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“Non è colpa dei medici, ma di un sistema al collasso”: la lettera di Barbara Mori al direttore dell’Ospedale di Torrette

Una denuncia accorata, una testimonianza di dolore ma anche di responsabilità civile. Barbara Mori, consigliera comunale di Camerano e moglie di Romano De Angelis, ha scritto una lettera aperta al direttore dell’Ospedale di Torrette per raccontare la drammatica esperienza vissuta insieme al marito nel pronto soccorso, dove l’uomo è deceduto il giorno successivo a un’attesa di ore per una trasfusione urgente.
Nel suo racconto, Mori non punta il dito contro il personale sanitario, ma contro un sistema sanitario regionale che — a suo dire — “ha smesso di garantire dignità e umanità”. Di seguito, il testo integrale della lettera.

«LETTERA APERTA AL DIRETTORE DELL’OSPEDALE DI TORRETTE»

«Nel primo pomeriggio di martedì 28 ottobre mi sono recata al Pronto Soccorso di Torrette con mio marito, Romano De Angelis, per una trasfusione urgente a causa di un grave abbassamento dell’emocromo.

Nonostante fosse stato classificato come codice arancione, abbiamo atteso per ore in sala d’aspetto. Solo in serata, dopo un lungo e faticoso trasferimento dalla sedia a rotelle alla barella – che in quel contesto è sembrata quasi un lusso – Romano ha potuto iniziare la trasfusione, intorno alle nove di sera.
Il giorno successivo, per complicanze respiratorie, alle 15 Romano è deceduto.

Non scrivo per accusare i medici o gli infermieri: ho visto con i miei occhi il loro impegno, la loro fatica, la corsa continua per cercare di dare risposte in condizioni disumane.
Scrivo per denunciare il fallimento del sistema sanitario marchigiano, ridotto a un apparato che non garantisce più né cura né dignità.

Al pronto soccorso di Torrette non si ha la sensazione di entrare in un luogo di cura, ma in una trincea di guerra: mancano letti, mancano strumenti, manca personale.
Le barelle, destinate solo al trasporto temporaneo dei pazienti, vengono usate per ore e ore come giacigli di fortuna. Mio marito, già molto debilitato, ha passato la notte su una di esse, e la mattina dopo sul suo corpo erano già comparse piaghe da decubito.

Due macchinari ai quali era collegato segnalavano allarmi continui; ogni volta che lo facevo notare, mi veniva detto che non si trattava di un problema grave. Oggi, dopo la sua morte, non posso non interrogarmi su quella risposta.

Ma la ferita più profonda è arrivata dopo la morte.
Il corpo di mio marito è stato sistemato davanti alla porta di uscita del pronto soccorso, in attesa di essere portato via, in modo indecoroso, senza alcuna protezione della sua dignità.
E quando, poche ore dopo, l’ho rivisto alla camera ardente, ho scoperto che nessuno si era premurato di togliere gli aghi, le flebo, i cerotti, le fasce e la pellicola trasparente che ancora gli avvolgevano le mani. Così abbiamo dovuto salutarlo, con addosso i segni dell’abbandono di un sistema che ha perso il senso dell’umanità.

Non è colpa dei singoli operatori, schiacciati da turni massacranti e da una carenza cronica di personale, ma di una sanità regionale allo sbando, che ha smesso di mettere al centro la persona.

Se il grado di civiltà di una società si misura dal rispetto che riserva ai malati e ai defunti, dobbiamo ammettere che nelle Marche questo limite è stato superato da tempo.
La sanità pubblica marchigiana non è solo in difficoltà: è al collasso.
E chi ha responsabilità politiche e di governo deve smettere di tacere o minimizzare, e prendersi la responsabilità di cambiare davvero.

Perché non è accettabile che un uomo, dopo una vita di lavoro e impegno civile, muoia su una barella in un pronto soccorso sovraffollato, e venga salutato con aghi e cerotti ancora addosso.
Serve una svolta radicale, per restituire dignità alle persone, ai loro familiari e anche a chi, dentro quel caos, continua a fare il possibile per curarli. Morire in ospedale non dovrebbe mai significare perdere la propria umanità.

Barbara Mori
Vedova di Romano De Angelis
Consigliera comunale di Camerano»

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