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Quando un ragazzo cade, chi lo ha lasciato solo?

Al Politeama di Tolentino, giovedì scorso, ho visto con i miei occhi cosa significa attivismo vero: giovani — L’Inganno dei Silenzi, un progetto per sensibilizzare sul tema delle droghe e delle criminalità organizzate — che scelgono di non girarsi dall’altra parte, di dare voce a chi troppo spesso resta invisibile. Paolo  Fineschi e Luca  Passacantando hanno portato sul palco storie durissime, fatte di dolore e speranza insieme — e una sola certezza: che ignorare non è più un’opzione. Non solo nella dimensione teatrale: ora, con la nuova serie di podcast L’Inganno dei Silenzi. Questa non è semplice denuncia: è l’impegno di una comunità che decide di prendersi cura di sé. Per questo merita già un applauso.

Un ringraziamento speciale — con riconoscenza e gratitudine — a chi ogni giorno presidia quella frontiera: poliziotti, forze dell’ordine, operatori, volontari e, in particolare, al mio amico Giuseppe Bommarito, che con coraggio e costanza mostra cosa significa prendersi responsabilità concrete: non commentare o indignarsi, ma agire.

Quando mi è stata rivolta questa domanda — “Se la droga non è la causa, ma la conseguenza di un malessere più grande, da cosa stanno scappando davvero i giovani?” — non l’ho vissuta come un esercizio di retorica da serata pubblica. Era, piuttosto, la domanda che da troppo tempo aspetta una risposta. Una domanda che riguarda tutti noi. E la risposta deve arrivare da ciascuno di noi.

Prima di provare a rispondere — la risposta che leggerete è frutto di un confronto continuo con operatori sul campo, esperti e osservazioni concrete — sento il dovere di chiarire una questione spesso trascurata: non esiste una causa sola né una soluzione facile. Le radici del problema sono profonde, complesse, intrecciate: personali e sociali, familiari e culturali. Se non le guardiamo insieme, in profondità, non possiamo sperare di cambiare davvero.

Arrivo alla risposta. Il problema non sono “i giovani”. Il problema siamo noi — la società adulta, le istituzioni — che abbiamo costruito un ambiente in cui ignorare è diventato un modo per sopravvivere. E mentre ignoriamo le questioni personali di tanti, troppi giovani, il terreno intorno a noi si svuota. In quello spazio vuoto nascono dipendenze, solitudini, ansie, e si aprono le porte a mercati delle droghe tanto più floridi quanto più la comunità abdica al proprio dovere di cura.

Abbiamo evitato nel tempo temi scomodi, il dolore, le domande che disturbano. Abbiamo delegato la responsabilità, rimandato il confronto, rinunciato all’ascolto. Ma non possiamo più farlo. Se vogliamo davvero essere responsabili — come comunità, come adulti, come cittadini — dobbiamo scegliere di non voltare più lo sguardo, dobbiamo agire.

Proseguendo, vi propongo alcune possibili risposte, frutto — come già detto — di confronto, osservazione e riflessione condivisa.

Negli ultimi anni ho incontrato molti giovani — a scuola, nei centri di aggregazione, in messaggi o telefonate: spesso chiedevano aiuto. Non sono uno psicologo, ma posso offrire presenza, ascolto e parola. Spesso la loro richiesta è semplice e profonda: “Ascoltami. Fammi sentire che non sono solo.” Forse la verità più scomoda è questa: parliamo moltissimo dell’offerta di droga — chi vende, cosa circola, le rotte, i sequestri — ma quasi mai ci chiediamo chi cerca droga, da dove viene e soprattutto perché. Quale bisogno, quale fragilità alimenta quella domanda?

Se davvero volessimo capire perché certi comportamenti esplodono tra i giovani, dovremmo smettere di osservare solo “chi offre” — le sostanze, i contesti, le opportunità di accesso — e iniziare a guardare con più onestà “chi domanda”. Qualsiasi azienda, per capire il successo di un prodotto, studia i clienti, non i fornitori. Con i ragazzi dovremmo fare lo stesso: partire da ciò che cercano, da ciò che manca, da ciò che fa male. E questo non toglie nulla al lavoro prezioso — e spesso solitario — di chi, come Giuseppe Bommarito, studia e contrasta l’offerta criminale. Significa semplicemente completare il quadro guardando anche l’altra metà del problema.

E allora proviamo a guardare il loro ecosistema, quello che noi abbiamo costruito: iperconnessione costante, confronto sociale continuo, identità esposte a uno sguardo pubblico permanente, famiglie oscillanti tra iperprotezione e smarrimento, adulti spesso assenti, delegittimati o incapaci di offrire orientamento, e pochissime occasioni reali di ascolto. Dentro questo scenario, i numeri parlano da soli: ansia, depressione, insonnia, ritiro sociale, autolesionismo, disturbi alimentari, abuso di alcol, uso senza prescrizione di psicofarmaci, dipendenze comportamentali — dal gaming all’azzardo digitale — e una ricerca spasmodica di approvazione, like, visibilità.

È un paesaggio emotivo che Matteo Lancini (psicologo e psicoterapeuta, della Fondazione Minotauro, docente all’Università Milano-Bicocca, esperto di disagio adolescenziale e delle nuove forme di dipendenza) sintetizza con una frase che non dovremmo dimenticare: “Non sono fragili loro: è fragile il contesto.”

In molti casi — ormai — le sostanze non sono un modo per “sballare”, ma diventano un anestetico. Un regolatore emotivo. Un sedativo per spegnere l’ansia. Una strategia maladattiva, certo — ma spesso l’unica a portata di mano. Vengono usate per tappare vuoti: affettivi, relazionali, educativi, di senso, di appartenenza, di speranza. E va detto con chiarezza: quei vuoti non sono generati dalla chimica — li produce la società tutta.

A confermarlo ci sono dati significativi. Nella ricerca IUSVE–IPSOS su 2.000 giovani tra i 16 e i 26 anni, oltre un terzo si dice pessimista. Le principali preoccupazioni riguardano la possibilità di non realizzare gli obiettivi di vita, di non trovare un lavoro stabile, di non conquistare l’indipendenza economica. L’Indice di Fiducia dei Giovani (dati aggiornati nell’ultima rilevazione del 2024) mostra un calo significativo nella fascia 18-24 anni. Secondo il rapporto “Giovani 2024” del Consiglio Nazionale dei Giovani, l’85% ritiene che le istituzioni guardino poco o per niente al loro futuro. Una recente indagine promossa da Con i Bambini e condotta da Istituto Demopolis indica che circa un adolescente su tre guarda con pessimismo al proprio futuro — quota che sale al 43% tra chi vive in periferie o aree socialmente fragili.

Accanto a questi segnali, emergono fenomeni preoccupanti: in Italia, un giovane su quattro tra i 15 e i 24 anni ha fatto uso improprio di psicofarmaci almeno una volta — un tentativo disperato di “autocurarsi”. La Società Italiana di Psichiatria Sociale parla di circa 700.000 under 25 con disturbi d’ansia o depressione. Non siamo dunque di fronte a un insieme di fragilità individuali isolate, ma a un clima culturale che amplifica la sofferenza.

Gianni Rodari, nel 1970, disse a Sergio Zavoli: “Quando un ragazzo cade, chi lo ha lasciato solo?”. Non parlava di droga, parlava di comunità. Eppure quelle parole arrivarono proprio negli anni in cui, per la prima volta, in Italia il consumo di sostanze iniziava a diffondersi su larga scala. È paradossale: mentre il Paese scopriva le droghe “di massa”, Rodari aveva già capito il punto essenziale. Il problema non era la sostanza, si anche, ma soprattutto il vuoto attorno ai ragazzi. Oggi quella domanda è più attuale che mai. Siamo un Paese che reagisce alle emergenze ma fatica a prevederle, che proclama la prevenzione ma raramente la pratica davvero, secondo la Scienza; un Paese che si affida alla repressione, ripeto essenziale, ma trascura la costruzione del senso. Curare i sintomi e ignorare le cause è diventato un nostro vizio nazionale.

E allora la domanda da cui sono partito si rovescia: non “perché i ragazzi usano droghe?”, ma “perché noi adulti — genitori, insegnanti, istituzioni — non abbiamo costruito alternative realmente credibili?”. Perché non abbiamo investito seriamente in reti di comunità, formazione per educatori, spazi condivisi, competenze per l vita (life‑skills), sostegno familiare, opportunità concrete di appartenenza. Spesso, la prima linea di prevenzione è in famiglia: relazioni educate con rispetto e ascolto, attaccamento saldo, monitoraggio equilibrato, valori condivisi fanno una differenza reale. La prevenzione non nasce solo nei ministeri, ma vive nel quotidiano — nelle case, nelle famiglie, nei dialoghi sinceri, nelle regole chiare, nella presenza concreta di chi educa. Eppure, troppo spesso, proprio quest’area manca. Senza genitori consapevoli e comunità presenti, le altre misure restano incomplete.

In chiusura voglio restituire spazio alle parole di una ragazza, poco più che ventenne. Mi ha posto una domanda che non possiamo liquidare come l’ennesimo sfogo giovanile: una domanda che dovrebbe riecheggiare nelle stanze della politica, nelle scuole, nei servizi e, soprattutto, nelle nostre coscienze di adulti: “Dove siete quando noi soffriamo? Cosa avete smesso di darci? Vi sembrano sufficienti i soldi e le cose? Che cosa non avete voluto vedere di noi?” La mia non è una provocazione, credetemi: è un promemoria. Un richiamo alla responsabilità adulta, alla mia, alla vostra.

Perché non abbiamo compreso Gianni Rodari più di cinquant’anni fa? Perché continuiamo a ignorare i tanti Matteo Lancini di oggi — psicologi, operatori, adulti che provano a comprendere, ad ascoltare, a curare? Se davvero vogliamo dare un futuro ai giovani, dobbiamo dimostrare che abbiamo imparato. Non con parole vuote, ma con impegno concreto, ogni giorno.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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