La guerra dei dazi aperta da Trump a partire dal suo ritorno alla Casa Bianca in gennaio, sta procurando danni consistenti all’economia mondiale, quella americana compresa, con un calo drastico sia dei risparmi, sia degli investimenti. I vantaggi di un’eventuale politica protezionistica sono sempre molto aleatori. L’obiettivo centrale è sicuramente quello di favorire uno sviluppo della produttività interna di un Paese, ma gli effetti indesiderati si sono sempre ovunque dimostrati, nei secoli, largamente maggiori dei benefici attesi. Lo scenario si sta ripetendo specularmente durante quest’avventura trumpiana. Eppure il Presidente americano aveva a disposizione tantissimi esempi del passato che avrebbero dovuto dissuaderlo da questa follia. Uno dei più celebri coinvolse proprio la nostra Italia, quando nel 1887 il Primo ministro Agostino De Pretis, spalleggiato dal ministro dell’agricoltura Luigi Luzzati, decise di aprire una guerra doganale con la Francia, passata alla storia come guerra delle tariffe. Il commercio tra i due Paesi era sempre stato molto intenso e prevedeva l’importazione da parte italiana di profumi, cosmetici, orologi, gioielli, cristalleria, porcellane, articoli di pelletteria e liquori dalla Francia, mentre nel paese d’oltralpe finivano olio d’oliva, vino e agrumi nostrani. La scontro doganale fu determinato dal livello di tensione crescente che aveva coinvolto i due Paesi. Una motivazione più di natura politica e diplomatica, piuttosto che squisitamente economica. L’italia non riusciva a superare infatti il trauma del 1881 determinato da “Lo schiaffo di Tunisi“, con l’occupazione della Tunisia, ambizione coloniale italiana, da parte dell’esercito francese. Quell’episodio aveva spinto il governo italiano a firmare nel 1882 la Triplice Alleanza con Austria e Germania, mentre i successivi esecutivi avevano determinato un progressivo allontanamento dagli ex alleati francesi. La guerra doganale non fu limitata alle tariffe, si procrastinò fino al 1998 e venne caratterizzata da un clima di “disprezzo” reciproco, con pesanti insulti da ambo le parti e generalizzati, sia sul piano politico che sociale. Nacquero stereotipi legati all’italiano, apostrofato come ubriacone, fannullone, mangia aglio e traditore, mentre il francese ai nostri occhi appariva come arrogante, presuntuoso, pavido e sciovinista. Non mancarono nemmeno gli scambi al veleno tra politici, con George Tirard, presidente del consiglio dei ministri francese, che definiva Francesco Crispi “lo scendiletto di Bismarck”, ma che era a sua volta ribattezzato dal primo ministri siciliano “Il gabelliere di Parigi”. Fu proprio durante l’era Crispi che le tariffe doganali raggiunsero la loro massima aliquota. Sui prodotti francesi oscillavano dal 40 al 60%, mentre su quelli italiani raggiunsero il 70% sul vino e sull’olio e addirittura fino al 100% sugli agrumi. D’altra parte Francesco Crispi, da grande ammiratore di Bismarck qual era, ne aveva assimilato l’odio per la Francia ed i francesi ed aveva cercato di ridisegnare i rapporti commerciali in chiave tedesca. Paradossalmente se fu una questione coloniale, quella tunisina, ad accendere la guerra doganale, un’altra doveva porvi fine. Il primo marzo del 1896, infatti,con il disastro e l’umiliazione di Adua, finiva la carriera politica di Francesco Crispi. I governi successivi cercarono di lavorare sin da subito per distendere il rapporto con il governo francese. D’altra parte gli effetti della politica doganale erano risultati devastanti soprattutto per l’economia agricola del Sud Italia che, prima dello scontro, esportava gran parte dell’olio e degli agrumi prodotti proprio in territorio francese. Un Sud già devastato dall’aumento della pressione fiscale post unitaria, cresciuta del 107% ed ora drammaticamente ferito da una politica economica assurda e scriteriata. Nel 1898, la firma del ministro degli esteri Emilio Visconti Venosta, del governo Pelloux, sancì la fine definitiva dello scontro doganale con i francesi. Le conseguenze sul piano economico e sociale però furono ancora lunghe a morire, così come la diffidenza reciproca tra i nostri Paesi. Un esempio questo, illuminante, dal quale anche Trump dovrebbe trarre insegnamento. Quando si alzano i muri, di qualsiasi tipo siano, le conseguenze sono sempre nefaste.
Di Andrea Marinelli



