Questa è una storia che prende spunto da chi il teatro lo ha vissuto per oltre settanta’anni e che ancora oggi lo vive con passione e determinazione perché ha sperimentato quanto sia stato di stimolo per una vita impegnata nella collettività e per la collettività. Tale passione ha inciso anche nell’ambiente di lavoro, dove ho salvato dalle costruzione di linee elettriche un ambiente di rara bellezza che queste andavano ad attraversare. Sono un diplomato dell’ITI di San Severino Marche, ma per mia fortuna nel corso di questi studi ho conosciuto un insegnante di lettere che mi ha cambiato la vita, facendomi capire che senza cultura e curiosità intellettiva non c’è crescita umana. Parto da questa premessa per fare un’analisi a tutto tondo su che cosa è stato il teatro amatoriale (non professionale, per meglio dire) fino agli anni Novanta. E lo faccio servendomi, oltre che della mia memoria ed esperienze, anche con l’aiuto del lavoro straordinario fatto dal compianto Franco Torresi con il suo fondamentale studio su Macerata ”Città sul palcoscenico”. Voglio far conoscere perché solo a Macerata, e non nelle altre città della provincia, c’è stata una proliferazione di realtà amatoriali.
A Macerata il teatro amatoriale ha inizio con la riscoperta del teatro come evento e aspetto culturale, vale a dire con il ‘700, quando all’interno di nobili residenze venivano rappresentate commedie o drammi. Poi dalle case private si sente la necessità di ritrovarsi in un luogo più adeguato per le rappresentazioni ed ecco allora la costruzione dell’apposito ”Edificio” per il teatro, dedicato successivamente a Lauro Rossi, che riservava ai nobili i vari ordini di palchi, mentre in platea erano seduti i popolani prima in piedi e poi su panche. Tale suddivisione è ancora così. Con la crescita della borghesia, a questa classe sociale che sempre più frequentava il teatro, fu dedicato il loggione che, da prove di borderò, è riuscito ad ospitare fino a 437 spettatori.
La nascita di un vero teatro amatoriale risale al 1808, e precisamente con l’istituzione della “Società del Casino dei Nobili e pel teatro patriottico”. Tale necessità nasce dall’impulso tipico del periodo napoleonico, terminato con la sconfitta di Gioacchino Murat del 1814. Sull’onda del rinnovamento vengono portate in scena “pezze teatrali o copioni di vario genere, drammi, commedie…”. Tale organizzazione si può definire come teatro ante litteram: infatti era dotata di un direttore artistico, un regista ed una compagnia vera e propria, dove si distinguevano il primo attore, la prima attrice, il comprimario ed il comico di spalla. “La Società del Casino” si reggeva su quote sociali cospicue. E fa riflettere che in un anno si riusciva a mettere in scena nel teatrino, collocato nell’attuale pinacoteca comunale, fino a 12 spettacoli di vario genere, compresa la lirica. I testi erano anche di autori locali. Animatori della Filodrammatica – così vennero identificate le compagnie amatoriali fino a qualche decennio fa – sono i coniugi Spada. Nel 1821, con la morte degli Spada, è necessario ricercare, anche fuori della città, un’attrice che assolva non solo alla carica di prima attrice ma soprattutto di maestra di recitazione. Si prova con una attrice di Porto San Giorgio, Nicolina Mucci, ma nonostante sia brava, presenta una dizione non perfetta ed allora si guarda a Fermo, alla contessa Rosalia Marcelli, brava ma anche piuttosto esosa. Infatti accetta l’incarico per la cifra di ben 300 scudi e dopo due anni verrà sostituita da Irene Costa. Nel 1813, frattanto, un gruppo di giovani esterni alla Società del Casino fa richiesta alla Prefettura di una sala prove per la realizzazione di uno spettacolo teatrale, cosa che testimonia un’attività spontanea esterna a quelle più strutturate. Le autorità benevolmente accettano la richiesta. In città nel frattempo nasce l’esigenza di dare vita un corpo orchestrale sufficiente a soddisfare le richieste musicali cittadine. Per questo Filippo Romagnoli si rivolge alla Società del Casino per valutare questa opportunità. Ne nasce un animoso dibattito e si creano due gruppi contrapposti: uno a totale appoggio di tale richiesta, capeggiata da Luigi Aleandri, figlio del più noto Ireneo, che invita i componenti a guardare avanti e a rendersi conto che la società è cambiata e che quindi è necessario “disfarsi dalle parrucche e dalla polvere“; un’altro portatore di una proposta più conservatrice. Risultato: per l’orchestra non si fa niente.
E’ il 1863 quando la Società di Mutuo Soccorso crea l’Accademia Musicale Drammatica che, a partire dal 1867, si chiamerà Società Filarmonica e Drammatica. Il 1864 segna la nascita di una compagnia filodrammatica con personaggi misti provenienti anche dalla Società del Casino: Intorno al 1879 si viene a creare all’interno della Società Filarminica la sezione filodrammatica Alemanno Morelli, nonno della grande Rina Morelli, che finirà la sua esistenza all’inizio del ‘900 dopo aver avuto anch’essa diverse direzioni artistiche tra cui quella dell’attrice bolognese Lucrezia Lipparini. Nel proseguo la Società Filarmonino-Drammatica continua la sua attività, ma ponendo più attenzione all’organizzazione di spettacoli professionistici che alla loro produzione.
Altra data importante è il 1871, quando nel teatro dello Sferisterio nasce la Filodrammatica Helvia Recina, che con vicende alterne continuerà la sua attività fino al 1904. In questa filodrammatica nel 1891 compare il nome di Mario Affede come autore della parodia dal titolo “Le camelie della signora”. Questa Filodrammatica a volte si esibisce anche al Politeama Marchetti, altro Teatro andato distrutto per incendio. Nel frattempo ci sono in città altre filodrammatiche quali la Società Borghigiana, in seguito “pro via Cairoli”, Unione e Concordia (del rione Fosse), La Salesiana e la Sarnari, nella quale debuttai all’età di sei anni. Nella circostanza del cambio di sede – poiché la Società Filarmonico Drammatica si trasferisce – viene posta sotto la tutela del clero. Un trasferimento obbligato, perché nei teatri che erano sotto la tutela del clero non era possibile assistere o mettere in scena testi con filodrammatiche composte da uomini e donne. Ricordo a proposito di questo divieto che il mio primo regista, un sarto di nome Renato, anche lui grande appassionato di teatro, aveva un numero abbastanza considerevole di testi, che poi altro non erano che degli adattamenti di opere teatrali famose. Altra realtà amatoriale è La Società del Castello di S.Croce, che operava nel teatrino Carradori, davanti al campo sportivo dei Pini. Ma anche nel teatrino del Collegio delle Giuseppine e in quello del Convitto Nazionale intitolato a Giacomo Leopardi ed inaugurato nel 1904. E poi il teatro del Seminario, che ha operato fin dall’800 ma solo con filodrammatiche cattoliche ed unisessuali, composte quasi esclusivamente di soli uomini. E’ il 1909 quando Aristide, Ciro e Virgilio Matteucci formano la filodrammatica “Ermete Novelli“, che con fasi alterne proseguirà la sua attività fino al 1921, quando la stessa compagnia prenderà il nome “Città di Macerata”. Tale compagnia avrà varie scissioni: una ad opera di Alberto Bettini, che nel 1920 dà vita alla filodrammatica “Gustavo Modena”, che dura solo due anni; un’altra nel 1927 con la filodrammatica di Umberto Palmarini. Credo importante far notare che in città ci sono stati compiuti due tentativi di “Teatro in Casa”: uno nel 1900, in casa Proia, opportunità colta per il gran numero di figlie (tra cui Eda che diventerà moglie di Ciro Matteucci); un’altra in casa Bonci nel 1920.
E’ il 1930 e la filodrammatica “Città di Macerata” mette in scena con enorme successo “Perché, perché Marì?” testo, per me più bello, in dialetto maceratese. Nel 1935 con la nomina del Giovane Angelo Perugini, direttore della compagnia ”Città di Macerata”, si creano le basi per una delle tante scissioni. Infatti tale decisione non viene accettata dai fratelli Matteucci, animatori della stessa compagnia, che fondano così un’altra filodrammatica, “Berretto azzurro” dei Guf, e rappresentano “Addio Giovinezza”. Arnaldo Matteucci fonda un’altra filodrammatica, la “Circolo postelegrafonici Vittorio Locchi”, in aperta collisione con Angelo Perugini. Nel 1938 la direzione della compagnia “Città di Macerata” viene data ad Arnaldo Matteucci, che dovrà lasciarla nel 1942 perché trasferito a Fiume e così la direzione ritorna a Perugini. Nel 1944 nasce la “Compagnia del teatro degli amici della musica“ che mette in scena “Addio Giovinezza”. Nello stesso periodo, nella esistente “Brigata amici dell’arte“, agisce una filodrammatica formata da attori dilettanti provenienti dalla Filodrammatica “Città di Macerata”. Voglio sottolineare questa realtà associativa, “Brigata Amici dell’Arte”, che era composta da una moltitudine di artisti delle più svariate componenti: poeti, musicisti, pittori e scrittori che si riunivano per discutere di arte e non solo. Da questa realtà nacque il secondo futurismo maceratese “Boccioni“, tra cui spiccano Sante Monachesi, Rolando Bravi, Mario Buldorini, Ermate Buldorini, Arnaldo Bellabarba, Bruno Tano, Umberto e Alberto Peschi, Wladimiro Tulli. E’ il 1951 quando alcuni soci della compagnia danno corpo alla “Filodrammatica O. Calabresi”. Da tener presente che tutte queste compagnie erano partecipate da appassionati di teatro e lascio immaginare quanti cittadini e cittadine ne erano coinvolti. E’ anche vero che il teatro, insieme al cinema, costituiva l’unica opportunità di aggregazione e svago. Da tener presente che intanto in tutti i teatrini, soprattutto quelli parrocchiali, agiscono filodrammatiche spontanee che si dilettano nel e con il teatro. Ma soprattutto teatro in lingua e raramente in dialetto, se non per le cosiddette “arti varie”, dove all’interno degli spettacoli coesistevano cantanti, piccoli interventi dialettali, gruppi musicali, barzellette etc. Di queste compagnie e con queste compagnie io sono cresciuto e ne ho visto passare con emozione un gran numero nel cineteatro Sarnari. Voglio ricordarne alcune: la compagnia Cassese, quella del Rag. Ukmar, il comico Popò, La compagnia Santa Croce e tante altre. Per non parlare delle serate messe insieme da studenti universitari come Giancarlo Liuti e Enrico Sbriccoli, che poi diventerà Jimmy Fontana. Nel frattempo il teatro Lauro Rossi riapre dopo anni di restauro, ma solo saltuariamente per qualche rappresentazione anche di opera lirica. Il teatro della città diviene quello della Filarmonica Drammatica che ospiterà i nomi e gli spettacoli più interessanti. Va detto che il Teatro Lauro Rossi non ha mai visto la presenza di Eduardo de Filippo che invece fu ospitato dal teatro della Filarmonica. E’ il 1965 quando il TLR (teatro Lauro Tossi) viene riaperto a tutti gli effetti. Ricordo che una delle prime compagnie professionali ad essere ospitata è quella del Teatro Stabile dell’Aquila con la piece del camerte Ugo Betti “Ispezione” per le interpretazioni di Achille Millo e Pina Cei. Nello stesso anno, nell’ambito della festa della matricola il Gad, Gruppo Arte Drammatica, sinonimo di filodrammatica O. Calabresi, la più blasonata e carismatica compagnia amatoriale, mette in scena a Macerata, a soli 8 anni dalla prima rappresentazione del 3 aprile 1957, “Finale di Partita“ di Samuel Beckett. Per me che ebbi la fortuna di assistere, fu un colpo di fulmine che squarciò il mio futuro interesse per il teatro. Dal ’66 in poi il TLR ospita una serie variegata di spettacoli teatrali tali da soddisfare gusti ed interessi diversi, l’ETI, molto più da telefoni bianchi ed interpretati da attori noti della televisione e cinema, quelli del TSA dell’Aquila molto più sociali ed impegnati. Si faceva la fila per un posto in loggione. A partire dalle ore 18, una corsa forsennata per accaparrarsi i posti migliori. Noi loggionisti sfottevamo continuamente il pubblico in sala o dei palchi in quel tempo molto impellicciato.
Il ’68 viene segnato da due spettacoli che interessano per diversi motivi l’Amministrazione: “L’Arlecchino servitore di due padroni”, prodotto dal Piccolo di Milano, la cui presenza viene sottolineata e considerata vanto ed orgoglio dalla stessa città, e “Gli Uccelli” di Aristofane, prodotto da Emilia Teatro Romagna per la regia stupenda ed innovativa di Giancarlo Cobelli, dove compare in scena il primo nudo femminile che provocò indignate interrogazioni comunali, arrivando fino alla richiesta di una disdetta della convenzione con TSA Aquila. Posso sicuramente dire che le stagioni programmate dal TSA Aquila segnano un continuo successo di pubblico soprattutto giovanile. Macerata diventa così punto di riferimento teatrale della regione, infatti ospita gli spettacoli più belli ed importanti, con attori emergenti e giovani registi: ”Il Dio Kurt” di Moravia e “La Cortigiana“ con l’attore emergente Gigi Proietti, “La triologia” di Eschilo con la regia di Antonio Calanda, “Il Gesù” del grandissimo regista oggi più che dimenticato Aldo Trionfo, ”Pilato sempre” di e con Albertazzi, “La Mandragola” di Macchiavelli con la regia di Guicciardini. La rassegna del teatro senza parola o psicologico, insomma la sperimentazione a tutto campo. Erano gli anni dove la ricerca teatrale era più che affollata. Dopo gli spettacoli erano d’obbligo i dibattiti, che alcune volte continuavano anche in altre sedi non costituzionali. Il TSA dell’Aquila porta a Macerata per la prima volta Carmelo Bene con il suo “Nostra Signora dei Turchi” e memorabili produzioni che vedono in scena due animali da palcoscenico come Tino Schirinzi e Piera degli Esposti; registi come Cobelli, dissacratore delle piece dannunziane e inventore di una stupenda rilettura de ”L’impresario delle Smirne“ con interprete Alberto Lupo. Veniva anche spesso una compagnia teatrale cooperativa, alla quale andava tutto il nostro sostegno ed appoggio, denominata “Gruppo della Rocca” che ci fece conoscere il teatro di Brecht e rileggere testi conosciuti. Ospite fu con diversi spettacoli “Il Piccolo di Milano” e il grande Strehler che venne anche per presentare l’opera “Il Faust” che stava mettendo in scena con la scenografia del grande Svoboda, nome che ritornerà più volte anche in ambito operistico allo Sferisterio; ricordo che per soddisfare la richiesta per assistere a questa conferenza spettacolo di presentazione del Faust fu necessario riaprire il cineteatro Italia dato che il TLR era tutto esaurito.
Ricordo una memorabile messa in scena di “Madre Courage” con la Lina Volonghi o “Il Galileo” sempre di Brecht con Tino Buazzelli. Nell’ambito del teatro amatoriale, oltre alle molte filodrammatiche parrocchiali, si distingueva quella del Gad Oreste Calabresi, la più blasonata. Un gruppo monolitico che ha trovato sempre difficoltà ad aprirsi al nuovo, la classe direttiva non andava quasi mai a teatro. Nel ’73, quando spinto dalla necessità di esprimersi, un gruppo consistente lascia la compagnia per fondare il Gruppo TeMa, nel quale confluirono molti giovani dell’aria di sinistra. Il documento di scissione porta anche le firme prestigiose di Ivo Pannaggi, da poco rientrato dalla Norvegia, e Mario Buldorini. Nel frattempo prende sempre più corpo lo spettacolo all’arena Sferisterio e assume, nel frattempo, sempre più importanza per le sue indubbie capacità organizzative, la figura di Claudio Orazi, attore professionista del Teatro Sperimentale A, che avuta la direzione anche artistica del TLR lo porta ad un livello di eccellenza regionale. C’erano spettatori di tutta la regione che frequentavano il TLR. Fa gemellaggio con il Piccolo di Milano, fa residenze teatrali, arricchisce gli appuntamenti di conferenze sui testi teatrali che verranno rappresentati, conferenze tenute da docenti dell’università di Macerata che poi confluiranno negli straordinari quaderni del TLR, una iniziativa questa che ci veniva invidiata dagli altri teatri delle Marche. Fu sua l’intuizione, visto il mutare degli interessi culturali, della necessità di dare vita ad una nuova stagione teatrale parallela a quella del TLR, fatta di compagnie e testi di teatro nuovo: la chiamerà “Altri Percorsi”. Ed erano veramente altri percorsi, ed altri artisti: la Societas Raffaello Sanzio, Latella, Emma Dante, La Sinigaglia e altri ancora. Questi spettacoli prevedevano sempre incontri prima dell’inizio tra registi, tecnici e attori con la città. In particolar modo con gli studenti dell’Accademia. Ancora oggi ho il ricordo della meraviglia espressa dagli studenti per un incontro con il grande scenografo Svoboda quando trasformò una carta appallottolata in un bozzetto scenico. Bene, dopo quanto sopra detto ed in gran parte da me attivamente partecipato, come posso sentirmi in una provincia, che non solo non è in grado di sostenere compagnie non professionali che operano per un teatro in lingua, ma che vengono sollecitate a metter in scena testi che fanno solo ridere o in dialetto? Quando vai a proporre uno spettacolo in lingua ad un qualunque Comune o Assessorato che dir si voglia, sia questo un testo di Pirandello o di un autore moderno, ti senti dire in primis che non c’è un soldo per far cantare un uccello e in seconda battuta ti chiedono se lo spettacolo fa ridere perché sai, ci dicono, oggi chi va a teatro vuole ridere perché c’è tanta tristezza attorno. Bhé ma la tristezza c’era anche in Grecia insieme alle guerre, eppure la comunità pensante sentì il bisogno-necessità di radunarsi e insieme raccontarsi delle storie che potevano essere sia allegre che serie ma tutte con un contenuto sociale e politico. Così è nato il teatro, che fu uno dei punti di crescita sociale e culturale sia nell’antica Grecia che nell’impero Romano. Le satire di Giovenale, le commedie di Aristofane e di Plauto facevano sorridere, più che ridere, ma facevano anche pensare. Però insieme alle satire e alle commedie il pubblico assisteva anche alle tragedie. E’ vero che pensare è fatica ma è anche vero che pensare rende liberi ed è per questo che oggi il teatro amatoriale in lingua è in grande crisi, perché non si vuol pensare, perché pensare richiede uno sforzo ed allora lasciamo che gli altri pensino per noi, ma poi non ci possiamo lamentare di come gli altri, ai quali abbiamo delegato il nostro pensare, pensano non soddisfacendoci del loro pensare. Il teatro ha una regola fissa ed inscindibile, il teatro è ed esiste se vengono soddisfatte le tre componenti che lo identificano: attore, testo, pubblico. Se non c’è una di queste componenti non esiste l’evento teatro, da qui si capisce quanto importante sia il pubblico, e non solo come presenza bensì come partecipante all’evento. Il teatro è uno dei mezzi di comunicazione diretta più belli ed affascinanti. A chi comunica l’attore la storia, le proprie emozioni, sentimenti che interpreta e che cerca di comunicare con la propria interpretazione-immedesimazione se non al pubblico? L’attore ha bisogno della partecipazione del pubblico, lo deve sentire respirare con lui, emozionarsi, commuoversi con lui, il pubblico è l’attore che non sta in palcoscenico. Lo spettatore deve uscire dal teatro pieno di domande e interrogativi. Io dico che lo spettatore che ha assistito-partecipato all’evento teatro deve tornare a casa con dei compiti da svolgere, deve spiegarsi i vari perché che lo spettacolo gli ha sollevato, solo così per me ha senso l’andare a teatro. Il teatro è uno degli unici eventi che ti costringe ad uscire dalla tua casa rifugio ed entrare in comunicazione pensante con il vicino di poltrona che neanche conosci ma che grazie all’evento pensa con te sollecitato dalle stesse emozioni. Allora voi capite che arrivati a questo punto, dove ci si dice che il pubblico vuole solo ridere, questo anche grazie al passaggio trentennale di Berlusconi che ha voluto fare proprio della risata pubblica il suo cavallo di battaglia comunicativo, a me non resta che abbandonare le tavole del palcoscenico e dedicarmi a raccontare a chi fosse interessato che cosa è il Teatro con la T maiuscola.
Di Piergiorgio Pietroni



