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Elezioni regionali Marche 2025: un tentativo ‘diverso’ di analisi

Di Fulvio Esposito

Nei commenti sui risultati delle elezioni regionali delle Marche ho trovato, fin qui, solo il ripetersi di uno stanco rituale. E non è certo l’invenzione di neologismi come “sconfittismo” che può far apparire nuovo quel che invece è stantio.

Aveva ragione la Segretaria del PD Elly Schlein quando diceva che non ha senso inseguire qualche piccola percentuale di elettori del M5S o di Azione, a fronte di una smisurata percentuale di potenziali elettori (50% o più) che non va a votare.

I numeri sono eloquenti. Nelle Marche, su un milione e 325mila aventi diritto, hanno votato 644mila persone; 680mila sono rimaste a casa. Acquaroli ha preso 338mila voti, lo ha votato un marchigiano su quattro. Ricci (286mila voti), uno su cinque. La differenza tra i due è stata di “soli” 52mila voti, meno del 4% del corpo elettorale.

Il partito di Giorgia Meloni è stato votato da 156mila persone, il 12% dell’elettorato; il PD (128mila voti) da poco meno del 10%. Questi dati dimostrano quanto sia rilevante il fenomeno dell’astensionismo. Ecco perché ha ragione Elly Schlein. Eppure, nonostante questa consapevolezza, in questi due anni e mezzo di nuova Segreteria il PD non è riuscito a trovare il modo di contrastare la disaffezione per il voto e riportare alle urne almeno una parte della crescente popolazione astensionista.

Non sarebbe meglio perciò, anziché attardarsi nelle esecrabili pratiche della ricerca del capro espiatorio, dei “l’avevo detto”, della caccia all’errore nella scelta delle candidature, delle autoassolutorie “basta con le autocritiche”, impegnarsi seriamente nell’analizzare le cause profonde del fenomeno?

Io penso che l’astensionismo, insieme al successo (relativo) delle tendenze sovraniste-populiste — fenomeni che, a parer mio, vanno letti insieme — sia frutto di una profondissima trasformazione della società. Trasformazione che non ha investito solo l’Italia, anzi; tuttavia, mi limiterò a tratteggiare una breve analisi di questa trasformazione per l’Italia, che tutti conosciamo un po’ meglio.

Nel dopoguerra era diffusa (non ho detto unanime, ma diffusa) la fiducia che si andasse verso la costruzione di una società di liberi ed uguali, quale la dipingeva la Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza. Si ripartiva con l’idea che ci fossero opportunità per tutti e tutte. In particolare, tutte le famiglie — qualunque fosse la condizione sociale, economica e culturale — erano convinte che far studiare i figli era necessario, ma anche sufficiente, per conseguire una condizione migliore.

Progressivamente, negli anni, prima lentamente, poi con un processo sempre più veloce, questa convinzione è venuta meno. La schiera delle persone “lasciate indietro” che, nella visione dei padri e delle madri costituenti, avrebbe dovuto sparire, invece cresceva sempre più, insieme alla consapevolezza che ad andare avanti erano sempre “i soliti”. La fiducia nel potenziale trasformativo della politica ha cominciato a incrinarsi già negli anni ’70 e ’80, con le crisi economiche e le prime avvisaglie della globalizzazione. Ma è con il berlusconismo e i suoi epigoni che il processo è stato addirittura benedetto e legittimato culturalmente: l’apoteosi del mito del successo e del “bello”, le frasi tipo “che bisogno abbiamo dello studio e della ricerca, noi che facciamo le scarpe più belle del mondo”, la cultura “che non si mangia”, il sarcasmo sui “professoroni”. Questo messaggio ha avuto presa proprio perché interpretava le pulsioni di chi si sentiva escluso dai percorsi intellettuali e formativi tradizionali.

A livello più o meno consapevole si radica, in questo strato quantitativamente crescente della popolazione, da una parte l’idea che non sarà la politica a cambiarne la condizione, dall’altra il fascino per chi indica strumentalmente facili bersagli come cause del disagio e della marginalizzazione: gli stranieri, i diversi, gli intellettuali… Ecco perché dico che astensionismo, sovranismo e populismo sono frutti della stessa pianta.

Con quali strumenti si può provare a riagganciare questa parte di persone? Di certo, non sarà un percorso né facile né veloce.

Il primo passo è ricominciare a chiamare le cose con il loro nome. Non è che le classi — intese come gruppi omogenei dal punto di vista sociale, economico e culturale — non esistono più solo perché il termine è stato cancellato dal linguaggio della politica. Esistono eccome, e quella di cui ho parlato poc’anzi è sicuramente ben rappresentata tra chi non vota e tra chi vota per le forze sovraniste e populiste, in Italia e in tanti altri paesi (compresi gli USA).

È a questa classe sociale che bisogna rivolgersi se si vuole recuperare il differenziale che oggi separa sinistra e destra. Vale la pena ripeterlo: nelle Marche ci sono quasi 700mila voti potenzialmente contendibili, a fronte dei soli 52mila che hanno premiato Acquaroli su Ricci. Ma per contenderli, non si può essere identificati solo come il partito dei diritti civili. Intendiamoci, la battaglia per i diritti civili è sacrosanta e va combattuta, ma non si possono mettere in disparte o in secondo piano i diritti sociali, che sono quelli che hanno caratterizzato la nostra storia.

Una ricerca condotta in Gran Bretagna ha dimostrato che il divario retributivo di genere fra persone che svolgono la stessa professione è mediamente del 7%, con le donne pagate meno degli uomini, ma il divario retributivo di classe (sì, in Gran Bretagna non si vergognano di usare questa parola!) è quasi doppio (12%), con chi proviene dalla working class pagato meno di chi proviene da classi più favorite. Naturalmente, le donne provenienti dalle classi subalterne assommano entrambi i divari retributivi: ecco perché diritti sociali e diritti civili vanno promossi e difesi insieme.

Se non troviamo obiettivi mobilitanti per le classi oggi subalterne, ci potremo inventare i candidati migliori e i campi più larghi, ma non vinceremo mai. Queste persone continueranno — e questo è significativo — a uscire di casa per difendere il diritto a esistere del popolo palestinese, dimostrando che la loro disaffezione non è apatia generale. Ma non usciranno per venire a votare e a votare per noi.

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2 Commenti

  1. analisi precisa e da condividere, aggiungo che bisogna stare in mezzo alla gente, recepire le difficoltà e farsene realmente carico dando risposte concrete.

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