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Restituire il tempo. Un medico, padre e nonno si racconta: come cambiano lo sguardo, la presenza e il senso dell’essere adulti

Ci sono conversazioni che non nascono da un’intervista, ma da un bisogno. Un bisogno di comprendere, di nominare ciò che spesso resta sospeso nel silenzio degli adulti: la responsabilità, la presenza necessaria, la fragilità dei legami. Questa chiacchierata con Paolo Staffolani — amico, medico in pensione, padre e nonno — è una di quelle. Il frutto del nostro incontro è stato anche una passeggiata lenta sui meravigliosi sentieri dell’entroterra maceratese, dal lago di Fiastra al borgo di Podalla, dove il paesaggio sembrava accompagnare il ritmo del pensiero: un tempo che rallenta, che lascia spazio alle parole e ai silenzi. L’ho incontrato con il desiderio di esplorare come si evolve, nel tempo, il ruolo di chi educa, cura e accompagna. Di come cambiano gli sguardi, le priorità, le colpe e le consolazioni. Paolo non risponde con toni da saggio né con risposte pronte: racconta, riflette, a volte sorride di sé, a volte si ferma a cercare le parole. Ed è in quella pausa che, credo, si nasconde la parte più preziosa di questa conversazione.

Paolo, se guardi indietro, come racconteresti il tuo essere padre e oggi nonno?

Direi che la mia vita è come quella di Alice nel Paese delle Meraviglie. Sono arrivato sempre un po’ tardi. Ho compreso necessità e significati quando il tempo per capire e agire era già passato. Talmente in ritardo che ora, da nonno, cerco di fare il padre — e ogni tanto mi sento ricordare che quella parte, in fondo, l’ho già avuta.

C’è tenerezza in questa ammissione, ma anche consapevolezza. Hai detto spesso che per molti anni hai dato più spazio alla realizzazione personale che alla presenza. Come guardi oggi a quell’equilibrio?

Ho passato gran parte della mia vita lavorativa a rimediare a studi non esaltanti, per fare il meno male possibile il lavoro di medico di laboratorio. Avevo scelto quel ruolo per un senso di inadeguatezza verso il contatto diretto con i malati. Da lì è nato uno squilibrio: troppo tempo speso a rincorrere la mia realizzazione, poco ad accompagnare i figli nella loro crescita. La costante presenza della madre ha attutito le mie assenze. Quando ho provato a entrare troppo nel merito, ho combinato più guai che bene. Alla fine ho capito che il mio posto era quello di esserci quando richiesto — e sempre pronto a leggere ai nipotini lo stesso racconto per la decima volta. Trovo consolazione nel sentire dai miei figli comprensione per le mie assenze… e perfino per certe presenze.

Ti sembra che la tua consapevolezza sia cambiata nel tempo?

Sì, molto. Con la pensione è venuto meno il peso del lavoro e ho cominciato a leggere, a riflettere su temi che avevo solo sfiorato. Forse la vecchiaia non è che questo: avere il tempo, finalmente, per capire ciò che si è vissuto in fretta.

Cosa significa, oggi, essere genitori — o nonni — in una società che cambia così rapidamente?

La società è sempre stata complessa. Basta leggere i testi antichi: anche i greci si lamentavano della gioventù. Credo che l’errore stia nel voler applicare ai figli le regole che abbiamo imparato noi. È come voler usare una mappa vecchia per un territorio che cambia ogni giorno. A ogni epoca il suo disorientamento. Ma una cosa resta: i figli sono il nostro tesoro non per ciò che erediteranno, ma perché portano avanti un pezzo di noi. La discendenza, sì, ma anche la speranza che qualcuno faccia meglio.

E i nonni, in questo quadro, che ruolo hanno?

Hanno un vantaggio: il tempo e la distanza. Non devono più correre, non hanno più ormoni a dettare l’urgenza di agire. Possono ascoltare. Riflettere. Forse è questo il dono dell’età: l’attenzione libera dalla paura di sbagliare.

Hai parlato di un senso di colpa per non aver saputo “interpretare e agire” nei confronti dei tuoi figli. Cosa può fare oggi un adulto con quella consapevolezza?

Tenerla dentro sarebbe uno spreco. Io credo che nessuno debba vivere la pensione come un tempo di riposo. Così come certi imprenditori non lasciano mai la loro azienda, anche noi anziani dovremmo continuare a “lavorare” per la comunità, per i giovani, per la comprensione dei processi della crescita. Nel nostro piccolo, con quello che sappiamo e che abbiamo.

Se guardi i giovani di oggi, cosa ti preoccupa di più?

La psicologia ci insegna che i tratti della personalità si formano già tra i due e i tre anni. Eppure, spesso, i genitori non ci sono — e non è vero che conti solo la qualità del tempo: serve anche la quantità. Non ho mai visto un bambino piangere quando se ne va la babysitter, ma succede quando si allontana la madre. Poi arriva l’adolescenza, con la sua tempesta emotiva e le incertezze. Se non vengono accompagnate, diventano ferite: mancanza di fiducia, disturbi alimentari, isolamento, devianze.

E quanto dipende tutto questo dall’assenza di adulti consapevoli?

Moltissimo. I libri che parlano di crescita raccontano sempre genitori che rassicurano, ma non comprendono. Che spiegano, ma non ascoltano. Io dico sempre che ci vorrebbero genitori-allenatori. O magari un Velasco della prima infanzia dentro ognuno di noi.
Il punto non è colpevolizzare, ma capire. Il passato serve solo a capire dove siamo. L’unico tempo su cui possiamo agire è l’oggi — non un domani vago, ma un domani che comincia domattina.

Hai un’immagine molto concreta della coerenza come forma di educazione.

Sì, me ne accorsi quando, dopo aver parlato ai figli di solidarietà, non diedi l’euro all’uomo fermo davanti al supermercato. I figli misurano tutto. Non con le parole, ma con gli occhi.
E se percepiscono ambiguità, perdono fiducia. E senza fiducia non si cresce.

Come si può imparare ad accogliere davvero le emozioni dei figli?

Innanzitutto, smettendo di pensare che la psicologia sia un lusso. Così come si va dal meccanico o dal consulente bancario, si può chiedere aiuto anche per capire meglio un figlio. La prevenzione vale sempre più della cura.

Hai una frase che ami citare: “Se non vuoi essere preoccupato del comportamento dei figli, devi occupartene”.

Sì, l’ho sentita dire da don Luigi Ciotti, ma la sentivo già mia. Occuparsi dei figli significa ascoltarli, non solo guidarli. Dare più valore all’incoraggiamento che alla lode. Non dire loro cosa fare, ma stare accanto mentre cercano di capire chi sono.

E parlando di società, di impegno, come si trasmette oggi il senso civico ai giovani?

Mostrando le conseguenze delle scelte. Gli adulti devono saper guardare oltre il presente, interrogarsi sul prezzo del benessere. Abbiamo insegnato a desiderare, non a scegliere. E senza la capacità di scegliere non si costruisce una comunità consapevole.

Se dovessi riassumere un messaggio per genitori e nonni?

Giocare con i figli quando sono piccoli, ascoltarli quando crescono. E ricordare che non tutti vivono le nostre condizioni. Il 17% delle persone consuma l’87% delle risorse del pianeta. Il denaro è un mezzo, non un fine. “C’è gente talmente povera — diceva Madre Teresa — che l’unica cosa che ha sono i soldi.” Ciò a cui nessuno dovrebbe rinunciare, in fondo, è la felicità.

Ascoltando Paolo, ho pensato che forse crescere — come genitori, come adulti, come comunità — non è mai un percorso lineare. C’è un tempo per costruire, uno per comprendere, uno per restituire. E forse, se davvero esiste una forma alta di responsabilità, è proprio questa: continuare a imparare come si sta accanto. Grazie, Paolo, per averlo ricordato con tanta verità e leggerezza. Buon cammino!

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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1 commento

  1. Aecoltare è toccare l’anima, è il regalo dei regali, Qualsiasi dono, penso ad esempio a quelli dell’albero di Natale, finisce per lo più per toccare il corpo. L’ascolto fonde due anime e sucita l’amore che incontra e mai ferisce. Il poter fare di più viene con l’ascolto che continua. Grazie

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