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Il Festival di Sanremo e la paura delle parole

Stanno per accendersi i riflettori sul Festival di Sanremo e, come ogni anno, si riaccende anche il dibattito. C’è chi lo considera un evento sproporzionato rispetto ai problemi del Paese e del mondo. Con tutto quello che succede, dobbiamo davvero parlare di Sanremo?” è la domanda ricorrente. Sul versante opposto, c’è chi ne difende con convinzione il valore culturale, simbolico, perfino identitario.

Io mi colloco in una posizione intermedia, ma non neutrale. Non mi interessa esaltare il Festival, né liquidarlo con sufficienza. Mi interessa provare a capire che cosa produce.

E sento, prima di entrare nel merito, il bisogno di chiarire una cosa: non ho competenze tecniche per analizzare un fenomeno sociale di questa portata. Non sono un sociologo dei media, né un critico musicale. Non ho gli strumenti per valutare arrangiamenti, strategie discografiche o dinamiche di mercato.

Il mio è uno sguardo diverso. È lo sguardo di un adulto, di un padre, di un educatore, di un cittadino che prova a interrogarsi su ciò che attraversa le case, le scuole, le chat, le conversazioni tra generazioni. Su ciò che milioni di persone tra cui moltissimi ragazzi guardano, commentano, condividono.

Non mi interessa stabilire se Sanremo sia altoo basso, necessario o superfluo. Mi interessa chiedermi quali parole mette in circolo, quali modelli espone, quali emozioni attiva, quali tensioni fa emergere.

Perché, piaccia o no, il Festival non è solo musica. È uno specchio. E quando uno specchio riflette un Paese intero, merita almeno uno sguardo, meglio consapevole.

La prima evidenza è che Sanremo crea uno spazio comune. In unItalia attraversata da divisioni politiche, territoriali e generazionali, riesce ancora a sincronizzare milioni di persone attorno allo stesso evento. Per qualche sera si discute delle stesse canzoni, degli stessi testi, degli stessi gesti. In unepoca di bolle digitali e consumi frammentati, questa convergenza è un fatto sociale raro. È qualcosa che succede solo in poche altre circostanze le Olimpiadi, come quelle invernali di questi giorni, una finale degli Azzurri, un grande evento sportivo oppure, allopposto, davanti a tragedie che colpiscono il Paese, come un terremoto o una calamità che risveglia unimmediata solidarietà collettiva. Ed è proprio in questi momenti, luminosi o drammatici, che comprendiamo quanto siano preziosi gli spazi comuni.

La seconda riguarda il dialogo tra generazioni. Sul palco convivono artisti storici e volti nuovi, linguaggi differenti, memorie e sperimentazioni. È uno spazio in cui il passato non viene archiviato e il presente non è idolatrato: entrambi si contaminano. E in questa contaminazione la cultura popolare può diventare ponte.

La terza è laccessibilità. Essendo trasmesso dalla RAI, il Festival mantiene una dimensione pubblica. Non è un evento per pochi, né un contenuto chiuso in una nicchia a pagamento. Entra nelle case, gratuitamente, e raggiunge pubblici molto diversi. È una piazza simbolica, con tutti i limiti delle piazze, ma anche con la loro forza inclusiva.

C’è poi il tema della visibilità. Negli anni abbiamo visto artisti portare sul palco esperienze personali che hanno aperto discussioni profonde. Non per fare propaganda, ma per raccontare il tempo in cui vivono. E ogni volta che questo accade riemerge la stessa obiezione: Gli artisti non devono fare politica. Devono limitarsi a cantare. Ma cosa significa, davvero, fare politica? E chi stabilisce il confine?

Se un artista parla di discriminazione, è politica? Se canta lamore tra persone dello stesso sesso, è politica? Se racconta la fatica economica di una generazione o invoca la pace, è politica?

La richiesta di neutralità spesso non è neutrale. È una richiesta selettiva. Alcuni temi vengono percepiti come universalie quindi accettabili; altri come politicie quindi da escludere. Ma questa distinzione non è oggettiva, seria, credibile: nasce da sensibilità culturali, da equilibri di potere, da posizionamenti partitici, ideologici.

Chiamiamo neutrociò che non mette in discussione lassetto esistente. Diventa politico, invece, ciò che interroga privilegi, abitudini, visioni consolidate. In questo modo, la neutralità rischia di trasformarsi in una forma elegante (mica tanto) di silenziamento. Stabilire che certi temi non debbano trovare spazio significa decidere quali parole possono abitare la scena pubblica e quali no. E anche questa, a ben vedere, è una scelta politica.

Larte, per sua natura, interpreta il mondo. E il mondo è attraversato da conflitti, attriti, disuguaglianze, aspirazioni collettive. Pretendere che larte sia priva di dimensione politica significa chiederle di amputare una parte della realtà, ridurla a intrattenimento innocuo, come se emozioni, identità e diritti potessero essere separati dalla vita pubblica.

La storia culturale lo dimostra: le opere che hanno inciso di più nellimmaginario collettivo sono spesso quelle capaci di intercettare tensioni sociali e trasformarle in linguaggio. Non comizi, ma racconti. Non slogan, ma interpretazioni.

Difendere la possibilità che un artista esprima un pensiero anche scomodo, anche divisivo non significa condividerlo. Significa difendere uno spazio di pluralità. In un contesto come Sanremo, che è insieme spettacolo e rito civile, questa pluralità è un valore. Non perché elimini il conflitto, ma perché lo rende visibile dentro una cornice condivisa.

Il Festival non risolve i problemi del Paese. Non sostituisce il dibattito politico, né dovrebbe farlo. Ma può offrire uno spazio in cui sensibilità diverse si affacciano sulla scena pubblica e vengono ascoltate, criticate, discusse.

E qui, per me, sta il punto decisivo: non tanto cosa viene detto su quel palco, ma cosa facciamo noi, dopo.

Siamo ancora capaci di ascoltare davvero? Le nuove generazioni, certo. Ma anche le prime generazioni, quelle adulte, quelle che hanno responsabilità educative. Siamo disposti ad ascoltare parole che ci spiazzano, che non coincidono con il nostro vocabolario, che mettono in discussione categorie a cui siamo affezionati? O chiediamo subito che vengano abbassate, corrette, neutralizzate?

Educare non significa filtrare il mondo perché sia rassicurante. Significa accompagnare a leggerlo. Anche quando è scomodo. Anche quando una canzone apre temi che non avremmo scelto noi.

Forse il gesto più alto non è pretendere che sul palco non si tocchino questioni divisive. È sedersi a tavola il giorno dopo, o entrare in classe, e dire: Ne parliamo?. Chiedere ai ragazzi cosa hanno sentito, cosa li ha colpiti, cosa li ha disturbati. E poi ascoltare, senza lansia di correggere subito.

Sanremo può diventare questo: unoccasione educativa. Un allenamento al confronto. Un modo concreto per imparare a stare insieme anche quando la pensiamo diversamente. Non per convincerci tutti della stessa cosa, ma per imparare a discutere senza umiliarci, a dissentire senza squalificarci, a riconoscere che dietro ogni parola c’è una storia.

Se riesce ad aprire queste conversazioni, allora non è tempo sottratto ai veri problemi. È uno spazio in cui una comunità prova, imperfettamente ma pubblicamente, a parlarsi.

E in un tempo in cui le parole fanno paura o vengono usate come armi forse il compito più urgente degli adulti non è abbassare il volume. È educare allascolto.

Andrea Foglia — genitore impegnato, voce libera per i giovani.

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