Sempre più giovani in Europa stanno abbandonando l’idea di lavorare la terra. L’agricoltura, un tempo considerata fonte di sostentamento stabile e identità familiare, oggi appare come una scelta poco attrattiva, spesso evitata, quasi temuta. Non si tratta solo della fatica fisica o dei ritmi impegnativi, ma di una crisi più profonda, culturale e simbolica. In un mondo che esalta l’innovazione, la velocità e il successo immediato, la lentezza della natura sembra fuori tempo.
Lavorare nei campi richiede dedizione quotidiana, affrontare intemperie, imprevisti, mercati instabili. Chi cresce lontano dalla campagna fatica a vedere in essa un’opportunità, e chi invece ci è nato la vive spesso come un peso o una via senza prospettive. Le immagini idealizzate della vita rurale non reggono il confronto con la realtà fatta di burocrazia complessa, solitudine, investimenti spesso insostenibili e ritorni economici incerti.
Molti giovani, anche se attratti da ideali di sostenibilità e vita semplice, si scontrano con una mancanza di strumenti concreti per avviare o proseguire un’attività agricola. La percezione diffusa è che la terra sia un mondo chiuso, poco riconosciuto socialmente e distante dai linguaggi del presente. A questo si aggiunge la difficoltà di accedere alla terra stessa, agli strumenti tecnologici, al credito, alla formazione. L’agricoltura resta ancorata a un’immagine del passato, mentre i giovani cercano spazio in un futuro che sembra correre altrove.
Eppure la terra potrebbe offrire nuove possibilità, se venisse raccontata e vissuta come luogo di sperimentazione, innovazione, collaborazione. Ma per farlo serve un cambiamento di mentalità collettivo: serve restituire dignità, orizzonte e senso a un mestiere che oggi, per troppi, è solo sinonimo di rinuncia.
Ci sono segnali incoraggianti, spesso marginali ma significativi. Cooperative agricole giovanili, orti urbani, progetti di agricoltura sociale e rigenerativa stanno cercando di riavvicinare le nuove generazioni alla terra. In alcuni contesti, il lavoro agricolo si fonde con la ricerca scientifica, la tecnologia, la sostenibilità ambientale. Nascono microaziende che integrano coltivazione, trasformazione e vendita diretta, creando filiere corte e rapporti diretti tra produttore e consumatore.
Ma questi esempi, per diventare modello diffuso, devono essere sostenuti con politiche lungimiranti, incentivi reali, accesso facilitato alla terra, alla formazione e all’innovazione digitale. Servono narrazioni nuove, che parlino alla sensibilità contemporanea, che mostrino come lavorare la terra non sia solo “tornare indietro”, ma un modo per reinventare il futuro.
Bisogna anche colmare il divario tra mondo urbano e mondo rurale: far dialogare città e campagna, scardinare stereotipi reciproci, valorizzare il sapere contadino senza idealizzarlo. Occorre restituire centralità alla terra nei discorsi pubblici, nella scuola, nei media, nella cultura. L’agricoltura non è solo produzione di cibo, è cura del paesaggio, tutela della biodiversità, presidio del territorio.
Se vogliamo che i giovani tornino a vedere nell’agricoltura una strada possibile, dobbiamo cambiare il modo in cui la raccontiamo, ma anche il modo in cui la viviamo. Un cambiamento che non riguarda solo chi lavora la terra, ma l’intera società: perché dalla terra, in fondo, dipende ancora tutto.
di Redazione



