita meno vacui. E soprattutto, è fondamentale promuovere lo sviluppo del pensiero critico nei giovani. Non si tratta solo di una competenza scolastica, ma di una abilità esistenziale fondamentale, che riguarda la capacità di analizzare la realtà, distinguere tra apparenza e sostanza, tra ciò che si desidera e ciò che è realmente utile o giusto. In una società in cui i modelli culturali dominanti spesso premiano l’immagine, l’immediatezza, la viralità e l’ostentazione, insegnare a pensare in modo critico significa offrire ai giovani uno strumento di libertà. Pensiero critico significa mettere in discussione, farsi domande, confrontare fonti, accettare la complessità, tollerare il dubbio. Significa anche saper riconoscere e decostruire messaggi fuorvianti, come quelli che spingono al consumo, all’imitazione, alla ricerca compulsiva di approvazione. È l’antidoto più potente contro le forme di dipendenza psicologica, sociale e culturale. Promuovere il pensiero critico fin dalla giovanissima età significa educare alla responsabilità, al senso del limite, alla costruzione di un’identità autonoma e non imposta da fuori. Non si tratta di “sapere di più”, ma di imparare a riflettere, a scegliere consapevolmente, a non cadere nelle trappole del conformismo e della superficialità. Oggi più che mai, in un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione e dalla pressione dell’apparenza, il pensiero critico non è solo utile: è vitale.

In conclusione, come possiamo sintetizzare il messaggio chiave?

Nello scenario esistenziale attuale, se vogliamo parlare di un modello educativo non problematico ma realmente orientato all’autorealizzazione del Sé nel rispetto dell’Altro, non possiamo prescindere da un presupposto fondamentale: l’acquisizione di una coscienza critica. Solo una coscienza formata è infatti in grado di elaborare i molteplici input, spesso caotici e ambivalenti, che provengono dall’esterno.

L’obiettivo educativo dovrebbe essere quello di formare Soggetti, non Oggetti del mondo. Ma per diventare soggetto attivo della propria esistenza, la persona deve essere guidata a conoscere se stessa, i propri limiti e le proprie possibilità, confrontandoli costantemente con la realtà. In assenza di questo processo, l’individuo resta uno spettatore passivo di fronte a fenomeni sociali e culturali sempre più multiformi, e ai modelli esterni che, lungi dal promuovere la libertà individuale, mirano piuttosto a creare dipendenza.

In questo contesto, l’essere umano rischia di diventare anch’esso un oggetto da consumare, sedotto dall’illusione — profondamente irrealistica — che il semplice aderire a determinati stili o modelli lo porterà alla realizzazione di sé. Ma questa è un’affermazione vuota, alimentata da un desiderio dereistico e infantile, in cui l’identità si struttura su ideali primitivi e narcisistici, facilmente attratti da promesse di piacere immediato e assoluto.

Non sorprende, dunque, che un modello esistenziale edonistico-consumistico, privo del senso del limite, abbia trovato terreno fertile in una società in cui anche il mercato ha smarrito ogni freno. Negli ultimi decenni, quest’ultimo ha propagandato in modo pervasivo un messaggio culturale di laissez-faire psico-relazionale, insinuando che non esistano più regole nel desiderio di affermarsi, e che il potere di “essere” possa e debba essere sperimentato in ogni forma — anche attraverso modalità aggressive, prive di qualsiasi riferimento etico.

Una delle conseguenze più gravi di questo modello narcisistico è che, quando l’onnipotenza iniziale viene frustrata, l’individuo sperimenta emozioni intense e spiacevoli, in particolare rabbia. Se tale rabbia non viene interiorizzata — generando sintomi depressivi — viene proiettata all’esterno, trasformandosi in un atto distruttivo. In quel momento, la persona si sente nuovamente potente, ma solo nel gesto di distruggere: ed è proprio qui che si manifesta il nichilismo contemporaneo.

In questo stato di profondo smarrimento, il soggetto cerca qualunque cosa possa lenire il malessere interiore. Da qui l’uso crescente di sostanze stupefacenti, in particolare eccitanti, funzionali a sostenere l’ideale della performance a ogni costo. Parallelamente, si diffondono forme di dipendenza comportamentale — come il gioco patologico — nel quale si cerca un riscatto simbolico dalla frustrazione esistenziale.

A questo punto, il nostro compito, come operatori, educatori, adulti, non è solo quello di “curare” le dipendenze, ma di leggere il contesto da cui nascono. Le dipendenze di oggi parlano di un disagio identitario profondo, aggravato da un vuoto educativo e culturale. Non possiamo limitarci a trattare il sintomo, dobbiamo educare al limite, al senso di realtà, alla complessità del vivere.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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