Ispirato dall’intervento di Stefano Rossi al Festival “Io Desidero” di Civitanova Marche
Durante il Festival Io Desidero, dedicato alle nuove generazioni, Stefano Rossi — psicopedagogista e formatore tra i più ascoltati nel panorama educativo italiano — ha offerto una riflessione potente e urgente: viviamo immersi in una cultura del risultato che sta impoverendo la vita emotiva e relazionale dei nostri ragazzi, mettendo seriamente a rischio anche la loro salute mentale. L’ossessione per la performance sta contribuendo a una crescita preoccupante di ansia, depressione, senso di inadeguatezza e isolamento, che sempre più spesso si manifestano già in età scolastica.
A pochi giorni dal suo intervento al Festival, Rossi ha rilanciato pubblicamente il tema attraverso un post condiviso sulle sue pagine social. L’ha fatto prendendo spunto da un caso simbolico: quello dell’allenatore Simone Inzaghi, fino a poche settimane fa celebrato per i suoi successi, oggi ingiustamente ridicolizzato – da tanti, da troppi – per “aver perso” due finali e uno scudetto.
La velocità con cui cambia il giudizio collettivo è impressionante: bastano 90 minuti per trasformare un percorso straordinario in un fallimento. Non importa quanto tu abbia lavorato, costruito, motivato. Se non vinci, sei fuori. Questo è il messaggio, e questo è il veleno che ogni giorno filtriamo nei contesti educativi, familiari, sportivi.
Ma cosa succede quando questa logica del “valgo solo se vinco” penetra nell’identità di un adolescente?
Accade che un’interrogazione sbagliata diventi un motivo per sentirsi falliti. Che il corpo si trasformi in un nemico da controllare ossessivamente. Che la fine di una relazione — magari perché si viene lasciati — si traduca in un senso profondo di inadeguatezza. Che il confronto con gli altri — alimentato dai social, dagli adulti, dal sistema — diventi continuo, soffocante, tossico.
Stefano Rossi lo dice con chiarezza: stiamo educando alla performance, non alla persona. E le conseguenze sono gravi e documentate: Anoressia e vigoressia legate a ideali di perfezione; Autolesionismo come espressione di auto-svalutazione; Ritiro sociale e scolastico per paura del giudizio; Ideazione suicidaria, sintomo estremo di un disagio non riconosciuto. Sono solo alcuni esempi.
Non è un dettaglio da sottovalutare: il suicidio rappresenta una delle principali cause di morte tra gli adolescenti in Europa, subito dopo gli incidenti stradali. Anche in Italia il fenomeno assume contorni allarmanti, con centinaia di giovani che ogni anno arrivano a compiere il gesto estremo, spesso dopo un lungo silenzio fatto di disagio, solitudine, senso di inadeguatezza. Questo dato, che dovrebbe inquietare e interrogare profondamente ogni adulto, racconta più di ogni statistica quanto urgente sia una riflessione sul modo in cui cresciamo le nuove generazioni. La salute mentale non può più essere vista come un tema di nicchia o come un’emergenza da affrontare solo quando i segnali sono ormai drammatici.
Eppure continuiamo a parlare di prevenzione soprattutto in termini di divieti, telecamere, cani antidroga, cellulari sequestrati, pene esemplari dopo un reato. Ma prevenire non significa sorvegliare o punire. Prevenire significa prendersi cura: ascoltare, costruire relazioni, generare contesti educativi in cui sentirsi visti, accolti, riconosciuti.
La vera prevenzione del disagio nasce da un cambio di paradigma: abbandonare la logica del controllo e della sola punizione per ritornare a due pilastri fondamentali dell’educazione: cultura e relazione.
Nessuno discute la necessità di un provvedimento disciplinare di fronte a comportamenti antisociali: educare significa anche porre limiti chiari. Ma quando la risposta si esaurisce nella sanzione, dimenticando l’ascolto, la comprensione e il contesto, rischiamo di perdere di vista l’obiettivo più profondo: aiutare i ragazzi a crescere, non solo a obbedire.
Cultura come riflessione condivisa, come pensiero critico, come educazione al senso. Relazione come tempo speso con i ragazzi, come ascolto, come presenza autentica e non giudicante. Non serve un cane antidroga a scuola, se nessuno ti guarda negli occhi quando stai male. Non serve togliere il cellulare, se non c’è nessuno che ti insegna a usarlo con intelligenza. Non serve vigilare, se non sappiamo accompagnare.
Il compito di genitori, insegnanti, educatori, dirigenti sportivi, non è quello di allevare campioni o geni, ma persone integre. Che sappiano chi sono anche quando sbagliano. Che possano dirsi “abbastanza” anche se arrivano secondi. Che si sentano visti e amati, anche se non brillano.
E questo si può fare solo attraverso una pedagogia della complessità, capace di valorizzare: il processo più del risultato, l’impegno più della vittoria, la resilienza più del giudizio.
Stefano Rossi ha lasciato nel suo post una frase che vale come una bussola educativa:
“Se hai messo tutto il tuo cuore e il tuo impegno in un progetto, non lasciare che il risultato finale definisca chi sei. Impara ad avere rispetto per gli altri, ma soprattutto per te stesso.”
È questa la lezione che dobbiamo ai nostri figli.
È questo l’atto educativo più necessario oggi: liberarli dall’ossessione della prestazione per restituire loro la possibilità di vivere, crescere, sbagliare, rialzarsi — e sentirsi comunque degni. Perché prima del successo, viene il senso. E prima della vittoria, viene la cura. Ma la cura di cosa?
La cura di sé, innanzitutto: della propria identità, della propria autostima, della possibilità di esistere senza essere perfetti.
La cura dell’altro, che ha bisogno di sentirsi accolto più che giudicato, ascoltato più che corretto.
La cura delle relazioni educative, che sono lo spazio in cui una persona impara a conoscersi, a fidarsi, a provare ancora.
La cura della comunità, che deve smettere di misurare tutto in base alla prestazione e tornare a valorizzare i percorsi, i tentativi, i fallimenti come parte della crescita.
Educare non è spingere a vincere.
Educare è coltivare la possibilità di stare bene nella propria pelle, anche se non si arriva primi.
È proteggere lo spazio dell’umanità imperfetta, ma vera.
Se vogliamo davvero prenderci cura delle nuove generazioni, dobbiamo costruire contesti educativi che parlino di senso prima che di successo, di impegno prima che di risultato, di dignità prima che di medaglia.
Questo è il cambiamento culturale che serve.
Questo è l’orizzonte di una pedagogia autenticamente generativa.
Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.
Foto di Luigi Gasparroni



